“Lazzaro Felice” (IT 2018) di Alice Rohrwacher

Ti trascina in territori oscuri…

(gabriele paganelli) (foto da imdb.com) Un film che mi ha scavato dentro, mi ha preso profondamente: Lazzaro felice. Ci sono storie che scavano, inquietano e continuano a smuovere in profondità. Che strano! Ma forse non così strano. Premio a Cannes per la migliore sceneggiatura. Lazzaro perché era morto cadendo dal burrone di cinquanta metri, ed è tornato in vita, un po’ come Lazzaro nel Vangelo. Lazzaro di nome e felice perché riesce a essere felice malgrado tutto perché attraversa ogni vessazione con lo stesso spirito candido.
Lazzaro2Dentro alla rappresentazione di un’umanità brulicante nella povertà, incatenata nella miseria e nell’ingiustizia, duramente asservita al lavoro dei campi o smarrita nell’anonimato di una città fatta di smog, ferrovie, silos, erbacce, fogne, tombini, ma pure discoteche, banche e palazzi decaduti, si staglia la figura di Lazzaro. Un ragazzo che vive la propria vita e i rapporti umani con la spontaneità e la grazia di chi non conosce il male, pur venendone a contatto durante tutto il corso della sua esistenza. Questa sua purezza, direi proprio questo suo essere beota, è un pretesto per raccontare il dipanarsi di una quotidiana catena di sopraffazione il cui ultimo anello è proprio lui. L’ultimo anello della catena di sopraffazione: Lazzaro oltre a questo’anello è esattamente l’agnello in mezzo ai lupi.
La violenza e l’arroganza della società moderna sono figlie della vera ignoranza. Non quella di chi, recluso come servo non andava nemmeno a scuola e non conosceva altra realtà se non quella della mezzadria. La vera ignoranza è quella di chi asservito al potere, al denaro, ancora di più asservito a se stesso, conosce appunto solo se stesso perché serve solo se stesso. E se conosce solo se stesso, finisce per amare solo se stesso. E per difendere dagli altri il servizio reso solo a se stesso, ha costruito paure, ansie, si è lasciato cadere tra le zanne di lupi feroci che inconsapevolmente ma liberamente ha allevato dentro di sé.
Sarà che sta continuando a scavare dentro di me, soprattutto nel mio tentativo ironico di essere educatore e insegnante. Una storia che lavora: forse terapeutica e io mi lascio scavare dentro quel bosco abitato da lupi, dentro quell’intimo di me stesso che ho bisogno di non censurare, ma di illuminare per rendere più luminoso nell’inoltrarmi in mezzo ai miei boschi quotidiani. Allora l’ossessività di ripercorrere i passaggi, di ritornare sopra a questa opera d’arte è forse la strada per non abbandonare a se stessi i lupi che mi vivono dentro. Il desiderio di riguardare il film, di ripercorrerlo si traduce in queste ore in un flusso spontaneo di pensieri, che, come mille frammenti di quei paesaggi rocciosi tanto bene fotografati nel film, sono ancora qui dentro di me, territorio da continuare a scavare e sbriciolare. Per vederci meglio, per scandagliare di più dentro di me, in mezzo a interrogativi liberatori e catartici, che tentano di lavare e nascondere, senza riuscirci, tutte le brutture di me stesso, prima ancora che quelle di un mondo esterno barbaro, crudele e apatico. Un mondo dove anche il nome del podere, L’Inviolata, sembra fare a pugni con l’umanità immacolata di cui Lazzaro è rappresentante, un’umanità minacciata e risucchiata dal vortice del potere. Davvero un’umanità colpita e violata da soprusi, dominata e asservita. Un mondo dove chi è buono e giusto viene costantemente calpestato e deriso, dove la bontà e la gentilezza sono cancellate, annichilite, ridotte in frantumi da valori corrotti e bugiardi, dove tutta la stupidità del potere e del denaro hanno schiacciato sta schiacciando e demolendo quella felicità possibile ogni giorno.
Trovo che il film, oltre a una divisione in atto uno e atto due, si muove ondeggiando e alternando sapientemente il comico e il tragico, svelando la mia stessa natura, che lasciata a se stessa, mi riporta davanti tutti i giorni ogni tre minuti, il mio essere cinico, ingombrante, arido, in piena emorragia di umanità. E allora anche io mi ritrovo, tante a volte a scuola, in mezzo a tanti di quei poveri Lazzaro, mi ritrovo a dover metterci tutta l’attenzione necessaria, pena il rischio di tormentare proprio quei piccoli Lazzaro. E sì, perché il rischio è che quel giorno, con quel comportamento il piccolo Lazzaro che incontro sulla mia strada tutti i giorni vada beffardamente ad aprire la tana dei lupi della mia miseria.
Sono rimasto incantato da questa pellicola, trascinato in territori oscuri, non facili da percorrere, benché conosciuti: territori in cui la mia anima si incastra, ostaggio di quelle ombre e di quei mostri, o meglio dei lupi, di cui faccio esperienza ogni giorno. Forse questa recensione, nata dall’elaborazione personale, è frutto della mia sete di redenzione, del mio grido di bene che non accetta di essere un grido strozzato dall’alienazione e dal possesso relazionale a cui mi attacco ogni giorno.
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