Il cinema di Jim Jarmusch: “Dead man” (Usa 1995)

“It is preferable not to to travel with a dead man” (Henry Michaux)

 


(marino demata)  (SPOILED ZONE: Lo scritto che segue svolge delle considerazioni sull’insieme del film e quindi fa inevitabile riferimento anche alla sua parte finale)
Dead man rappresenta il punto più alto dell’ispirazione filmica di Jim Jarmush e una decisa virata nella sua filmografia. Il regista indipendente di Stranger than Paradise e Mystery train, già apprezzatissimo tra gli amanti del cinema non-classico, qui, senza perdere di un centimetro la propria indipendenza, realizza un’opera assolutamente unica nel suo genere, che assurge a livelli di poesia e di liricità, che ritroveremo anche in altri film successivi del regista, ma forse mai con la medesima organicità e intensità.
Innanzitutto chiariamo che l’elevato e diverso livello artistico del film non significa improvviso abbandono delle tematiche che avevano caratterizzato le opere precedenti. Al contrario quelle tematiche vengono sviluppate e portate alla loro massima espressione. Prendiamo subito il tema più frequente nella filmografia di Jarmush, presente in tutti e cinque i lungometraggi precedenti: quello del viaggio, del movimento, sia esso consapevole e volontario oppure costretto o imposto da altri (da altre persone o dal destino).  Mystery train, forse il più bello e ricco di temi tra i  film precedenti, terminava con l’immagine del treno che lascia Memphis, per perdersi nel ventre dell’America.vlcsnap-2017-09-27-17h59m08s376.png  Ebbene, quasi ideale proseguimento, Dead man inizia con l’immagine del treno, un’immagine questa volta fortemente reiterata, ove le rotaie, che sfrecciano sui binari, più volte riappaiono sulla scena in un montaggio quasi convulso che le alterna all’immagine dell’interno del vagone. Ove si trova seduto un uomo del tutto diverso dagli altri viaggiatori: viene dal nord e indossa un vestito che sembra bizzarro agli altri, tutto quadrettato, cappello nero e un ampio borsone. Siamo alla fine dell’’800 e l’uomo si chiama William Blake(Johnny Depp) ed è diretto a Machine in Arizona ove  c’è un lavoro che lo attende, come garantito da una lettera di assunzione arrivatagli qualche settimana prima. Blake trascorre il tempo ad osservare gli altri viaggiatori e a guardare il paesaggio desertico fuori dal finestrino. La scena del treno dura circa dieci minuti, i tempi dilatati e lenti ai qual Jarmush ci ha abituati, ma sempre pieni di elementi significativi. Dieci minuti tra le immagini e il rumore delle rotaie e i silenzi pieni di curiosità dell’interno del vagone. Silenzi rotti soltanto dalle improvvise affermazioni del macchinista,che, lasciata per un istante la caldaia della locomotiva, prende posto di fronte a Blake e declama versi dal sapore di morte.  La morte che è già nel titolo del film e che informerà di sé l’intera storia, che diventa un viaggio verso il nulla o, se si vuole, un viaggio iniziatico verso un nuova vita.vlcsnap-2017-09-27-18h27m52s266.png
A Machine invano Blake reclamerà il suo posto di lavoro sventolando la lettera di assunzione sotto il naso dell’inflessibile capo del personale (John Hurt) e poi sfidando inutilmente le ire del padrone: John Dickinson (Robert Mitchum alla sua ultima apparizione sullo schermo). In strada una bella ragazza lo invita nel proprio piccolo appartamento ove Blake trascorre qualche ora lieta, interrotta dall’irruzione di un uomo, Charlie (Gabriel Byrne), ex compagno della ragazza,  che il destino vuole che sia proprio il figlio del padrone della fabbrica, John Dickinson. In seguito ad un alterco, Charlie estrae la pistola per uccidere Blake, ma la ragazza gli si para innanzi e viene uccisa. Il colpo arriva anche nel petto di Blake, che a sua volta uccide Charlie con la pistola che trova sotto il cuscino.
Poco prima Blake si era stupito della presenza della pistola nel letto e aveva chiesto:
“Perché ce l’hai?” E si era sentito rispondere: “Perché siamo in America”.
Con due morti di fronte, a Blake non resta altro da fare che fuggire dalla finestra e poi mettersi in marcia il più lontano possibile da quella strana città, inseguito da una taglia e da tre avventurieri assoldati da Dickinson per vendicare l’uccisione del figlio e il furto di un proprio cavallo pezzato.
E’ a questo punto che inizia il vero e proprio viaggio che rappresenta anche una fuga che il destino e le circostanze obbligano ad intraprendere e di cui il viaggio in treno è stato in certo senso solo il prologo.vlcsnap-2017-09-27-18h55m51s256.png
