“Zabriskie Point” (Usa 1970) di M. Antonioni – Martedì 18 settembre ore 18.00 a Le Murate PAC – Firenze

Per il ciclo “Il ’68 prima e dopo”

(marino demata) L’accusa più frequente che fu mossa ad Antonioni dalla critica americana, allorché Zabriskie Point uscì nelle sale, appare, a distanza di anni, in tutta la sua grossolana ovvietà: “aver visto l’America da europeo”. Una critica del genere dimenticava altre cose altrettanto ovvie: che Antonioni non poteva diventare improvvisamente americano girando questo film; che nessuno glielo ha chiesto; che non sarebbe stato comunque auspicabile, che il pubblico alla fine pagò il biglietto del cinema proprio per vedere l’America secondo Antonioni e non un film americano o magari hollywoodiano, che il nostro regista non avrebbe mai potuto e voluto fare.
Solo con  gli anni si è arrivati ad una visone critica, anche da parte degli Americani, un po’ più equilibrata, come sempre in verità è stata complessivamente equilibrata quella  europea e italiana.
Antonioni prepara il “suo” film negli anni densi di avvenimenti e di violenza. Migliaia di giovani continuano a morire in Vietnam; chi tra essi è rimasto in America è impegnato in proteste nei Campus universitari. Ma sono anche gli anni dell’assassinio prima di Martin Luther King e poi di Robert Kennedy.title00.mkv_snapshot_00.24.59_[2018.09.15_16.30.27]
In un campus universitario Antonioni ci porta durante la scena iniziale del suo film. Il protagonista, Mark (Mark Frechette) partecipa per la prima volta alle rumorose assemblee studentesche e, pur condividendone molti contenuti, rimane nel complesso negativamente impressionato. Sembra di rileggere un passo di Hegel sulla “negazione della negazione”: Mark si ribella anche alla ribellione. Ovvero sceglie di ribellarsi a modo suo. Ma prima deve passare attraverso la partecipazione ai conflitti con la polizia, dalla quale viene identificato erroneamente come uno dei probabili esecutori dell’uccisione di un poliziotto.
Pe recuperare la propria identità e libertà non gli resta altro da fare che seguire uno dei tanti giganteschi cartelloni pubblicitari che lo incitano a volare. Ruba un piccolo aereo turistico. Antonioni prende lo spunto per questo essenziale episodio del film da un fatto di cronaca realmente accaduto poco tempo prima. Con l’aereo rubato Mark si dirige verso il deserto della Death Valley e lì incontra Daria (Daria Halprin), che, sapientemente il regista ci aveva già fatto conoscere impegnata nei suoi affari nelle scene iniziali del film. Una scena memorabile ci mostra Daria in auto nei rettilinei del deserto e Mark in aereo sopra di lei, a pochi metri. L’amore sboccerà paradossalmente nel deserto della valle della Morte. E come per incanto si moltiplicano nella visione immaginaria che il regista ci propone, le coppie in amore in quello scenario desertico.title00.mkv_snapshot_01.05.30_[2018.09.15_16.38.32]
L’aereo viene ridipinto da Mark con colori vivaci e con slogan tra i quali campeggia un NO WORDS, che è tipico del modo di pensare e e di lavorare del regista ferrarese: che nessuno parli se non è strettamente necessario, proprio come ci insegnano tutti i suoi film. Sono le immagini che devono parlare. Ed esse qui ci parlano di un’America ossessivamente proiettata nei suoi messaggi pubblicitari, nei continui inviti a comprare, consumare e gettare via. La critica alla americana società dei consumi non poteva essere più eloquente. Lo diventerà ancora più eloquente nella scena finale, con l’immaginaria e sognata esplosione degli uffici nel deserto dell’Arizona, simbolo del neocapitalismo. L’esplosione getterà davanti ai nostri occhi tutti i simboli del consumismo più, sfrenato, fino al frigorifero e ai suoi contenuti. Daria, che immagina tutto questo, potrebbe essere considerata la immediata discendente dell’autostoppista in Cinque pezzi facili di Bob Rafelson, con la sua maniacale ossessione verso il consumismo e i suoi danni più grandi consistenti nell’aver sporcata l’intera realtà nella quale viviamo (“tranne l’Alaska che rimane il posto più pulito esistente”).title00.mkv_snapshot_00.54.46_[2018.09.15_16.34.08]
Sotto questo aspetto è chiaro che non poteva piacere alla maggioranza della critica americana una denunzia così esplicita e violenta della società del neocapitalismo e del consumismo sfrenato. L’America fa vedere ad Antonioni questi fenomeni in maniera ben più slargata che in Europa, come sotto una immensa lente di ingrandimento. Ma, al di là del discorso critico, Antonioni ci ripropone un film dai grandi valori estetici, a partire dai paesaggi che lo affascinano, impreziosito dalla musica dei Pink Floid e di altri autori rock che hanno dato il loro contributo al film: “il mio film non è un saggio sugli Stati Uniti ma si situa al di sopra dei problemi precisi e particolari di quel Paese. Ha essenzialmente un valore etico e poetico”. Dirà in un’intervista subito dopo l’uscita del film e le prima critiche. “Etico e poetico” come i fondamentali capisaldi deli film del regista che qui vengono riproposti in un nuovo contesto: il destino, la casualità di un incontro, l’amore e la morte.
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