IL CINEMA DI JIM JARMUSCH: “Mystery train” (USA 1989)

Tutto in una notte a Memphis

(marino demata) Jim Jarmush prosegue nel sue personale viaggio cinematografico per l’America. E’ partito da New York, per poi toccare Cleveland, quindi la Florida, e poi New Orleans e l’entroterra della Louisiana.
Col suo quarto lungometraggio, Mystery train del 1989, Jarmush mette le tende a Memphis in Tennessee e lì costruisce una storia fatta di tre mini-storie intrecciate e soprattutto perfettamente parallele fra loro fino all’inverosimile. Il pretesto ed il centro unificatore è costituito dal mito di Elvis Presley, che a Memphis è nato ed ha iniziato la sua sfolgorante carriera. Ma Menphis, come ci ricorda uno dei personaggi, il giapponesino Jun (Masatoshi Nagase, che Jarmush utilizzerà di nuovo nel recente Paterson) non è solo Elvis, ma è un luogo di culto perché lì sono nati il blues, il soul e il rock’n’roll. E lì non possono essere dimenticati W.C. Handy, Roy Orbison, Jerry Lee Lewis e Johnny Cash e Carl Perkins e tanti altri, tutti accomunati dall’aver inciso presso la storica “Sun Records”, che oggi è una sorta di museo e di meta obbligata, a cui non si sottraggono certo i due ragazzi giapponesi in gita/pellegrinaggio nella città.vlcsnap-2017-09-22-19h53m34s360.png
Il film inizia appunto con l’eccitazione dei due ragazzi all’arrivo a Memphis. Lei (Youki Kodoh, presente poi sempre con Jarmush in The limits of control)vorrebbe subito andare a Graceland a visitare la casa natale di Evis, ma lui ritiene più giusto porre come prima meta la Sun Records. Poi, vinti dalla stanchezza per il lungo viaggio, trovano un hotel, l’Arcade (in realtà un albergo di terz’ordine), ove continuano le loro discussioni sulla musica, e trovano il tempo, malgrado la stanchezza, di fare l’amore, sentono alla radio locale Elvis che canta Blue Moon e poi, più tardi, sentono un colpo di pistola.
E con questo si conclude il primo episodio del film, intitolato “Far from Yokohama”. Seguono gli altri due episodi che hanno in comune col primo lo stesso spazio e lo  stesso tempo. Si svolgono infatti in altre due camere dello stesso albergo e nella stessa notte.vlcsnap-2017-09-22-19h57m21s434.png
Cosa spinge i personaggi degli altri due episodi in quel luogo così ordinario, anzi brutto e anonimo?
Dell’italiana Luisa (Nicoletta Braschi),  dell’episodio “A Ghost”, gli spettatori non sapranno molto, se non che, come raccontano le immagini della prima scena, è alle prese con le pratiche burocratiche per il trasporto funebre del marito morto da Memphis a Roma. Poi l’acquisto di riviste per l’aereo del giorno dopo, una rapida cena infastidita da un attaccabottoni che le propina una vecchia storiella su Elvis e il suo fantasma e infine la camera nel medesimo Hotel  della coppia giapponese. La camera viene condivisa con una ragazza che non ha danaro sufficiente per pagare l’albergo. Anche in questo caso l’identità temporale col precedente episodio porta le due donne a sentire alla radio Blue moon e poi a sobbalzare allo sparo di pistola.
La terza parte, dal titolo “Lost in space” è la storia di tre balordi di Memphis ed è sicuramente quella con maggiore vis umoristica: Johnny (Joe Strummer) e Bill,che solitamente trascorrono il loro tempo a giocare e a bere, si incontrano con Charlie (Steve Buscemi), il fratello di Dee Dee (la ragazza senza i soldi per pagarsi la camera dell’episodio precedente), che è un barbiere ed è molto più serio degli altri due. Si sente in gravissimo imbarazzo allorchè Johnny pretende di prendere in un negozio due bottiglie di Whisky, sparando e ferendo il venditore con un colpo di pistola. Ai tre non resta altro da fare che nascondersi all’Hotel Arcade in una camera trasandata e sporca, ove cominciano a litigare e dove parte un colpo di pistola (ben sentito nelle altre due camere), che ferisce alla gamba il povero Charlie.vlcsnap-2017-09-22-20h12m35s891.png
Ci siamo dilungati sui tre episodi sincronici perché sono l’essenza di questo film, ove Jarmush prosegue col suo discorso lento e minimalista e col suo sottile umorismo dei personaggi e delle situazioni, soprattutto grazie ad una sceneggiatura di ferro ove tutto si incastra magnificamente in un quadro senza sbavature, ove è quasi impossibile trovare imperfezioni.
Ancora una volta il tema dominante è quello del movimento e del viaggio, evidenziati innanzitutto dal titolo de film, Mystery train, che è poi il titolo di una celebre canzone di Elvis. E, come se non bastasse, dall’immagine molto bella del treno in movimento verso Memphis nei tioli di testa e dello stesso treno in direzione opposta nei titoli di coda. Anche in questo caso, come nel sincronismo dei tre episodi, con una simmetria perfetta di apertura e chiusura del film allo stesso (ed inverso) modo.