Come sempre in Jarmush, il viaggio è fisico e soprattutto dell’animo: in questo caso  verso la morte già evocata dal titolo del film.  Nel corso di questo viaggio Blake ha la fortuna di incontrare un indiano, chiamato Nessuno (Gary Farmer), in certo senso “indipendente” dalle varie tribù, che gli racconta la sua storia: è stato portato per lungo tempo in Inghilterra ove ha conosciuto la cultura europea e poi di nuovo in America. Assistiamo dunque ad un rovesciamento (non sarà l’unico) dello stereotipo che vuole il bianco colto e Intraprendente rispetto all’indiano rozzo e incolto. Qui l’indiano ne sa di più del bianco ed ha tanto da insegnargli.
Proverà anche a estrargli dal petto il proiettile col quale Blake ormai convive, ma con scarsa fortuna: non può scendere in profondità per non danneggiare il cuore.
E quando Nessuno chiede al suo compagno di viaggio bianco quale sia il suo nome e si sente rispondere William Blake, non crede alle sue orecchie. Pensa che si tratti del grande poeta e pittore inglese redivivo William Blake ha infatti avuto un ruolo di primissimo piano nella letteratura e nella cultura inglese del XIX secolo. Un grande poeta che il suo giovane interlocutore bianco non conosce:
“È una menzogna, o un trucco dell’uomo bianco!” esclama Nessuno. E di rimando Blake dice: “No. Mi chiamo William Blake”.  “Ma allora sei un uomo morto….Tu eri un poeta e un pittore. E ora sei un assassino di uomini bianchi.”vlcsnap-2017-09-27-21h35m07s672.png
Perché Jarmush ha scelto William Blake come nome per il suo protagonista? Perché è un personaggio della cultura  che egli ammira moltissimo: “Era un poeta visionario inglese, e inoltre pittore e grafico. Il suo lavoro è stato rivoluzionario ed egli fu anche imprigionato per le sue idee.” Jarmush non ama manifestare spesso le sue idee personali e i suoi riferimenti nel passato. Ma in questo caso sì. Nell’intervista citata vuole chiarirci in poche battute il perché della scelta del nome del poeta inglese per il suo personaggio.
Questa voluta confusione tra il protagonista e il poeta William Blake, causata dall’omonimia ci sospinge nel cuore di un altro elemento centrale di questo meraviglioso film: il senso dell’ambiguità, che crea spaesamento e confusione. L’ambiguità di William Blake  è anche l’ambiguità dell’intero film che formalmente sarebbe un western, ma che in realtà si dimostra essere un anti-western, innanzitutto attraverso il bianco e nero che cancella di un solo colpo decenni di film fondati su una standardizzata tavolozza cromatica. E poi per lo svolgimento della storia. Già si è detto della superiorità culturale di Nessuno rispetto a Blake. Il quale ultimo è un anti-eroe, uccisore dei suoi nemici suo malgrado, solo per difendersi e sopravvivere, ma il cui destino è scandito dalle varie fasi di avvicinamento alla morte, preannunciata già nel titolo del film. Ambiguità fondamentale del protagonista che gradatamente cambia pelle. Non sapeva che il suo nome evocasse un grande poeta e lo scopre dall’indiano Nessuno. Si appropria di quel riferimento e, di fronte ai cacciatori di taglie e suoi aspiranti assassini, che lo riconoscono dai cartelli “WANTED” disseminati nella foresta, egli  dice con un certo orgoglio “Si sono William Blake. Conosci la mia poesia?”, prima di far partire due colpi di pistola per eliminare i due uomini! E dopo aver incarnato il poeta a lui sconosciuto, il protagonista del film gradatamente, di ambiguità in ambiguità, finirà per assumere le sembianze di un indiano.vlcsnap-2017-09-27-21h38m51s925.png
Anche in questo film  Jarmush si lascia a volte andare a citazioni colte non solo dal grande William Blake (citato essenzialmemte da Nessuno), ma anche dai suoi film precedenti e con grande disinvoltura che magari non è piaciuta a qualche critico. Nessun problema, secondo noi, nel contesto di un film meraviglioso.  Ad esempio Blake, il protagonista del film, viene da Cleveland, città che ricorre nel secondo film di Jarmuch, Stranger than Paradise, meta di una delle gite dei due protagonisti e di cui vediamo in quel film molti scorci e soprattutto il lago Eire, evocato nel discorso in treno di Blake col macchinista.
E soprattutto ritroviamo, in un ragionamento fatto da Nessuno, il principio espresso sempre in Stranger than Paradise, che alla fine, girando e poi girando ancora, tutti i posti sembrano uguali. In quel film Eddie dice:  “E’ incredibile. Ogni posto sembra uguale agli altri.”E Willie, il protagonista, risponde “E ora te ne sei accorto?”. In Dead man il concetto di diversità/identità è espresso dal colto indiano in un modo più mediato e sofisticato, allorché dice di aver girato per molte nuove città dell’America e di aver incontrato sempre le medesime persone: “Ogni volta che arrivavo in una nuova città i bianchi vi avevano già trasferito la loro gente. In ogni nuova città la gente era la stessa della città precedente. E io non riuscivo a capire come facessero a spostare una città così velocemente.” vlcsnap-2017-09-27-21h47m37s996.png
