Bernardo Bertolucci e il Buddismo

Un incontro decisivo per il grande regista

(marino demata)  Nell’ambito della sconfinata letteratura di recensioni, ricordi, aneddoti, che la morte di Bernardi Bertolucci ha prodotto, mi è capitato di leggere che il regista avrebbe giovato al movimento buddista in Italia col suo film Piccolo Buddha nella stessa misura di Roberto Baggio con le sue reiterate dichiarazioni di appartenenza a quel movimento. Quest’affermazione viene suffragata con alcune cifre che testimonierebbero una decisa crescita del movimento negli anni ’90 in concomitanza con l’uscita del film. Personalmente non so se non ci sia una qualche esagerazione in queste affermazioni, pensando a come il calcio nel nostro Paese sia radicato in gran parte della collettività più del cinema e soprattutto al fatto che Baggio è stato ed è un personaggio amatissimo da tutti.
Bertolucci 2E’ certo tuttavia che Bernardo Bertolucci nei primi degli annni ’90 è  riuscito a dare corpo ad un suo sogno lontano, quello di fare un film sui principi del Buddismo, mettendo in scena contemporaneamente sia una storia del mondo contemporaneo, la ricerca di un Budda reincarnato in un bambino, sia la storia di 2500 anni fa della vera e propria nascita di quella religione ad opera di Siddhārtha Gautama, detto anche Śākyamuni. In tal modo il film si sdoppia: da un lato, nell’epoca contemporanea, a Seattle negli USA atterra Morbu, un dotto monaco incaricato di verificare la veridicità delle affermazioni di un suo discepolo che avrebbe riscontrato in un bambino le caratteristiche proprie di un Lama morto nove anni prima. Dall’altro lato, con una continua alternanza di sequenze, Bertolucci ci porta in India alla nascita del Buddismo per effetto di Śākyamuni.
Le due storie sono ugualmente appassionanti. Con la prima il regista ci porta al cuore di uno dei principi del Buddismo, la reincarnazione, il passaggio, dopo la morte, ad una nuova vita; perciò la morte stessa non è altro che un passaggio dalla vita alla vita, con la caratteristica però che sarà lo stesso individuo, dopo la morte, a scegliere dove voler rinascere. Con la seconda Bertolucci affida a Keanu Reeves il compito di interpretare il ruolo del fondatore del Buddismo, riproducendo con grande precisione la storia di quello straordinario personaggio di 2500 anni fa, che, nato in un ricchissimo palazzo nel cuore dell’India, decide, nel corso della sua giovinezza, di uscire fuori dagli agi e dalle ricchezze, e vedere come è fatto realmente il mondo. Śākyamuni, malgrado le opposizioni paterne, persegue il suo disegno e si imbatte nella vera realtà della vita, fatta di miserie, persone malate, anziani che vivono di stenti, morti. Con altre cinque persone desiderose come lui di esplorare la vera realtà, si dedica ad una vita ascetica fatta di stenti e privazioni. Fino a che non comprende che la vita ascetica non è utile per portare conforto a chi ne ha bisogno e che è necessario imboccare una “via di mezzo” (altro importante concetto buddista), tra le ricchezze che ha lasciato nel palazzo paterno e le totali privazioni che ha provato negli ultimi tempi.
Ma il quadro delle conoscenze buddiste di Bertolucci, pur emergendo con grande chiarezza nel corso delle due parti del film, quella relativa al mondo contemporaneo e quella descrittiva della storia di Śākyamuni, risulterebbe ai nostri occhi ancora incompleto, se due anni prima di girare Piccolo Budda, e cioè nel 1991 non avesse rilasciato una straordinaria intervista curata dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, dal titolo “La lezione della rosa bianca”.
Cosa è la rosa bianca? È il titolo di una poesia scritta da Attilio Bertolucci (1), il padre del regista, e dedicata alla propria moglie. La poesia è rimasta molto impressa nella mente del regista che dice: “mio padre parla di mia madre in una poesia che si chiama la Rosa bianca, la descrive come una rosa bianca che fiorisce in fondo al giardino, «le ultime api dell’estate l’hanno visitata», dice, e finisce: «Un po’ smemorata come tu sarai a trent’anni». Io leggo la poesia, esco di casa, con una corsetta arrivo in fondo al giardino ed ecco lì la rosa bianca”.  Tutto questo accade quando Bertolucci ha sei anni: la possibilità di arrivare ad una concezione della poesia che non è invenzione, ma realtà verificabile. La rosa bianca non è una solo una espressione poetica, ma qualcosa di realmente esistente. E questo nasce dalla fortuna di avere un padre che scrive poesie su tutto quelle che gli accade intorno. “Se qualcuno conosce le poesie di mio padre sa che i suoi temi sono quelli della sublimazione della quotidianità”. Insomma, la creatività era di casa nel piccolo mondo intorno ai Bertolucci.
Ma a 15 anni Bertolucci sa di voler scegliere una diversa forma di creatività e già immagina di voler fare cinema e con una macchina da presa prestata comincia a girare qualche piccolo film. Uno dei cardini del Buddismo, il rapporto di identità maestro-discepolo si era in qualche modo consumato sull’altare del “distacco dal modello” tipico di quell’età; ma fu accettato e celebrato dal padre addirittura con una nuova poesia.
La creatività di Bertolucci nel campo del fare cinema fu resa definitivamente possibile dalla Bertolucci 4conoscenza di Pasolini, che lo elesse a suo collaboratore fin dal primo film, Accattone. Bertolucci fu meravigliato di quella proposta e si schernì dicendo “Ma io non ho mai fatto l’assistente alla regia”, ricevendo però l’immediata risposta di Pasolini: “Ed io no ho mai fatto un film. Dunque, siamo pari.”
