“I, Tonya” (Usa 2017) di Graig Gillespie

Ritratto controverso di una campionessa

(marino demata) Tratto da interviste e dichiarazioni “totalmente vere, totalmente contraddittorie, prive di ironia”, come ha assicurato il regista australiano Graig Gillespie , I, Tonya rappresenta un’autentica svolta nell’ormai stanca e stereotipa galleria di personaggi che hanno fornito materiale a decine e decine di biopic. Ci riferiamo a quei biopic che rievocano personaggi dalle vite difficili, ma che alla fine si dimostrano vincenti. Questo stereotipo viene completamente sovvertito da Gillespie, che  con questo film, totalmente indipendente dalle major hollywoodiane,  sceglie un personaggio tratto dalla galleria dei perdenti, per demeriti non propri, ma dell’ambiente e della società che sono intorno.
La storia è quella della pattinatrice di Portland, Oregon,  Tonya Harding (Margot Robbie), proveniente da una famiglia modesta, con una infanzia angustiata dall’amore non esattamente corrisposto verso il padre, che ben presto fugge dalla casa dominata dalla arcigna e cinica moglie, senza avere gli attributi per portare con sè la figlia implorante.GTonya2
Alla piccola Tonya non resta che subire le angherie della madre, che vuole forzare a tutti i costi sua figlia a diventare una campionessa di pattinaggio artistico su ghiaccio, anche se questo implicherà sacrificare altri valori, come la scuola e la cultura. E lo svolgimento della carriera sportiva di Tonya dà in gran parte ragione alla madre, che se ne farà un merito. Sì perché Tonya dimostrerà ben presto di avere stoffa e capacità di poter competere con le migliori pattinatrici del suo tempo, fino a dare la dimostrazione più alta possibile, il “triplo axel” e cioè un salto con oltre tre giri di rotazione: una prodezza riuscita solo a pochissimi campioni della specialità.

Gillespie ha il merito di mostrare senza reticenze tutti i tipi di ostacoli che si frappongono fra Tonya e il suo sogno di campionessa: non solo il rapporto controverso e contraddittorio con la madre, ma anche quello col violento compagno e poi marito Jeff (Sebastian Stan), e, soprattutto, l’ostacolo più grande di tutti, costituito da quel perbenismo tipico di certi sport americani, poco disposti ad accettare campioni che non abbiano alle spalle una normale famiglia borghese. Questo viene spiegato con molta franchezza da uno dei membri della Giuria del Comitato Olimpico, che, a fronte delle rimostranze di Tonya che ritiene di essere costantemente sottostimata dalle varie Giurie, malgrado i propri virtuosismi, risponde che i valori espressi dallo sport in sé non sono tutto e che un campione deve essere anche portatore dei genuini valori di una famiglia media americana. Il che, tra parentesi, smentisce clamorosamente uno dei principi dei quali vanno orgogliosi gli americani, e che cioè il sogno americano è alla portata di tutti i cittadini e tutti possono dal nulla diventare qualcuno. Gillespie e la storia di Tonyia smentiscono clamorosamente come ipocrita e in buona parte inattuabile questo principio.Tonya 4
Ma gli ostacoli che incontra la nostra campionessa non finiscono qui: il film, nella sua seconda parte, vira decisamente verso il thriller: ci riferiamo all’inchiesta giudiziaria nella quale saranno coinvolti non solo il marito di Tonya e un suo improvvido amico, ma anche la stessa campionessa. Tutta questa parte, nella quale non ci soffermiamo per non entrare in zona “spoiler” soprattutto per chi non conosce le cronache americane e sportive degli anni ’90, viene trattata con sapiente bravura dal regista, che dà al film un ritmo concitato e avvincente, impreziosito da una splendida colonna sonora di capolavori dell’epoca, capace di catturare l’interesse dello spettatore fino alla fine delle due ore di film.
Merito anche del modo col quale è stato sceneggiato e organizzato il film stesso, che procede con uno stile documentaristico, attraverso non tanto le tradizionali interviste, ma attraverso autodichiarazioni,  testimonianze e riflessioni dei protagonisti e dei testimoni.
Craig Gillespie è arrivato tardi alla regia, a 40 anni, nel 2017, dimostrando però subito il suo talento col film Lars e una ragazza tutta sua /Lars and the Real Girl. Non è la prima volta che si cimenta con storie di sport. Lo aveva già fatto, anche in quel caso con una storia ispirata a personaggi realmente esistiti, col film Million Dollar Arm, a proposito dei primi lanciatori di origine indiana nel baseball americano. Una sorta di prova generale rispetto a I, Tonya, che è però un film di ben altro spessore e valenza artistica, rispetto al suo predecessore.
Una notazione particolare meritano gli attori, a partire da Allison Janney, che intrepreta la madre di Tonya, ruolo per il quale ha conquistato l’Oscar quale migliore attrice non protagonista, alla attrice australiana Margot Robbie, nel ruolo di Tonya, un autentico salto di qualità rispetto alle interpretazioni precedenti, tra le quali spiccano The wolf of Wall street di Martin Scorsese e Suicide squad. Tra gli altri interpreti merita una citazione Paul Walter Hauser nei panni del demenziale Shawn Eckhardt, che dice a tutti di aver avuto una brillante carriera nell’FBI, a tal punto da prendersi terribilmente sul serio, e finendo lui stesso col credere a questa storia e a tante altre storie collaterali da idiota di professione, capace di fare solo danni a sé stesso e agli altri.
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