“Pier Paolo, un figlio, un fratello” – Romanzo di Francesco Ricci

(marino demata) Di Pasolini c’è ancora un grandissimo bisogno: abbiamo bisogno di capire la sua vita, la sua arte, sue affermazioni, le sue profezie. Già, le sue profezie, le sue fosche previsioni sul futuro della società nel nostro Paese, che si sono purtroppo in massima parte verificate. E a rileggere certi passaggi vengono i brividi, come di fronte ad una persona che tu comprendi che ha capito tutto, troppo…Anche a prezzo della propria vita. Come non essere d’accordo con lo scrittore fiorentino Francesco Ricci, che nella Introduzione al suo “Pier Paolo, un figlio, un fratello”, afferma che occuparsi delle opere del Poeta “non solo è divenuta per me un’abitudine, ma anche un bisogno, che a volte percepisco quasi come un dovere de civis, dal momento che la miseria del Palazzo e l’arroganza della ‘razza padrona’ paiono avere attraversato indenni i quattro decenni che ormai ci separano da quella tragica notte ostiense…” (1)
Mentre leggevo, mi sono ritrovato spesso ad  immaginare che fosse in realtà non un libro, ma un film girato  nel vagone di un treno: una madre, Susanna Colussi, e, di fronte, un giovane figlio, Pier Paolo Pasolini. I due tacciono nella maggior parte del viaggio. Ma lui socchiude gli occhi e comincia a pensare, a ricordare. Ed ecco che si schiudono di fronte a me, spettatore piuttosto che lettore, una serie di flashback. Prendono forza plastica i ricordi e le riflessioni che si affollano nella mente del Poeta: le gioie della vita in Friuli, il valore e la spontaneità della gente, la scoperta della Poesia, il suo insegnare ai ragazzi, l’elezione a segretario della sezione del Partito Comunista, le sue più belle conoscenze, ma anche i suoi dolori, le sue afflizioni e delusioni.
E’ certo, anche se Pasolini non ce lo ha mai comunicato, che  questi ed altri simili sono stati  i suoi  pensieri nel corso della sua “fuga” in treno verso Roma assieme alla madre nel gennaio del 1950. E Francesco Ricci quei pensieri, , quelle afflizioni, quei ricordi ce li descrive nel suo libro in modo originale e direi coraggioso. Ricci infatti prende in mano la penna di Pasolini, si sostituisce a lui e scrive in prima persona i suoi pensieri, creando pagine di insperata somiglianza, nello stile e nella scelta delle espressioni, ad altre simili che il Poeta aveva scritto o scriverà successivamente a quel viaggio.
Ricci2
Naturalmente il lettore non è certo che veramente i ricordi di Pasolini in treno si siano effettivamente sviluppati allo stesso modo descritto da Ricci. Ma questo non è molto importante. Anzi oserei affermare che è un particolare inessenziale. È una affermazione che definirei puerile quella che ci ricorda che probabilmente non tutti i pensieri e i ricordi che Pasolini esprime attraverso la penna di Ricci sono autentici e veri. Ma una cosa è certa: essi sono decisamente verosimili. E l’arte non è riproduzione cronachistica del vero, essa è invece verosimiglianza. Ecco perché, scorrendo le pagine del libro e grazie alla bravura dell’Autore, chi legge finisce col dimenticarsi di Francesco Ricci e si convince di avere a che fare proprio coi pensieri e i ricordi del Poeta. E di questo Ricci non solo non si dorrà, ma non potrà che essere fiero.
Perché, tra l’altro, lo stile è quello del Poeta e ciò è avallato da opportuni accorgimenti, come quello di citare alcune frasi effettivamente di Pasolini in un contesto scritto da Ricci. Il lettore troverà l’irruzione di frasi del Poeta e si accorgerà di esse perché sono scritte in corsivo. Così accade anche per  i brani poetici che introducono alcuni dei capitoli del libro.
