“La femme infidèle” (FR 1968) di C. Chabrol – Sabato 11 novembre ore 21.00 a Villa Arrivabene a Firenze

Un noir targato Nouvelle Vague

 

(marino demata) Il cinema francese, così come quello americano, ha una ampia tradizione del genere noir, sviluppatosi in entrambi i Paese negli anni ’40 e ’50. Ci sono differenze, ma anche grandi somiglianze: ne fa fede innanzitutto l’ambientazione  che è molto in entrambe le cinematografie:  i momenti più salienti delle storie narrate si svolgono di notte,  in ambienti nebbiosi, in zone popolari e malfamate. Un schema ampiamente utilizzato in Francia da autori come Jacques Becker, Jules Dassin (americano autoesiliatosi in Europa per sfuggire al maccartismo), Jean Renoir, per citarne solo alcuni. Anche qualche titolo ne fa fede; si prenda ad esempio I trafficanti della notte dello stesso Jules Dassin, ma anche altri titoli di film non propriamente noir, ma piuttosto melodrammi, che hanno comunque nel loro svolgimento elementi chiaramente desunti  dal noir, come i due classici film di Marcel Carnè: Alba tragica e Il porto delle nebbie.La femme in2
La Nouvelle Vague rovesciò completamente schemi e ambientazioni del noir tradizionale. Partendo dalla considerazione generale che il cinema doveva occuparsi delle storie della vita quotidiana nel loro svolgimento il meno artificiale possibile, rifiutò i canoni dei generi classici. Perchè mai le problematiche presenti nelle storie del thriller o del noir dovrebbero prevalentemente svolgersi di notte e nelle nebbie?
La vita quotidiana e giornaliera offre una campo vastissimo di situazioni nelle quali si svolgono normalmente le storie drammatiche della vita, come omicidi, violenze, ruberie, ecc.  Come dimostrano decine di film di Hitchcock, il grande maestro, poco apprezzato in America, ma adorato dalla Nouvelle Vague e segnatamente da Truffaut e Chabrol:  il primo lavorò col maestro americano in una lunga intervista realizzata a Los Angeles, il cui materiale è diventato oggetto del libro di cinema più importante mai esistito, “Il cinema secondo Hitchcock”, mentre i secondo scrisse ben otto saggi brevi su di lui, prima di dare alle stampe il primo grande libro sul maestro americano del thriller.La femme inf.jpg
Ne La femme infidele, un film bellissimo e importante nella filmografia di Chabrol, i segni dell’influenza di Hitchcock, pienamente metabolizzata dalla Nouvelle Vague, sono evidentissimi e fanno da demarcazione rispetto al noir classico. L’ambientazione e il livello sociale dei protagonisti sono  del tutto opposti: il film è solare. Charles Desvallées  (Michel Bouchet), benestante alto-borghese, titolare di una società di assicurazioni, vive con la moglie Hélène (Stephane Audran) e il figlio undicenne in una bellissima villa nei dintorni di Versailles. Insomma tutti gli eventi, anche quelli delittuosi, sono inseriti nel flusso della vita quotidiana.  La stessa storia del film è di una semplicità solare: una famiglia alto-borghese vive una vita tranquillissima finchè il capofamiglia comincia ad avere sospetti sulla fedeltà della moglie, che risultano fondati. Partendo da questo semplice assunto, scaturiranno azioni tragiche.
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La famiglia si ritrova unita soprattutto a tavola, quando ciascuno racconta l’andamento della propria giornata o nei momenti di relax nel giardino della lussuosa villa (tipica la scena iniziale: la madre di lui, in visita, sfoglia l’album di foto del figlio assieme alla nuora e quando lui arriva, marito e moglie si scambiano affettuosità).
