“The outsider” (Usa 2017) di Martin Zandleviet

Jared Leto in un ruolo inaspettato, taciturno e impenetrabile

(marino demata) Osaka, Giappone, 1954. Nel corso del tormentato dopoguerra in un Giappone ferito e stremato dalla pesante sconfitta, prosperano, come sempre in questi casi, le forze dedite al malaffare e alla criminalità organizzata. La Yakuza  si impone come organizzazione salda storicamente e ramificata nei punti chiave del Paese, anche se con inevitabili lotte intestine tra i vari settori e clan.
Marcisce ancora nelle tetre e pesanti prigioni giapponesi un soldato americano, Nick Lowell (Jared Leto) che viene posto nelle stessa cella di Kiyoshi, un giapponese che gli chiederà aiuto per poter evadere, con l’intesa di ricambiare successivamente il favore. Una volta fuori Nick si rende conto che Kiyoshi ancorchè giovane, è un pezzo grosso nelle gerarchie della Yakuza e non mancherà di pagargli il suo debito di riconoscenza. La vita di Nick cambia radicalmente: si distinguerà per coraggio e prontezza di riflessi in molte azioni difficili e ben presto comincia la scalata che lo porterà nel gruppo di vertice dell’organizzazione di Osaka, guadagnandosi preziosi alleati, ma anche molte invidie e nemici, soprattutto quando comincerà ad intessere una relazione con  Miyu, sorella di  Kiyoshi.The outsider2.jpg
Il film ha avuto una gestazione molto complessa con continui cambi di regia e di cast. In un primo tempo il protagonista doveva essere Michael Fassbender, poi si è parlato concretamente di Tom Hardy, l’insonne Locke dell’omonimo film di Steven Knight, fino a quando la scelta definitiva non è caduta sull’Oscar winner Jared Leto.
La sceneggiatura e il film stesso nascono con una sorta di peccato originale che non mancherà di diventare una sorta di handicap: in particolare non si è perdonato al film di avere al suo centro l’ascesa al potere in un ramo della Yakuza di un americano. Quello che si chiama in gergo il “whitewashing” Questo particolare ha scontentato tutti  e in particolare il pubblico asiatico-americano.  Il fatto è che queste aspre critiche spesso aprioristiche hanno fatto sì che venissero tralasciate gli indubbi meriti che il film riesce a guadagnarsi. A partire da Jared Leto, che si cala perfettamente in una parte che prevede una sua graduale e inarrestabile integrazione nelle modalità di vita e nei rituali giapponesi e della Yakuza in particolare. Interpreta alla meglio il ruolo di un “eroe” – se così possiamo dire – serio e taciturno, più portato all’azione che alle parole, capace di non perdere nè la la calma, nè la reattività anche nelle situazioni apparentemente più disperate.The outsider3
La regia di Martin Zandleviet ha il suo limite nell’intreccio non sempre lineare della storia, ove viene a volte messa troppa carne a cuocere: si notano improvvise divagazioni nella narrazione; tipico esempio: l’incontro improvviso e decisamente pericoloso di Nick con un vecchio compagno d’armi dell’esercito americano. L’episodio avrebbe potuto essere meglio utilizzato per creare riflessioni psicologiche e difficoltà del tutto umane e comprensibili in Nick. E invece l’episodio si chiude rapidamente con un atto di cinismo da parte del protagonista, rivelandosi per quello che è: una divagazione per la quale il regista non intendere perdere troppo tempo!
E  ci sono anche, soprattutto nella seconda parte del film, altri esempi di improvvisi episodi non sufficientemente sviluppati. Eppure, malgrado questi indubbi difetti, The outsider resta un film con un suo fascino legato all’interessante sviluppo dell’educazione criminale del protagonista, ma anche alle atmosfere che il regista riesce a creare, grazie anche all’uso veramente sapiente delle scenografie e del colore. In quest’ambito hanno colpito ad esempio le scene girate nei bassifondi e nelle zone portuali di Osaka, di sera o alle prime luci del mattino, con un ardito uso monocromatico del blu nelle sue più varie gradazioni (le case, la strada, il mare, ecc), senza che nessun altro colore vada a disturbare l’equilibrio trovato con un solo colore. Qualche critico ha giustamente parlato di richiamo ai migliori film di Refn e al suo modo di girare (per inciso ricordiamo che uno dei migliori film di Refn, Solo Dio perdona, si sviluppa negli ambienti malavitosi della Thainlandia, che, con le dovute differenze, sono capaci di creare atmosfere non del tutto diverse da quelle che Zandleviet  creerà appun to in The outsider.
THe outsider6.jpg
Tutto il ragionamento porta ad una certa rivalutazione di questo film, che la critica ha stroncato un po’ aprioristicamente per le ragioni sopra descritte e forse anche perchè a molti non piace il modo di procedere di Netflix, casa produttrice e distributrice del film. Noi riteniamo che non sia questa la sede per la discussione sulla nascita di una pluralità di piattaforme,  che deve inevitabilmente essere piuttosto complessa e naturalmente non può prescindere dalle conseguenze negative che questi nuovi modi di fare e vedere i film portano con sè: primo fra tutti la chiusura di ulteriori sale cinematografiche. Tuttavia ci sembra che tale discussione non possa ricominciare da capo ogni volta che si discute di un film nato e distribuito da una delle varie piattaforme, inficiando magari, anche in perfetta buona fede, il giudizio sul film stesso, che andrebbe invece giudicato per quello che è e per il messaggio che riesce a portare avanti e per il modo col quale è stato girato.
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