Al tema del viaggio volontario, così marcato in Permanent Vacation e Stranger than Paradise, si era sovrapposto per la prima volga, in Down by low, il viaggio obbligato, emblematizzato dalla fuga post-evasione dei tre protagonisti. In Mystery train troviamo entrambe le tipologie di viaggio: quello volontario e di piacere della giovane coppia di giapponesi alla ricerca delle tracce di Elvis, a quello della giovane ragazza romana, nato evidentemente anch’esso come viaggio di piacere, ma trasformatosi poi in un ritorno con modalità obbligate (la bara del marito da trasferire). Fino ad arrivare ad un’altra fuga, quella  dei tre personaggi dell’ultimo episodio, proprio come in Down by law, questa volta non dal carcere, ma per evitare il carcere.vlcsnap-2017-09-22-21h31m27s848.png
Dunque i motivi del viaggio e del movimento in questa quarta prova indipendente di Jarmush si intrecciano. Ma senza dimenticare – sembra ammonire il regista – che dopotutto i viaggi per propria volontà o le fughe obbligate, spesso sono illusori perché in sostanza non portano da nessuna parte.
Ma allora esiste il diverso? E in che cosa consiste la diversità? In Stranger than Pardise uno dei personaggi,  Eddie dice: – “E’ incredibile:  Ogni posto sembra uguale agli altri.” E Willie risponde: “E ora te ne sei accorto?”
Il tema della diversità/identità dei luoghi viene ripreso esplicitamente dal turista giapponese Jun che, a fronte dell’entusiasmo per Memphis, e per quello che la città rappresenta, afferma che dopo tutto essa non è così diversa da Yokohama.  E infatti afferma: “Memphis somiglia a Yokohama. Anche se è molto più grande. Se togliamo il sessanta per cento degli edifici di Yokohama, la vedremmo così.”vlcsnap-2017-09-22-21h48m16s599.png
L’immagine che Jarmush offre di Memphis è tutto fuorchè turistica. Al contrario, il regista ce ne vuole mostrare il lato più brutto e squallido, ma anche in certo senso il più ricco di tenerezza e autenticità, proprio come New Orleans in Down by law, ove si sofferma sui soli quartieri periferici. Fin dall’inizio notiamo la piccola stazione di Memphis con pochi binari e con un edificio minimo. Ma poi i luoghi ove passeggiano i due giapponesi e dove fuggono i tre amici del terzo episodio sono volutamente e veramente deprimenti. E il culmine è costituito dall’Hotel Arcade, che ci appare inizialmente “drab”, nella penombra della sera con una prostituta che ne esce correndo, apostrofata in malo modo non si sa da chi.
Ci pensa in verità il grande maestro della fotografia, Robby Muller, il dispensatore di colori e di emozioni cromatiche nei film di Wenders e da questo dato in prestito a Jarmush già nel film precedente, a rendere meno brutta Memphis, ad accendere qualche bagliore di bellezza, con i suoi colori, come al solito forti e decisi. Ricordavamo il rosso, il blu e il bianco, colori prevalenti in Paris Texas. Qui Muller fa brillare il rosso della giacca del simpatico portiere dell’Hotel Arcade, ma anche il rosso più tenue ma molto presente della grande valigia portata per Memphis dai due ragazzi giapponesi. E il verde vivissimo della giacca di Jun. E intorno ai rossi e ai verdi anche il paesaggio urbano di Memphis sembra trovare qualche insperata e inattesa tonalità.vlcsnap-2017-09-22-21h54m53s800.png
Anche in questo film Jarmush si circonda di musicisti, quasi a non voler dimenticare quanto la musica gli ha dato e che passione gli ha trasmesso.  Dal solito John Lurie, autore della colonna sonora, a Tom Waits, di mestiere DJ disoccupato in Down by law, e qui presente con la sua voce che sentiamo per radio mentre annuncia la canzone cantata da Elvis, Blue Moon, a Joe Strummer, ex leader dei Clash, uno dei tre uomini in fuga nel terzo episodio e sicuramente uno degli attori più bravi del film.
E ancora, spulciando dai titoli di coda, notiamo i personali ringraziamenti del regista ad alcuni collaboratori o consiglieri disinteressati, veri amici fedeli, tra i quali spiccano i nomi di Tom DiCillo, Claire Denis e “Bob” Benigni.
E ancora, notiamo in questo film quello che è diventato una sorta di marchio di fabbrica di Jarmush: le lunghe carrellate ad accompagnare, dal marciapiede di fronte, i personaggi in cammino lungo la strade della città. Lo abbiamo notato soprattutto nella parte iniziale di Down by law. Qui il l’espediente è ancora più marcato: la coppia giapponese, che porta con sé la pesante valigia rossa, cammina percorrendo strade anonime. Dietro ai due ragazzi si scorgono vecchie case, i lampioni, le sedie a dondolo sotto i porticati malandati: tutto scorre attraverso i movimenti della macchina da presa di Jarmush, sincronici al punto giusto rispetto al passo dei sue ragazzi.
Alla fine del film tutti noi ci rendiamo conto della necessità di prendere posto, di tanto in tanto, su un Mystery train per recarci in luoghi diversi, ma anche uguali, portandoci dietro inevitabilmente, oltre ad una valigia rossa, anche le nostre malinconie, i rimpianti e la solitudine.
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