“Dove non ho mai abitato” (IT 2017) di Paolo Franchi

 

(valter chiappa) (riverflash)
Può la passione sovvertire le nostre vite? Seppure l’abbiamo riposta rinunciandovi, nel difficile lavoro quotidiano di cercare un possibile equilibrio, siamo capaci di tacitarla per sempre? Sono le domande che Paolo Franchi si e ci pone nel raccontare la storia d’amore di “Dove non ho mai abitato”.
Manfredi, famoso architetto torinese (Giulio Brogi), ha un infortunio che lo allontana dal lavoro. La figlia Francesca (Emmanuelle Devos), trasferitasi a Parigi da vent’anni, si trattiene per assisterlo. Il padre, che le rinfaccia continuamente di aver abbandonato la professione ed il suo talento, la coinvolge suo malgrado nel progetto di una villa per due ricchi sposini (Fausto Cabra e Giulia Michelini), affiancandola al suo più fidato collaboratore, Massimo (Fabrizio Gifuni), con grande disappunto di quest’ultimo.
I due hanno seguito diverse strade verso la stessa meta. Francesca è fuggita dalla passione per l’architettura e per la vita e si è sepolta in un convenzionale matrimonio senza amore con il ricchissimo Benoit (Hippolyte Girardot), mite e comprensivo. Massimo ha congelato la passione e si è rinchiuso nel suo lavoro, nascondendosi dietro le mura sicure della sua spocchiosa competenza. Con i clienti non trova empatia. Con la compagna Silvia (Isabella Briganti) ha una relazione cui concede uno spazio temporalmente e affettivamente limitato. Progetta case per gli altri, mentre la sua è ancora ingombra degli scatoloni del trasloco.
Inutile dire che, nonostante le difese che entrambi provano ad erigere, scoccherà la scintilla dell’amore. Ma non è questo che importa nel racconto di Franchi, bensì le sue conseguenze.
La passione è un ospite scomodo, ci mette a nudo, scopre i nostri limiti, ci impone di affrontarla, vuole dominare, togliendoci la sicurezza del controllo. È un avversario difficile, che spesso è più comodo evitare, o rinchiudere, come in un progetto, in uno spazio perfettamente delimitato. Ma è uno scontro che non si può evitare: la passione prima o poi si presenta ed attende le nostre risposte.
Franchi inserisce la vicenda in un contesto alto-borghese, con le sue naturali rigidezze, disegna ambientazioni sobrie ed eleganti, le dipinge con luci tenui: tutto costruisce la prigione in cui si vorrebbe ingabbiare il sentimento. Ma al contempo dirige dall’interno il flusso contrario, cercando l’ineffabile nei volti dei protagonisti, inseguiti costantemente dall’obiettivo. È su quei visi, grazie alla bravura degli attori, che si svolge il tema della narrazione, che la passione trova il suo schermo: la chiara pelle della Devos si illumina man mano di una luce nuova, i muscoli facciali si distendono, scaldati da un calore che dilegua l’usuale algida postura. Gli occhi di Gifuni invece scintillano, trapassando il cupo della folta barba, lampi che emergono da un mondo oscurato ma ancora lucente.
Nel suo narrare Franchi non perde comunque mai la misura. L’emergere dell’amore non è mai un’esplosione, ma un sottile raggio caldo che pervade gli animi e poi i corpi, concretizzandosi, con un’inattesa carica erotica, nel gioco di due mani che si cercano o di dita che scorrono su una camicia di seta. Ulteriore merito del regista sta nel conferire ad una storia semplice nella sua essenza, non banali derivazioni di carattere psicologico, puntando l’attenzione particolarmente sugli influssi genitoriali, rendendo così la sua trama sottile variegata ed accogliente.
Ognuno di noi, uscito dalla sala, pungolato dalle domande di Paolo Franchi, potrà riflettere sulle sue scelte. Magari con rimpianto, se abbiamo ospitato la passione solo nella casa dove non abbiamo mai abitato. Ma nulla potrà cancellare che chi ce l’avrà donata ha aperto per sempre nelle nostre mura una stanza di vetro, da cui la luce può entrare senza ostacoli. Una stanza da dove, fosse anche per una sola sera, abbiamo guardato il cielo.
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