“Baci rubati” (Fr. 1968) di F. Truffaut: venerdì 7 settembre ore 18.00 a Le Murate PAC a Firenze

Una rassegna di tre film per ricordare il 1968

 

(marino demata) (foto: imdb.com) Il titolo di questa rassegna – “Prima e dopo il ‘68” – è stato creato allorchè si pensava che si potesse organizzare un ciclo di film più ampio per celebrare il 50° anniversario del ’68. Poi, purtroppo, per una serie di motivi siamo riusciti a organizzare soltanto la proiezione di tre film in certo emblematici: uno di un regista francese (Francois Truffautt), uno americano (Bob Rafelson) e uno italiano (Michelangelo Antonioni).
Il titolo della rassegna (e in particolare la parola “prima”), ancorché conservato, risulta improprio perché il primo in ordina cronologico, Baci rubati è un “durante” e non un “prima”, essendo stato girato proprio nelle settimane tumultuose che ha vissuto Parigi, da febbraio a fine marzo 1968. In realtà il titolo della rassegna ha un senso solo se si prende, come qualcuno fa, una data precisa, il 13 maggio, allorché una folla di studenti invase il Festival di Cannes, coinvolgendo registi, attori e gente di cinema in generale lì presenti: il Festival fu interrotto. È effettivamente una data emblematica perché segna il primo contatto fisico tra io cinema e la rivoluzione.Baci rubati 4.jpg
Tuttavia sappiamo che, anche dal punto di vista cinematografico, il clima del sessantotto già era presente da tempo nella cinematografia francese alimentato tra l’altro dalle profonde innovazioni portate avanti dalla Nouvelle Vague.  Personaggi e storie sono profondamente diverse dal cinema classico e per questo non stupisce più di tanto l’accoglienza riservata a Cannes ai giovani del ’68.
In questo clima Truffaut realizza Baci rubati, un film sicuramente della Nouvelle Vague, di cui il regista era uno dei massimi esponenti, ma che molti non citano a proposito dei film che si riferiscono al  ’68, trattandosi di una commedia leggera e disimpegnata dal punto di vista politico. Il rilievo più forte in tal senso viene da un altro grande autore della Nouvelle Vague, Jean-Luc Godard, che in generale rimprovera a Truffaut lo scarso impegno politico dei suoi film. Per inciso le distanze tra i due grandi registi diverranno abissali, fino ad arrivare ad un punto di estrema rottura nel 1973, con scambio di lettere di insulti sui più svariati argomenti. Ma, al di là di tutto questo, era un diverso approccio al cinema che ormai li caratterizzava. Godard voleva un cinema politico, che andasse diretto ai problemi e che descrivesse il ’68, le lotte anticapitaliste, fino a sperimentare nuovi modi di fare cinema, che meglio rendessero quel clima.Baci rubati 6.jpg
Ma anche con qualche contraddizione. Ad esempio, c’è un episodio, a proposito della politica, che sembra non essere andato giù a Truffaut: fu chiesto a personalità di sinistra dello spettacolo di scendere per le strade e distribuire un giornalino intitolato “La cause du people”. Truffaut lo distribuì (e ne abbiamo le foto), Godard no!
Truffaut fa una scelta stilistica: il suo cinema continua a raccontare storie con la leggerezza di toni che lo ha sempre contraddistinto fin dall’inizio, e fa da cassa di risonanza alla politica e alle lotte solo negli negli atteggiamenti decisamente protestatari ed anticonformisti dei suoi personaggi e in moment particolari dei suoi film.
Ma non si può negare che sia una precisa scelta di campo politico l’inizio di Baci rubati, i titoli di testa: la macchina inquadra l’ingresso della Cinematheque. È un simbolo di lotta, perché lo storico fondatore Henri Langlois era stato da poco destituito da un Ministro reazionario (salvo poi essere rimesso al suo posto qualche mese dopo sull’onda degli avvenimenti del maggio). Langlois era la bandiera del rinnovamento del cinema francese e Truffaut gli dedica la sequenza dei titoli di testa, sovrapponendo poi la scritta “Baci rubati è dedicato alla Cinemateca francese di Henri Langlois”. La camera poi avvicina al cancello di ingresso chiuso per inquadrare il cartello “Riposo. La data di riapertura sarà comunicata a mezzo stampa.Baci rubati.jpg
Ma già in questa scelta così apertamente politica, Truffaut inserisce una nota lieve, data dalla bella e malinconica canzone di Charles Trenet (“Que reste-t-il de nos amours”) che fa da sottofondo alla sequenza e che in sostanza funge da avvicinamento alla leggerezza del film.
