Harry Dean Stanton: “Paris Texas” (Usa 1984) di Wim Wenders

Harry Dean Stanton/Travis

 

(marino demata) A vedere (o rivedere) l ‘inizio di Paris Texas, diciamo i primi cinque minuti, rimani come folgorato, annichilito. Il deserto della parte sud degli Stati Uniti: la scena è fatta di spazi infiniti, ma non del tutto piatti. Piuttosto costellata da picchi, sbalzi improvvisi del terreno sempre arido. Un contesto pesantemente battuto da un sole accecante che aggiunge colori vividi. Un uomo magro e tutto impolverato, con un cappello rosso da baseball, una giacca grigia e trasandata e una cravatta sbilenca. Dallo sguardo assente cogli tutto lo spaesamento e il vuoto confusionale che si agitano nel suo animo e nella sua testa.  In mano ha una piccola tanica di plastica nella quale è rimasta pochissima acqua, da non poter  certo placare la sua sete.
L’uomo non parla. D’altra parte non avrebbe in tale contesto nessuno con cui parlare. Lo spettatore però capirà presto che l’uomo non parla comunque. La sua comunicazione col mondo e con le persone si è interrotta. Sicchè, oltre che vedere le meravigliose immagini iniziali, il deserto e il volto stralunato dato in prestito al personaggio di Travis da un immenso (e forse inaspettato) Harry Dean Stanton, lo spettatore coglie il silenzio del deserto non soffocato,ma sottolineato e esaltato  dalle incredibili note di Ry Cooder, che accompagneranno molte parti del film.Paris Texas.jpg
Travis riesce a trovare un riparo: un polveroso e sporco locale di una stazione di servizio  ove da un frigo estrae alcuni cubetti di ghiaccio e li porta alla bocca. Ma in quel momento sviene, soccorso da uno degli strani avventori.
Della personalità stravolta di Travis sapremo anche di un suo sogno: avere un pezzo di terra ed una casa ove trascorrere il resto della sua vita in un posto sperduto del Texas che, ironia della sorte, si chama Paris, che dà il nome al film e che contiene in sé i due poli del sogno wendersiano, il vecchio e il nuovo mondo, in una delle uniche possibilità di essere uniti. Lì Travis dice di aver acquistato la terra per corrispondenza e lì vorrebbe andare perché è certo di essere stato concepito proprio in quel luogo.
I soccorritori di Travi  trovano nel suo portafoglio un numero di telefono, quello di suo fratello Walt (Dean Stockwell), attraverso il quale quest’ultimo può soccorrerlo dopo una silente assenza di ben quattro anni trascorsi girando ne deserto. Walt lo riconduce alla propria casa, ove Travis rivede il figlio Alex. Il viaggio in auto con Walt è un viaggio silenzioso. Ma con Alex è diverso: ben presto si ricompone l’affetto e la complicità. Padre e figlio decidono insieme di mettersi in viaggio per Houston  perché hanno saputo che lì si trova Jane (Nastassja Kinsli), la moglie di Travis, fuggita dopo la nascita di Alex da un matrimonio che lui ha gradatamente trasformato in una prigione.ParisTexas_06.jpg
Travis ritroverà Jane: lavora in un Peep show. Ci saranno fra loro due lunghi colloqui. Separati da un vetro, secondo le regole di questi locali creati per chi ama guardare una donna spogliarsi senza essere visto, e parlarle con voce distorta dall’interfonico, perché non possa in alcun caso essere riconosciuto. Un po’ metafora del cinema che è il regno del voyerismo assoluto e dell’occhio della camera e poi dello spettatore. Due colloqui intercorrono tra Travis e Jane. Nel corso del secondo colloquio lui descrive l’afflizione del proprio matrimonio, i suoi errori e il suo amore per lei, fermandosi su una serie di circostanze che lo rivelano. Jane ha capito e si commuove. Lui è lì per restituirle il figlio. Le ultime parole di Travis sono un indirizzo e il numero di una stanza, ove Jane potrà riabbracciare Alex.
Film-capolavoro e vera conquista dell’America da parte di Wenders dopo una serie di tentativi che lo avevano lasciato insoddisfatto e deluso. L’idea di un film del genere era nata dalla lettura di alcuni lavori del suo fido sceneggiatore tedesco Handke. Ma la svolta alla realizzazione del film gli è offerta dalla conoscenza e poi collaborazione con Sam Shepard, già all’apice della sua bravura come scrittore teatrale e sceneggiatore di un’America che ha girato le spalle al sogno americano e al mondo degli eroi. I suo personaggi sono sempre problematici, rapporti umani difficoltosi e dolorosi, i rapporti con le cose e con i luoghi mai conciliativi. In genere i luoghi sono fatti per andare via e non per stare. Paris5
Ritroviamo dunque Shepard nella costruzione del personaggio di Travis, nel suo viaggiare o meglio vagabondare da luogo a luogo, restando nello stesso luogo, il deserto e portandovi con sé la propria afflizione e il proprio dolore e quello che resta del suo essere.
Ma soprattutto riconosciamo Shepard nei due colloqui tra Travis e Jane, separati dal vetro e dalle regole del Peep show. Ritroviamo in quei due colloqui la grande capacità del drammaturgo di cadenzare di volta in volta, attraverso le battute, la curiosità, e poi la meraviglia e lo stupore e poi la commozione di Jane, mentre Travis, con voce rotta dall’emozione, porta avanti con meticolosa calma la sua storia, che è poi è la loro storia. Storia di fallimenti, di dolori e di solitudini.
La grande fortuna di Wenders con Paris Texas si identifica con la sua capacità di unire la propria bravura e ispirazione registica con la genialità e la pulizia dei dialoghi di Sam Shepard, col languore della musica di Ry Cooder, con gli splendidi colori di Robby Muller, in un mix talmente straordinario, che non riusciamo ad immaginare il film senza uno di questi collaboratori.
Paris4.pngCon Paris Texas finalmente Wenders ha chiuso i conti con l’America. Aveva girato altri film che sono stati tentativi e confessioni autobiografiche di una delusione, che aveva raggiunto il suo apice con Hammett. Col quale film Wenders aveva sperimentato le regole degli studios hollywoodiani e le sue capacità di equilibrista che deve barcamenarsi tra quelle regole e le sue tenenze ad infrangerle per ritrovare se sesso. In una esperienza che lui stesso giudicherà negativa. Paris Texas è invece il “suo” vero unico film americano. Dopo ritornerà in Europa come dopo il compimento di una missione.
Sam Shepard ci ha lasciato alcune settimane fa. E l’altro giorno anche Harry Dean Stanton è andato via. Con Paris Texas era uscito dall’anonimato di cento felici caratterizzazioni. Lo abbiamo ritrovato e visto cento volte in tanti film come caratterista di sicurissimo affidamento, tanto da essere impiegato in circa 100 film e 50 lavori televisivi. Ma è con Paris Texas che diventa il vero magnetico protagonista di una grande storia e di un grande film. Alto, ossuto, dal volto angoloso, con l’aria stralunata e con lo sguardo di chi sembra essere in perenne stato confusionale. Salvo avere poi una grande missione da compiere. Insomma Travis.

 

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