Ma quali sono i pensieri che si affollano nella mente del Poeta fin dall’inizio del suo viaggio verso Roma? Ricci ha ragione: il primo pensiero non può essere che per quella persona che gli sta seduta di fronte. Sua madre, l’unico e vero amore della sua vita: “Tu sei la mia casa e il mio destino. Eppure ti ho spezzato il cuore…” (2)  Nessuna madre avrebbe retto infatti allo scandalo, ad un figlio sbattuto in prima pagina, alla notizia urlata dagli strilloni, alla notizia dell’interrogatorio nella caserma dei Carabinieri, alla espulsione dal PCI. Il sentimento della madre è per Pasolini il parametro sul quale misurare il valore o meno delle sue azioni. E, per contrappunto, emerge fin dall’inizio la disistima nei confronti del padre, definito magari anche un brav’uomo, ma fascista nell’animo, “conformista e autoritario”. Incapace di un vero e autentico rapporto con la madre e col figlio.
il secondo dei pensieri di Pasolini/Ricci  è rivolto al fratello Guido: Il flashback del film che, chiudendo gli occhi, immaginiamo, ci porta in una mattina del 1944: “Lo accompagnai io Guido alla stazione quella mattina del 1944”. Guido aveva scelto di unirsi ai partigiani in montagna. Quell’incontro affettuoso tra i due fratelli alla stazione doveva esser anche l’ultimo. E a questo punto affiora, sull’onda di questo pensiero, assieme alla tristezza del ricordo, anche un rimpianto, un rimorso, che induce ancora, a distanza di cinque anni, a “chiedermi…se ho fatto bene a lasciarlo partire.”  E quando arriva, nel maggio del 1945 il partigiano Cesare Bortotto e porta la notizia della morte di Guido, la vita improvvisamente viene divisa in due, “Il prima e il dopo. Il tempo di sognare e il tempo di rimpiangere. Il pieno e il vuoto”. E qui Ricci vede Pasolini accollarsi esplicitamente le responsabilità della morte del fratello Guido: “Nessuna morte è mai innocente, io mi fratello l’avevo lasciato partire.” (3)
Le pagine che seguono, quelle relative ai capitoli XI e XII sono forse le più personali dell’intero libro, perché in esse si susseguono le riflessioni di Ricci sulla vita e sulla morte, sulla mancanza che la morte di una persona amata provoca in chi rimane. Basta un nulla perché ritorni alla mente la persona amata che la morte ti ha strappato via. E qui opportunamente l’Autore cita direttamente il Poeta: “E’ vizio il ricordare, anche se è dovere”.  (4)
Nei ricordi su quel treno c’è spazio anche, assieme al dolore, per i momenti di felicità per la scoperta della bellezza delle arti: la musica, la Poesia, la Pittura. Il Poeta scopre la musica di Bach grazie a Pina Kalc, una ragazza slovena: se chiudiamo gli occhi, ci sembra di vedere Pasolini ammirato e estasiato alle note delle Tre sonate e Tre partite per violino solo. Bach resterà per sempre uno dei punti di riferimento più presenti e più evocati dal Poeta. I suoi film offriranno continue citazioni del grande musicista.
E ancora, con un successivo ideale flashback, Pasolini/Ricci ci riporta al periodo della scoperta della bellezza del dialetto friulano, a partire da quella parola “rosada” (rugiada), che diverrà una sorta di simbolo e di spartiacque verso un modo di scrivere, di esprimersi e soprattutto di poetare, che ci regalerà tanto capolavori. Alcuni di essi  furono ammirati da Gianfranco Contini: possiamo vedere, come descritto da Ricci, Pasolini saltare come un matto e ballare per i portici alla notizia che il suo libro gli era piaciuto “tanto”. Il flashback che ci trasporta a quei momenti a Bologna si prolungano per portarci nel cuore dell’Università, a via Zamboni, dove, ci sembra di vederlo, attraverso la ricostruzione di Ricci, in una piccola aula magica dove si consuma il rapporto culturale e ideale con colui che resterà per sempre non un suo maestro, ma il Maestro: Roberto Longhi, che prende per mano il Poeta e lo introduce nel mondo dell’Arte, della pittura.
