Il cinema di Jim Jarmusch: “Night on earth” (Usa 1991)

Cinque taxi drivers

(marino demata) Nel 1991 Jarmush, che già aveva in un paio di opere precedenti sperimentato la concomitanza di storie parallele ed episodi diversi nel medesimo film, decide di girare un film ad episodi completamente staccati l’uno dall’altro, legati soltanto dalla circostanza di essere tutti girati in un taxi in varie città del mondo e dallo svolgersi tutto in una notte. E soprattutto (uno dei pregi del film) legati dalle belle musiche di Tom Waits e dalle belle canzoni Good Old World e Back in the Good Old World. Nasce l’idea di Night on earth (col banalissimo titolo italiano di Tassisti di notte).
Gli episodi hanno come titolo i nomi delle città in cui si svolgono. Il primo è Los Angeles. A guidare il taxi è  Corky (Wynona Ryder), che prende all’aeroporto una indaffarata agente cinematografica (Gena Rowlands) incaricata del casting di un film. La taxi driver, con i suo modi sbrigativi e col suo esprimersi  del tutto particolare e originale, la impressiona positivamente al punto che, al termine della corsa in uno dei quartieri più esclusivi di LA, parte la proposta di assegnarle una parte nel prossimo film. Ma, con lo stupore dell’agente cinematografico, Corky rifiuta dicendo che un lavoro già ce l’ha e che la sua aspirazione è quella di fare il meccanico.vlcsnap-2017-09-26-17h32m50s057.png
Siamo a New York:  Yoyo (Giancarlo Esposito) vuole tornare a casa a Brooklyn e ferma un taxi guidato da uno spaurito driver (Armin Mueller-Stahl), tedesco da poco arrivato da Dresda alla sua prima esperienza con un’auto con cambio automatico e al suo primo cliente in assoluto.  Yoyo è costretto a mettersi alla guida anche  perché l’autista non conosce le strade di New York.
A Parigi un tassista (Isaach De Bankolé) vede salire sul proprio taxi un donna cieca e da qui nasce una discussione su quello che manca ad una persona cieca e su quello che non manca e gli elementi di sensibilità maggiori.
A Roma un sacerdote molto malandato e malfermo (Paolo Bonacelli) sale sul taxi guidato da Roberto Benigni, che approfitta della inusuale presenza per confessare i propri peccati in maniera colorita e troppo realistica per il suo ospite, che muore di infarto.
Infine ad Helsinki un tassista (Matti Pellonpää) imbraca nel proprio taxi un ubriaco appena licenziato dal lavoro e due suoi amici. I tragitto diventa l’occasione per uno scambio di vedute sulle sfortune che incombono nella vita di ciascuno.vlcsnap-2017-09-26-17h33m10s526.png
Il film nasce da un’idea della solita Claire Denis, vera e propria ispiratrice anche di tutti i film precedenti di Jarmush e collaboratrice alla regia anche di Wim Wenders.  Jarmush realizza quest’opera con una certa ampiezza di mezzi e, per a prima volta, con  un cast internazionale di tutto rispetto; elementiche però non intaccano il carattere indipendente, anche questa volta, del suo cinema.
Il film, al contrario delle opere precedenti, non riesce però ad avere una sua unità, che naturalmente è difficile ottenere in cinque storie così eterogenee collegate tra loro da un filo troppo tenue. La disarmonia alla fine diventa l’elemento prevalente tra episodi meglio riusciti ad altri nei quali la vena del regista sembra un po’ bloccarsi.
Si può affermare che i due episodi americani sono quelli meglio riusciti, ove evidentemente il regista si sente molto più a propri aggio. Quello di Los Angeles si regge su una stupefacente performance di Winona Ryder, in assoluto la migliore tra gli interpreti del film: il personaggio di Corky, scritto appositamente per l’attrice, rappresenta forse una delle migliori interpretazioni della Ryder.
La punta più alta di umorismo viene trovata da Jarmush nell’episodio di New York, nei continui e gustosi battibecchi tra l’autista, un tedesco appena arrivato in America e il suo passeggero. Mentre lascia più perplessi l’episodio di Roma, ove sembra che il regista si sia totalmente affidato alla verve (eccessivamente logorroica) dell’amico “Bob” Benigni. Rivedendo l’episodio a distanza di anni dobbiamo affermare che non ha resistito all’”usura” del tempo: in alcuni passaggi il confine tra comicità e volgarità sembra varcato con troppa disinvoltura e la lunghezza del monologo, oltre che far morire il sacerdote (male interpretato da Bonacelli), stanca lo spettatore. Almeno quello di oggi, naturalmente.vlcsnap-2017-09-26-17h41m01s635.png
L’episodio francede risulta un po’ fiacco, anche se ha il merito di farci conoscere il misurato e bravo Isaach De Bankolé, un attore che sarà ancora utilizzato da Jarmush fino al ruolo di protagonista assoluto in The limits of control. E infine l’episodio che si svolge ad Helsinki è ben interpretato dai quattro attori finlandesi, ma risulta alla fine essere una storia troppo tenue e un po’ scontata.
Jarmush con questo film riprende ancora una volta il tema del vagabondaggio, vera e propria costante del suo cinema. Ma questa volta sperimenta il vagabondaggio nato non dalla volontà dei personaggi di andare verso il “diverso”.  La novità  è che l’andare in giro dei cinque  taxi driver è dettato dalla tipologia del proprio lavoro. Dunque è un vagabondaggio in certo senso istituzionalizzato le cui mete sono decise dalle necessità e dai clienti. Probabilmente Jarmush voleva sperimentare un ulteriore diverso tipo di vagabondaggio dei suoi eroi. Da qui è sicuramente nata l’idea dei cinque taxi driver in altrettante capitali.
La fotografia in questo caso è affidata a Frederick Elmes, al contrario dei recedenti film, nei quali Jarmush si era servito del wendersiano Robby Muller.  La direzione della fotografia è stata valutata positivamente, tanto che Elmes ha vinto l’Independent Spirit Award come migliore direttore della fotografia.
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