Il film non ha dialoghi serrati soprattutto per ciò che riguarda la vicenda del tradimento. Si può dire paradossalmente che i dialoghi sono riservati ad aspetti e  momenti del tutto inessenziali (con l’eccezione dei due colloqui di Charles con l’investigatore privato), mentre la vicenda principale del tradimento e delle sue conseguenze, è affidata alle espressioni del viso dei due protagonisti, ai gesti, agli sguardi. Viene dunque lasciato allo spettatore il compito di decifrare i pensieri e i sentimenti che si nascondo dietro quei silenzi e quelle espressioni del viso (e in questo Michel Bouchet  si manifesta attore straordinario). E anche in questo Chabrol dimostra tutta il suo legame con Hitchcock, sul quale non a caso l’amico Truffaut aveva affermato a tale proposito che era l’unico regista
americano “a filmare direttamente, cioè senza ricorrere al dialogo esplicativo, dei sentimenti come il sospetto, la gelosia, il desiderio, l’invidia.” Lasciando al dialogo il solo compito di esprimere i pensieri dei personaggi.
Questo aspetto conferisce al film quel carattere di ambiguità, di cui il miglior cinema si nutre, relativo a molte situazioni. Esaminiamone alcune:
– Il film non ci dice perchè Hélène tradisce il marito. Certo, non lavorando, ha una vita agiatissima tra istituti di bellezza e passatempi come il cinema, con qualche aspetto anche noioso. Non la vediamo mai in compagnia di amiche. La relazione col suo amante, Victor Pegala (Maurice Ronet), uno scrittore a sua volta agiato, inizia, come sempre in questi casi, casualmente. Comprendiamo che la donna è molto attratta fisicamente da Victor, ma il tradimento non nasce da un sorta di disamore verso il marito. Al contrario Hélène ama profondamente e sinceramente il marito e la sua famiglia. Il suo atteggiamento non nasce – probabilmente – dal desiderio o dalla curiosità di provare qualcosa di nuovo. Piuttosto si potrebbe ipotizzare una vera e propria bipolarità psicologica nel suo comportamento, che in qualche modo ha colpito un critico attento come Mino Argentieri, che ha detto di lei: “…colpisce l’ambivalenza sentimentale che la induce a tradire il marito, senza con ciò spegnere il suo affetto per lui.” Ed anche il critico, attratto dalla ambiguità del personaggio, conclude interrogandosi: “Eroina borghese, incapace di una netta scelta morale? O semplicemente una donna divisa tra diversi e contrastanti bisogni di ordine affettivo?”vlcsnap-2017-11-06-22h06m26s700.png
– Anche le ragioni della visita di Charles a casa di Victor restano nell’ambiguità. E’ evidente che Charles vuole morbosamente sapere di più di quel rapporto e quindi per indurre  Victor a parlare non esita ad inventare  una serie di bugie sui suoi rapporti con la moglie. Ma vuole premeditatamente uccidere Victor? Oppure nel corso della visita è la scoperta dell’accendino, da lui regalato ad Hélène,  e da questa donato al suo amante, ad annebbiargli la vista e a far esplodere la sua rabbia?
– E arriviamo infine infine la bellissima scena finale, praticamente senza parole, se non un “ti amo” scambiato reciprocamente e l’incontro con i due ispettori di polizia. I motivi specifici non vengono esplicitati, anche se il motivo generale è assolutamente intuibile. Ma resta anche in questo caso una sottile atmosfera di ambiguità.
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Questo film ha segnato una svolta nella carriera di Chabrol, che, precedentemente, per motivi economici, era stato costretto a girare film essenzialmente commerciali di livello medio-basso. Da questo film inizia il vero cinema di Chabrol, indagatore dell’animo umano con i suoi insondabili misteri ed ambiguità. Il film era stato preceduto da un’altra opera di successo, Les biches, che il regista cita ne La femme infidele, allorchè il protagonista passa davanti ad una sala cinematografica ove si proietta appunto Les biches.
Nella versione italiana – dispiace ripetersi – abbiamo la solita contraffazione del titolo, che da noi diventa “Stephane, una moglie infedele”. Ma c’è una contraffazione nella contraffazione: la protagonista del film si chiama Hélène, mentre Stephane è il nome dell’attrice, Stephane Audran, che è poi  moglie e musa di Chabrol. Il che si traduce in una volgare presa in giro di cattivo gusto nei confronti del regista!

 

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