“Loft” (Jap. 2005) di Kiyoshi Kurosawa – Domenica 8 ottobre al Museo Novecento Firenze – Recensione e Trailer

Un Horror/Thriller di grande impatto

(marino demata) Kiyoshi Kurosawa, dopo anni di apprendistato e di aiuto a vari registi, trova finalmente la strada che lo porta al suo primo lungometraggio nel 1997, all’età di 42 anni. Il film di esordio è Cure, col quale il regista prende decisamente l’indirizzo del genere Horror, introducendo nuovi e elementi ed accorgimenti che lo segnalano al pubblico come innovatore di un genere che sembrava decisamente in crisi. Per questo motivo non stupisce che la filmografia del regista sia quasi completamente piena di film del genere, con la sola eccezione di un paio di opere, tra l’altro anche ben riuscite,  nelle quali fa incursione nel  melodramma.
I caratteri innovativi maggiori con i quali in qualche modo ha rinnovato l’Horror sono da rintracciare principalmente nella sua capacità di giocare con i vari generi, mescolandoli tra loro, creando quasi un senso di disorientamento e a volte disaggio negli spettatori. Lo vedremo ora parlando del film Loft, che a metà proiezione vira decisamente verso un altro genere, il Thriller. Oltre a questo va segnalato uno stile nelle riprese decisamente personale con caratteri di originalità, che noteremo anche in Loft.vlcsnap-2017-09-30-22h42m36s615
Hatuna Reiko (Miki Nakatani) è una scrittrice di discreto successo che si trova in un momento difficile come persona e come autrice. Nella prima scena Reiko è davanti allo specchio a pulirsi con cura il viso, quasi volesse purificarsi, e poi gira lo specchio per  non vedere più il suo volto. Qui già il regista introduce un tema che ricorrerà fino alla fine del film: la necessità della purificazione dalle proprie colpe, che accomuna tutti i personaggi del presente e del passato. Ma Reiko ha un grave e strano problema di salute: ha una tosse insistita che le determina il vomito di una materia grigiastra simile al fango.  La donna sembra un po’ sottovalutare il fenomeno, riconducendolo allo stress.
Di fronte a questi problemi Reiko confida al suo editore la necessità di cambiare aria e di andare per un periodo a vivere lontano dalla città, in un luogo appartato. L’editore, che rivendica a sé buona parte del merito del successo della scrittrice, trova per lei una casa in campagna molto lontano dalla città e la incita a terminare il racconto che sta scrivendo.
Ma Reiko, trasferitasi nella nuova casa, è soprattutto attratta dalla casa vicina abitata da un uomo molto riservato, un archeologo, Yoshioka Makoto (Etsushi Toyokawa).  Reiko è morbosamente attratta da quanto succede nella casa vicina e, nascosta, osserva con un interesse voyeuristico, che diventerà ben presto reciproco. Reiko si accorge che l’uomo ad un certo punto trasporta dall’auto alla casa un corpo ben avvolto in un involucro impermeabile. Si tratta di una mummia che l’archeologo è riuscito a fare emergere dal fango del  lago Midori. In effetti, attraverso documenti ufficiali, lei scopre che il gruppo archeologico dell’Università  di Sagami ha scoperto una mummia nella palude fangosa di Midori. vlcsnap-2017-09-30-19h20m30s766.png
Quando i due vicini di casa fanno la loro diretta conoscenza, lui spiega alla donna che la buona conservazione della mummia è dovuta ad alcuni tipi di fango che preservano gli organi e che le donne 1000 anni fa ingoiavano per conservare la loro bellezza. Reiko sembra non fare molto caso alla analogia tra il fango ingerito dalla mummia quando era in vita e quello da lei vomitato. Ma allo spettatore non sfuggirà tale collegamento, che rappresenta solo l’inizio di una serie di collegamenti tra i vari personaggi.
Entrati più in confidenza, Yoshioka chiede a Reiko di poter tenere la mummia per alcuni giorni nella sua casa, perché egli dovrà ospitare dei tirocinanti. Ma la presenza della mummia inevitabilmente crea a Reiko paure e strane ossessioni, nonché la suggestione di strani rumori.
Ricompare l’editore che ha un violento alterco con Reiko, che gli consegna dei capitoli del suo romanzo, che in realtà non sono altro che una parte di un manoscritto  trovato nella casa e lasciato dai precedenti inquilini, dl titolo Adorato”.vlcsnap-2017-09-30-19h32m06s056.png
Tutti a questo punto sarebbero legittimati a credere che il centro della storia e la fonte del terrore sia costituito dalla mummia, ma non è così. Il regista ci sorprende mettendo in secondo piano la vicenda della mummia e introducendo un nuovo personaggio, un’altra scrittrice, precedente ospite della medesima casa e uccisa in quel luogo. Il suo fantasma aleggia ancora nella casa e nei pensieri e nei ricordi dell’archeologo.
Il film, e forse questa è la sua bellezza, resta a lungo in bilico tra la realtà, immaginazione e ricordo: i tre piani si intrecciano creando un susseguirsi di situazioni che vedono come protagonisti i cinque personaggi: Reiko, l’archeologo Yoshioka, l’editore e la scrittrice morta, oltre alla mummia. Una girandola di situazioni che non mancano di creare un certo livello di suspense: c’è un omicidio che è stato commesso e di cui non si capiscono ancora i contorni né l’autore. E questo porta il film sui lidi del Thriller, genere che va ad intrecciarsi al livello di Horror fino a quel punto imperante. Le immagini diventano sempre più cupe ed oniriche ed emerge la capacitò del regista di piegare il suo linguaggio cinematografico alle esigenze e ai misteri della storia: Kurosawa non disdegna le immagini sbilenche o addirittura il  verticale che diventa orizzontale, partendo da “soggettive” di un corpo sdraiato. Così come il suo stile personalissimo prende quota attraverso la camera fissa e le immagini dense di contenuto, ove l’occhio ha sempre qualcosa con cui tenersi fortemente occupato. E si moltiplicano i primi e primissimi piani e i particolari ravvicinati soprattutto delle mani dei personaggi.vlcsnap-2017-09-30-22h11m39s058.png
C’è sicuramente un senso metaforico relativo a molte situazioni del film: la mummia che è una giovane donna che si è garantita in pratica l’immortalità del proprio corpo attraverso l’ingestione di determinate qualità di fango e l’immortalità a cui aspira Reiko con la pubblicazione delle sue opere. E il senso della colpa che ritorna nella seconda parte del film, fino al sorprendente finale, ove sembra che il destino voglia riprendersi quello che è stato carpito ingiustamente.
Alla fine uno degli oggetti-simbolo più importanti risulta essere un inceneritore, attraverso il quale i due protagonisti principali si sbarazzano delle cose più incomode, compreso il manoscritto che Reiko ha trovato nella casa, “Adorato”, in parte utilizzato per tacitare l’editore.
Noi spettatori occidentali siamo abituati ad uno schema dei film Horror di un certo tipo,  certamente  più lineare e semplificato e, vedendo Loft, restiamo come disorientati di fronte ad un modo nuovo di intendere il genere, che si ripercuote nella narrazione, nelle scelte stilistiche e nella contaminazione dei generi. Tutto questo accentua l’interesse per Kiyoshi Kurosawa e la voglia di scoprire altri lavori di questo interessante regista giapponese.

Extrait de Loft, de Kiyoshi Kurosawa:

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