Il cinema di Jim Jarmusch: “Down by law” (Usa 1986)

Dall’immobilità al vagabondaggio frenetico

(marino demata)  Down by law rappresenta il terzo film indipendente di Jim Jarmush, dopo lo sperimentalismo di Permanet Vacation e  il successo di Stranger than Paradise. Ed è il film che lo consacra definitivamente come una della più piacevoli novità nel generalmente piatto panorama cinematografico americano degli anni ’80. Questo è un po’ il senso generale dei giudizi critici che in quell’epoca sono stati pubblicati all’uscita del film. C’era, tra l’altro, la consapevolezza nei critici più avanzati e impegnati che un effettivo rinnovamento nel cinema potesse partire proprio dai filmmmakers indipendenti e in certo senso ribelli.
Stranger than Paradise, girato in un semplice bianco e nero, con una sceneggiatura appena accennata, mostra all’intera america che si può fare un piccolo grande film senza gli immensi mezzi di Hollywood, proprio come nel 1959 aveva dimostrato Cassavetes con Shadows.
Down by law ricalca le medesime strade battute dal regista coi due precedenti film: anche in questo caso un bianco e nero, sul quale però si impegna con successo il direttore della fotografia, l’olandese Robby Muller. La cui presenza veramente magnetica è poi un altro effetto dell’amicizia e della reciproca stima tra Jarmish e Wim Wenders, col quale fino ad allora Muller aveva principalmente collaborato.Down by2
E anche in questo caso una storia estremamente semplificata.  In una cella della prigione di New Orleans si conoscono  tre giovani uomini: Jack (il musicista John Lurie), Zack (il cantautore Tom Waits) e l’italiano Roberto (Benigni). I primi due si  professano innocenti (e in realtà per il fatto in sé lo sono, perché incastrati da falsi amici), mentre solo Roberto ammette di aver ucciso, per legittima difesa e al di là della propria volontà, un uomo che voleva ammazzarlo.  La cosa che innanzitutto stupisce Jack e Tom, e, sicuramente, anche lo spettatore, è il senso di leggerezza col quale Roberto racconta dell’omicidio. Non c’è la gravità del fatto nelle sue parole e nel suo atteggiamento e neppure quella che sarebbe stata la giusta preoccupazione per lo stato presente e per le future conseguenze del suo atto. Continua ad avere il sorriso sulle labbra, come fin dalla sua entrata in scena. Insomma sembra che quello che è successo sia stato un semplice contrattempo, come il ritardo di un aereo, o l’essere colti da un temporale avendo lasciato l’ombrello a casa.
La serenità un po’ incosciente e perfino giocosa di Roberto, che parla malissimo l’inglese e annota su un taccuino le frasi più significative che sente dire agli altri, fa da contraltare alla seriosità degli  altri due. Jarmush si incarica di farci vedere, nelle scene iniziali, Jack da un lato e Zack dall’altro, vittime della stessa noia di vivere, incapaci di darsi una scossa, impossibilitati a tentare nuove strade rispetto a quello  che fanno (o che non fanno).  Jack fa il “protettore” di quart’ordine di prostitute e gli viene proposto di recarsi in una camera d’albergo ove lo attende una giovanissima ragazza che vuole essere protetta. Con qualche riluttanza si reca all’albergo e, nella penombra, scorge la ragazza a letto e le offre la propria protezione. Immediatamente dopo fa irruzione la polizia!Down by.jpg
Zack è un DJ disoccupato che sembra ben lontano dall’essere allarmato per i suo stato presente, se non fosse per la ragazza che convive con lui (Ellen Barkin), che cerca di scuoterlo a trovare un altro lavoro, con risultati però disastrosi. Viene poi avvicinato da un conoscente che gli offre mille dollari per guidare un’auto fino all’estremità opposta della città. Dove ovviamente troverà la polizia: l’auto era rubata e c’era un cadavere nel bagagliaio!
Quello che caratterizza i due personaggi è il fatto che non ridono né sorridono mai prima dell’incontro con Roberto in carcere: sono affetti da una sorta di noia per la vuotezza della propria vita e dalla impossibilità di modificarla. Vivono nel presente e non conoscono il futuro. Soltanto dopo l’incontro con Roberto, che organizza anche la fuga dal carcere, i due cominciano a sorridere e son inoltre costretti a darsi da fare perché l’evasione abbia successo.
La fuga dal carcere crea dunque uno stacco nel film, ove notiamo che all’immobilismo atemporale dei personaggi nella prima parte, corrisponde nella seconda parte un vagabondaggio senza una meta precisa. Un vagare sia fisico che emotivo. Un movimento alla ricerca di qualcosa di più sicuro rispetto ai cani che inseguono, alle sabbie mobili delle paludi della Louisiana, alle baracche che somigliano  in tutto e per tutto alla cella che essi hanno lasciato. Janck e Zac sono costretti , loro malgrado, a pensare al loro immediato futuro. Un futuro che invece Roberto trova presto, in una casa ove conosce una ragazza (Nicoletta Braschi), della quale si innamora. Gli altri due continueranno il loro vagabondaggio scegliendo, ad un certo punto, ad una biforcazione della strada, di prendere direzioni diverse.Down by3
Anche in questo film lo spazio e il movimento hanno una funzione essenziale e determinante, proprio come nei due film precedenti. Ma, ma a differenze di quelli, ove il movimento è una libera scelta dei personaggi, che però si traduce in un wendersiano “falso movimento” (“alla fine tutti i posti sono uguali”),  in Down by low la caratteristica fondamentale dei due personaggi americani è l’immobilismo. Poi il successivo frenetico vagabondaggio della seconda parte del film è obbligato e non è una scelta.
In questo film viene introdotto esplicitamente il concetto del tempo, che nella prima parte è un tempo…senza tempo. Un tempo immobile come lo spazio occupato. Mentre nella seconda parte le circostanze obbligano a pensare al dopo, oltre che al dove (“Hai ragione. Non si può vivere sempre nel presente.”)
Ancora una volta, con questo film, che è stato invitato e osannato a molti festival (anche se ha vinto poco), sono in qualche modo “evocati” alcuni autori che costituiscono il bagaglio che Jarmush si porta dietro con grande dedizione e attenzione. In primis Wim Wenders e Nicholas Ray. Ma anche, al di fuori del cinema, il teatro di Sam Shepard e le poesie di Bob Frost, ad una delle quali probabilmente si è ispirato il regista nell’immagine dell’ultima scena del film, con le due strade divergenti che non si sa dove porteranno…
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