Il debito verso le lezioni d’Arte di Longhi sarà sempre riconosciuto da Pasolini. Da parte mia sento di poter affermare che il grande cinema di Paolini si spiega con l’amore, la passione per l’Arte pittorica che seppe infondergli Longhi. E, a tale proposito, mi permetterei di impiegare l’occasione, che mi viene offerta di parlare del bellissimo libro di Ricci, per citare l’intervista a due voci, assieme all’amico Bernardo Bertolucci, pubblicata sui “Cahiers du Cinema” n. 169 dell’agosto del 1965 a proposito del Il Vangelo secondo Matteo: “Nel film ci sono troppi riferimenti culturali alla pittura: questi riferimenti sono miei, sono quelli di un uomo colto – e ho cercato di evitarli il più possibile. Ma se ne trovano lo stesso: il ricordo di Piero della Francesca, di Masaccio, del Pollaiolo, questo magma di ricordi che diventano citazioni, dunque segni di cultura, ecc. Ma la presenza dell’uomo del popolo, che crede, permette di ricondurre tutti i miei riferimenti a un denominatore comune a tutti e due: il riferimento a Piero della Francesca è allo stesso livello di un riferimento a Carlo Levi, livello di un certo sguardo realistico, semplice, idealizzato, come quello dell’eroe di un romanzo popolare nel senso in cui lo intendeva Gramsci.” (5)
Questo discorso sull’importanza dell’Arte, trasmessa da un grande maestro come Longhi, si collega idealmente ad un’altra bella pagina del libro che stiamo commentando. Ricci fa dire a Pasolini che “i maestri nei quali accade di imbattersi – a me è successo all’Università con Roberto Longhi – sono incontri del destino che molto spesso determinano il corso dell’esistenza di una persona.”
E a sua volta Pasolini ha vissuto una stagione da insegnate, a Valvasone. Vediamo il Poeta cercare di “far germinare negli studenti l’amore e la capacità di critica”. Ricci ancora una volta è capace di trasformare, nella nostra immaginazione, la descrizione del Poeta accanto alla finestra mentre la scolaresca è al lavoro, in una bella sequenza cinematografica, istante/metafora di un intero periodo felice e di un’esperienza, quella dell’insegnamento, piena di significati e di entusiasmi.
Ma l’episodio di Ramuscello, “quella sera di fine estate”, l’”amplesso frettoloso” con l’amico Bruno e lo scandalo che il Poeta pagò con le  proprie sofferenze e, soprattutto, quelle che si renderà conto di avere inflitto alla madre, fu una ennesima violenta cesura nella sua vita. L’essere additato da tutti come la pietra dello scandalo, la condanna a tre mesi, poi sanata con la condizionale, l’espulsione del PCI, al quale aveva aderito con entusiasmo, offrendo all’organizzazione la sua cultura, le sue intuizioni politiche, il tempo speso in attività spesso febbrili, non erano nulla a confronto con la consapevolezza del dolore inflitto alla madre. Sono  pensieri di solitudine, a questo punto, quelli che Pasolini avrà verosimilmente rivissuto su quel treno. L’episodio di Ramuscello ha scavato un solco intorno alla propria persona e l’impressione, rivissuta su quel treno attraverso le riflessioni riportate da Ricci, sono quelle di una profonda incolmabile solitudine. Non c’è altro da fare che andare via, fuggire. Salire su quel treno per Roma, assecondato dalla più che mai inseparabile madre, verso la scoperta di una vita diversa.
Siamo al capitolo XLIX: Francesco Ricci fa un passo indietro e lascia concludere al Poeta: “Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione. Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. Sono qui , solo , con te, in un futuro aprile…” (6)
(1) F. Ricci: “Pier Paolo, un figlio, un fratello” – Ed. Nuova immagine – pagg. 9-10
(2) Ibidem pag. 13
(3) Ibidem pag. 25
(4) Ibidem pag. 28
(5) Intervista a Pasolini e Bertolucci su “Cahiers du Cinema” n. 169 dell’agosto del 1965.
(6) P. P. Pasolini: “Supplica a mia madre” in “Poesia in forma di rosa”

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