“The killer inside me” (Usa 2010) di Michael Winterbottom

Dal noir di Jim Thompson

 

 

(marino demata) Che ci fa un bravo regista inglese di Blackburn, autore di molti film di buono o ottimo livello, nel sud degli Stati Uniti, in una cittadina del Texas? E’ quello che probabilmente si sono chiesti molti degli spettatori di The killer inside me. Non che il film sia spregevole, come qualcuno ha sostenuto, ma ha in realtà due difetti alla base: non  regge bene bene al paragone con gran parte della filmografia del regista inglese, e inoltre non riesce a ricreare fino in fondo le atmosfere del thriller e del noir che il regista mescola insieme.
The kller 2.jpgSotto il primo profilo, ricordiamo i sicuri meriti del regista Michael Winterbottom: negli anni novanta ha accompagnato con i suoi film il travaglio di una generazione alle prese con problemi sociali e con la crisi di antichi valori della società inglese, restando, per alcune prove ben riuscite, sulla falsariga della precedente generazione di registi attenti a tali problemi, come Ken Loach e Mike Newell.
Dalla sua cinepresa sono nate perciò opere di spessore, attente al sociale, come Go now, Wonderland, Welcome to Sarajevo, Cose di questo mondo. D’altro canto, il nostro regista si è dimostrato disinvolto e disinibito cantore di storie di amore e di sesso, anche su un terreno che ha finito per scandalizzare una parte del pubblico e della critica inglese, come nel caso di Jude, tratto dal romanzo-scandalo Jude l’Oscuro di Thomas Hardy, con una splendida Kate Winslet, e come nel caso di 9 songs, dove il regista scandalizza ancora più ferocemente parte del pubblico inglese cimentandosi con nudi integrali e con scene di amore non simulato. Dopo quest’ultimo film del 2004, Winterbottom comincia ad alternare buoni film (come Genova) a film decisamente più mediocri, in un eccesso di prolificità che nuoce evidentemente alla qualità.
Sotto il secondo aspetto, si ha l’impressione che Winterbottom, calato nella provincia texana degli anni ’50 non sia riuscito fino in fondo a coglierne, se non superficialmente, gli aspetti essenziali. E così The killer inside me ha suscitato più perplessità che consensi.
In realtà il punto di partenza è più che promettente: il film è tratto dall’omonimo romanzo noir di Jim Thompson, uno scrittore di talento del genere, che fece scalpore negli anni 50, così così come altre opere come scrittore e sceneggiatore, che tra l’altro ha collaborato anche con Kubrick. La trascrizione cinematografica si mantiene abbastanza fedele: l’intento del regista è quello di disegnare una società apparentemente piatta e calma, dove insomma non succede mai nulla, anche se, dietro l’apparenza, si celano drammi, morbosità, desideri nascosti.
Anche l’aspetto del protagonista non è dissimile alla società nella quale so trova ad operare. Il vicesceriffo Lou Ford (Casey Affleck) è una persona tranquilla e rispettata nell’ufficio dove lavora e a contatto con i cittadini del Paese. Una persona perbene! Ben presto però lo spettatore si accorgerà che il perbenismo di Lou in realtà cela profondi problemi interiori: traumi dell’infanzia che il regista ha il merito di farci scorgere con fugaci flashback, come dal buco della serratura, e una morbosità da disturbato mentale, consapevole di avere una “malattia”, come lui stesso la definisce: è un serial killer.
Winterbottom utilizza come espediente narrativo, per rendere più evidente l’autoconsapevolezza del proprio problema da parte del protagonista, la propria voce fuori campo, che, ad esempio, in occasione dell’ultima vittima, dice esplicitamente “devo ucciderla”. Ma l’assassinio delle proprie vittime è il punto terminale di una escalation di violenza sadica che si esercita nei momenti di sesso, quasi come un preludio o un esercizio preliminare che porterà poi all’omicidio.
In realtà il film non è soltanto una piatta trascrizione letteraria del romanzo: abbiamo l’impressione che dietro le recensioni feroci della critica americana, non si perdona in realtà al regista il suo profondo dissenso verso la società che descrive. Noi scorgiamo, nell’anatomia della violenza, specialmente sessuale, una metafora ideologica nei confronti dell’America dell’ipocrisia e del perbenismo: dietro la confessata “malattia” del vice-sceriffo si nasconde il marcio di una società dove la cosa che più conta sembrano essere i dollari, vero movente di tanti crimini anche da parte di chi malato non è.
Casey Affleck riesce a dare al suo personaggio, anche attraverso una apparente inespressività, le modalità di una persona malata, il gelo di un ghigno di chi pensa di non poter fare a meno del male, ma di poterne anche controllare le conseguenze. In definitiva, al contrario di molti protagonisti negativi del cinema americano che, almeno da Bonny e Clyde, finiscono per risultare simpatici al pubblico, che non esita a tifare per loro, il Lou Ford interpretato da Casey Affleck non riesce ad ispirare alcuna simpatia, ma, al contrario, sentimenti di repellenza e odio. Un personaggio lontano centinaia di miglia da quello tranquillo e malinconico del più recente “Manchester by the sea”, che gli varrà il premio Oscar quale migliore attore protagonista.
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