Una delle chiavi della bellezza e del successo del film è il costante accompagnamento di ogni sequenza con la chitarra elettrica di Neil Young, quasi un meraviglioso concerto per sola chitarra elettrica di oltre due ore!
Jarmush ha rivelato in un’intervista, diligentemente riportata su “Rockin’ in the free world” del 2010 da Pier Cardinali, che “Neil Young ha cercato dentro di sé la reazione emotiva al film esprimendola con la chitarra elettrica. È l’unico strumento che ha impiegato ma con l’effetto dilatato, sinfonico: a parte l’intervento del pianoforte in un paio di momenti, la musica di Dead Man è la chitarra di Neil, che lui trasforma in orchestra, facendone un movimento mentale, avvolgente, come una voce off. La musica di Neil Young è diventata un personaggio del film, controcanto del protagonista Johnny Depp.” E la metodologia di lavoro adoperata da Young è stata quella di chiudersi per due giorni in uno studio e di improvvisare il suono della sua chitarra elettrica vedendo simultaneamente scorrere le immagini del film. In questo contesto naturalmente grande importanza assume il lavoro del montatore che, da Night on earth è Jay Rabinowitz, col quale il regista condivide gusti musicali e ritmi del montaggio dei film.vlcsnap-2017-09-27-21h29m12s331.png
Altro elemento essenziale per un film dalle delicate e significative sfumature visive come Dead man è la fotografia un bianco e nero, resa ancora una volta magistralmente dal geniale Robby Müller, usuale direttore della fotografia di Wim Wenders e dello stesso Jarmush, con la sola eccezione di Night on earth. Si trattava di creare un bianco e nero molto contrastato, con sfumature che ricordassero i tempi delle origini del cinema e perfino con qualche sgranatura. Anche qui non per gusto citazionista, ma del tutto funzionali al film in sé.
Discorso a parte merita Johnny Depp, in questo film al meglio della sua forma e della sua carriera. E’ un film che l’attore ha sentito particolarmente, perché solletica le sue origini indiane e il suo orgoglio Cherokee. Quella storia, raccontatagli da Jarmush per convincerlo ad accettare la parte, di un piccolo impiegato che nasce bianco e poi, nel corso del film, gradatamente, grazie all’aiuto del pellerossa Nessuno (a sua volta diventato bianco di cultura), muore come indiano, dovette appassionare particolarmente l’attore, che, mai come questa volta, appare particolarmente ispirato e convinto.vlcsnap-2017-09-29-13h42m23s314.png
Ricordiamo che pochi mesi dopo Johnny Depp vorrà ritornare sul tema girando il suo unico film da regista, The brave, opera negativamente accolta al Festival di Cannes, mai distribuita in America per volere dello stesso autore, eppure non priva di una sua sincerità e di un suo valore. Depp costruisce per sé un personaggio perdente come la tribù e il popolo che incarna, dotato di grande umanità, vittima dell’alcool e della vita in generale che continua a ferirlo, fino agli esiti estremi. Arrivando al colmo dell’abiezione con la vendita di se stesso per  50.000 dollari, comprensivi della sua morte da filmare, in un’ultima atroce genialità.
Per concludere il discorso su  Dead man – conclusione provvisoria di questi appunti che meriterebbero, per la grandezza del film, ben altri sviluppi – ci hanno particolarmente colpito alcune immagini di lirismo. Come sempre Jarmush non ha fretta, e se gli capita di volersi soffermare su una scena o su un particolare significativo, non esita a farlo. Si prenda la toccante scena nella quale Blake scorge un piccolo cervo morto: lo guarda, si avvicina e alla fine si addormenta accanto ad esso. E poi la scena nella quale abbandona, nella parte finale del film, il cavallo pezzato, suo inseparabile mezzo di locomozione lungo tutto il viaggio. Con una bellissima soggettiva che ci fa guardare il cavallo con gli occhi del protagonista, scorgiamo l’estremo disorientamento della bestia, quasi barcollante e incerto sul da farsi, privo di una guida ricevuta per tanti giorni. E infine la meravigliosa scena finale, nella quale si compie l’ambigua e kafkiana metamorfosi di Blake nelle sembianze di un indiano, sdraiato nella canoa, nell’ultima frazione del suo viaggio verso il luogo, come dice Nessuno, da dove tutti siamo venuti, e dove il mare si confonde col cielo.

 

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