Il film, come è noto, è il terzo capitolo della storia di crescita del personaggio creato dal regista con I 400 colpi, Antoine Doinel (Jean-Pierre Leaud), che, con un procedimento insolito nella storia del cinema, viene seguito dalla adolescenza alla maturità attraverso ben sei film.
Se rivediamo alcune scene del film sono evidenti non solo i segni della Nouvelle Vague, ma anche il clima del ’68, sia pure incarnati in un personaggio che non ha nulla di direttamente rivoluzionario e politico.
La prima scena si svolge in una caserma dell’esercito francese, ove Antoine viene in malo modo cacciato via, dopo tre anni di permanenza da arruolato volontario per profonde delusioni amorose. La lettura dei capi di imputazione che lo portano ad essere definitivamente riformato è un elenco di assenze, di mancanze e soprattutto di assoluto disprezzo per le regole dell’esercito. Mentre viene letto quest’elenco di trasgressioni, il regista inquadra Jean-Pierre Leaud e la sua espressione annoiata e piena di dileggio nei confronti di quella situazione. Il maresciallo, anche se non lo dice, sottintende che la causa delle sue malefatte potrebbero essere amicizie comuniste. Fatto sta che gli nega il certificato di buona condotta inibendolo dal poter lavorare in un ufficio statale.
Truffaut disegna un personaggio che, pur nell’indifferenza per i problemi politici, ci porta una testimonianza di come andava il mondo e come erano tanti ragazzi nel 1968. Il vero tratto distintivo di Antoine è una stabile…instabilità. Una instabilità emotiva e di comportamenti: Antoine ha la sua rivoluzione da compiere. Dentro di sé.Baci rubati 5.jpg
La ricerca di una occupazione si alterna con la ricerca di ragazze. E dopo due visite a prostitute, la frenetica ricerca di un lavoro lo porta a fare il portiere notturno, dove però viene in breve licenziato. La svolta è però determinata dalla sua assunzione presso un’agenzia investigativa: un lavoro che finalmente lo interesse e lo eccita moltissimo, soprattutto quando gli consente di entrare in contatto con l’affascinante Fabienne, moglie del proprietario di un negozio di calzature (una bellissima Delphine Seyrig), della quale Antoine di innamora perdutamente. Ma, come lo spettatore ricorderà (o vedrà per la prima volta), la parte finale del film volge in modo del tutto difforme da tali premesse, perché c’è un’altra donna nella vita di Antoine. Il suo nome, Christine, viene ripetutamente urlato davanti ad uno specchio assieme a quello di Fabienne e al suo, Antoine, in una scena intensa anche grazie alla bravura di Leud. La scena davanti allo specchio inaugura in un certo senso scene analoghe, se si pensa che la celebre sequenza di De Niro che parla con se stesso davanti allo specchio (in Taxi Driver di Scorsese), sarà realizzata nel 1976, cioè otto anni dopo Baci rubati.
Il film, proprio per la vicenda politica Langlois, evocata, come si diceva, nei titoli di testa, è stato girato dal regista in maniera tormentata, come ci racconta lo stesso autore: “Ho cominciato a girare Baci rubati il 5 febbraio 1968 e il 9 sono arrivato sul set con due ore di ritardo perché ero appena uscito dal CdA della Cinemateque, durante il quale Henry Langois era stato rimpiazzato da Pierre Barbin. Da quel momento ho condotto una doppia vita di cineasta e di militante.”
Pochi giorni dopo, il 14 febbraio, un corteo di protesta di cineasti e intellettuali viene affrontato dalla polizia, che carica violentemente: ci saranno molti contusi e feriti, tra i quali Truffaut e Godard, che, il giorno dopo annunceranno, in una affollata conferenza stampa, l’intenzione di proseguire la lotta.
Tutto questo non poteva non incidere sul lavoro sul set e sembrava inizialmente dover compromettere il senso del film: “Gli attori hanno improvvisato i loro dialoghi, e tutti hanno preso le distanza dal film, che è diventato un gioco da giocarsi quando c’era tempo. Fortunatamente lo spirito della sceneggiatura si prestava a questo stato d’animo…”
Dopo poche settimane il film era concluso. Mai prima di allora Truffaut nel girare un film non si era potuto dedicare completamente ad esso per vicende esterne. Alla fine, però Baci rubati risulta essere uno dei prodotti più genuini e spontanei della cinematografia di Truffaut ed una delle commedie meglio riuscite, con la sua leggerezza e spontaneità, del cinema francese.
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