“Madre!” (Usa 2017) di Darren Aronofsky

Una creatività senza limiti né freni

(valter chiappa) (riverflash)
Dopo la proiezione a Venezia, “Madre!”, l’ultimo film di Darren Aronofsky (“Requiem for a dream”, “The wrestler”, “Il cigno nero”) è stato subissato di fischi. Nelle recensioni le critiche sono quanto mai severe e talora livorose verso il regista americano. Tanto basta per destare l’interesse: perché non bollare un film semplicemente come brutto, senza questi eccessi di emotività nei giudizi? Paradossalmente, a nostro giudizio, “Madre!” è tutt’altro che brutto, anzi è un ottimo film.
Il punto è che il lavoro di Aronofsky, cosa invero singolare, lascia spazio ed ammette reazioni contemporaneamente antitetiche: ci si può lasciar trascinare, anche emotivamente, dal suo vortice creativo o ci si può alzare dalla poltrona e andarsene con la medesima ragione. Il regista parte da un filo narrativo essenziale per costruire una vicenda kafkiana, cui imprime un crescendo rossiniano. Il sottile velo di mistero soccombe all’assurdo, che monta inesorabilmente, supera i limiti del grottesco, diventa inaccettabile. E in questo percorso che Aronofsky si lascia andare, in una solenne ubriacatura intellettuale o, a seconda dei punti di vista, in una manifestazione di patologico narcisismo. È qui che si dividono le strade per il giudizio dello spettatore, che può partecipare all’orgia o sentirsi insultato da una iperbolica presunzione. Oppure, come chi vi scrive, ammettere entrambe le cose.Mother.png
Uno scrittore (Javier Bardem) in crisi di ispirazione vive in una casa isolata nella campagna che la sua donna (Jennifer Lawrence) sta pazientemente ristrutturando dopo l’incendio che l’ha distrutta. Un giorno uno sconosciuto (Ed Harris) bussa alla porta; l’artista lo accoglie e gli dà ospitalità, con disappunto di lei. La violazione del nido coniugale, all’inizio minima e limitata a qualche sigaretta fumata dentro casa, si amplifica con il successivo arrivo della spocchiosa moglie dell’uomo (Michelle Pfeiffer) e poi ancora dei figli in lite per questioni ereditarie.
A questo punto il gioco si svela: non c’è più una trama da seguire, ma una provocazione che diventa via via più sfacciata.
La ribellione della donna porterà lei a raggiungere il suo fine, diventare finalmente la Madre e l’uomo a ritrovare l’ispirazione. Ma, pubblicata la sua nuova opera, il gioco si ripete. La nuova invasione è quella dei fan (o fanatici) dello scrittore, che lui accoglie con compiacimento. Il finale è pirotecnico, grottesco, trash, orrorifico e tante altre cose insieme. Fino alla palingenesi finale.Mother
Ci si può perdere, e forse è inutile, nel cercare significati in una vicenda che diventa man mano traboccante di metafore sempre più ardite fino a sfiorare la blasfemia, di geniali invenzioni o di provocazioni sfacciate, di sottili elucubrazioni o di chiassose pacchianate. Aronofsky ha invocato le teorie ambientaliste di cui è sostenitore: la Madre sarebbe quindi la Natura, violata dal impulso distruttivo dell’uomo. Ma c’è anche un evidente riflessione sullo stesso processo creativo, sul narcisismo onanistico e il delirio di onnipotenza dell’artista, cui il ruolo ordinatore della Musa non riesce a porre freno (non si può non considerare che nella vita la Lawrence è la compagna di Aronofsky). Oppure un discorso ancor più generale sulla Maternità, come pura essenza della donna, creatrice non solo della nuova Vita, ma di ogni forma d’Ordine, che però il regista condanna ineluttabilmente al ruolo di vittima sacrificale. Quale che sia il pensiero di Aronofsky, è tutto racchiuso in quel volto angelico costantemente inseguito dal suo obiettivo, occhio incapace di staccarsi da esso, mentre all’esterno la mente lo distrugge.
Tanto, sicuramente troppo. Aronofsky declama, pontifica, delira, gioca: non ci si può stupire che qualcuno se ne senta offeso. Noi, meno permalosi, abbiamo goduto di quei magistrali movimenti della macchina da presa impegnata in interminabili piani sequenza, della costruzione di scene complesse fino a dipingere nuove Babele o inferni Boschiani, di una creatività che, pur presuntuosa ed arrogante, non ha limiti nè freni.
Sì, nonostante i fischi, per noi “Madre!” è un gran film.
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