E racconta: “Quando Pierpaolo faceva le prime carrellate in Accattone, io, assistente che non avevo mai fatto film, ma che conoscevo il cinema forse più di lui, ero consapevole della grande occasione di essere lì ad «assistere», in quelle dieci settimane delle riprese di Accattone, all’invenzione del cinema, all’invenzione di un linguaggio che io conoscevo già. Era come vivere in una specie macchina del tempo che mi riportava dove Thomas Ince, Griffith o Eisenstein inventavano il cinema. Era come vedere la prima carrellata, il primo «primo piano» della storia del cinema, nel momento in cui vengono inventati dal nulla.”(2)
Pasolini fu dunque la grande occasione che si presentò davanti agli occhi del più giovane Bertolucci, che aveva già deciso quello che in seguito avrebbe fatto: seguire le orme del suo amico ed esprimere la sua creatività attraverso il cinema. Una grande occasione per realizzare quello che da tempo aveva sognato, allorchè aveva girato piccoli film con una piccola camera.
Tutto questo significa che la creatività di Bertocucci, anziché irrealizzarsi se non con mediocri poesie, si realizzerà in grandi capolavori cinematografici.
Questa vicenda sulla “emersione” della propria vera creatività offre l’occasione a Bertolucci e al suo intervistatore per una riflessione approfondita sul principio più originale e più importante del Buddismo nella sua versione Mahayana. Il suo intervistatore gli pone la domanda più appropriata e significativa dell’intera intervista: “La gente, molto spesso, immagina la creatività come un patrimonio di pochi, come se a determinarla fosse un fattore genetico. Il Buddismo Mahayana descrive invece una potenzialità che è presente nella vita di ogni persona. Quale è la  sua opinione in proposito?” (3)
E il regista risponde senza esitazioni: “Ancora una volta Buddha si rivela pre-freudiano. A chi ha un po’ di familiarità con Freud, l’idea di rendere tutto spiegabile attraverso la genetica, sembra un po’ troppo comoda. In realtà esiste qualcosa che forse è più forte della genetica stessa: l’inconscio” Qui, in questa risposta sta tutta la profondità della riflessione di Bertolucci sul mondo Buddista. Come dice il Buddismo Mahayana, ci sono in tutti gli uomini delle potenzialità incredibili, che possono portare fino alla suprema Illuminazione, a diventare Buddha. A nessun essere umano è preclusa questa potenzialità. Bertolucci afferma che la chiave di volta per spiegare questo concetto è l’inconscio. Riuscire a portare alla superficie e alla consapevolezza l’inconscio significa aprirsi la strada verso la conoscenza reale del proprio io, delle caratteristiche della propria creatività, arrivare insomma alla propria Illuminazione.
Bertolucci 3E a chi rimprovera Bertolucci di essersi in pratica gettato nelle braccia di Freud, lui risponde, come nel passo sopra citato, che  tale concezione è buddista, e quindi pre-freudiana. E aggiunge, come si è visto, che la potenzialità presente nella vita di ogni persona è l’emersione dell’inconscio. E conclude, dimostrandosi profondo conoscitore del Buddismo Mahayana: “L’inconscio cosa è se non il Ku (il Chi dei cinesi), quella potenzialità misteriosa di cui parla il Buddismo?” Toccando in questo modo uno dei concetti più profondi e più complessi della filosofia buddista: appunto il “Ku”.
Il grande leader del Buddismo, Daisaku Ikeda, è naturalmente tornato molto spesso su questo concetto. E uno dei momenti in cui lo manifesta con la chiarezza che si deve di fronte ad un uditorio non così avvezzo alla filosofia buddista  è stato nel bellissimo discorso tenuto all’Università California di Los Angeles nel 1971. Cosa è il Ku? “ esso è presente in tutti gli uomini, è il “potenziale infinito” di cui è piena l’intera realtà…. Esso indica l’essenza da cui tutte le cose prendono origine e a cui fanno ritorno. Dal momento in cui è infinito e onnicomprensivo, esso spezza la cornice spazio-temporale.” (4)
Bertolucci dunque inquadra il fenomeno della sua inaspettata e insperata creatività proprio entro quei concetti. Altrimenti, tra l’altro, non ci sarebbe altra spiegazione al tipo particolare di creatività, il cinema,  che sarà il cardine stesso della sua vita. Figlio di un poeta, ripudia la poesia. E non ha trovato nella realtà agreste che lo circonda fin da bambino, altri stimoli che possano giustificare e spiegare la svolta che, ad un certo punto prende la sua particolare “creatività”.
Tra l’altro, parallelamente alla passione per il mestiere di regista, nasce in Bertolucci un grande amore per l’intero mondo orientale. Spesso ha detto che la sua patria di adozione è il Nepal, arrivando a supporre che probabilmente la meravigliosa storia di Śākyamuni si sia svolta in quel Paese e non in India. E, sempre nel Nepal, quasi per avallare questa tesi, ha girato Piccolo Buddha, utilizzando gli scenari maestosi e i templi buddisti giganteschi che ivi si trovano e che, con un voluto anacronismo, fanno da sfondo alla storia di Buddha Śākyamuni nel suo film.
Oggi che Bertolucci non è più tra noi gli spetta, secondo la filosofia Buddista, il compito di scegliere in quale luogo reincarnarsi. Noi siamo certi che qualcuno, tra qualche anno, girando magari da turista in Nepal, proprio lì potrebbe magari riconoscere le sue sembianze…

(1) Attilio Bertolucci è stato apprezzato poeta. Le sue raccolte di poesie sono sempre state molto ammirate, tanto che Parma ha voluto dedicare al suo nome il più importante istituto superiore della città, il Liceo Attilio Bertolucci.
(2) Bernardo Bertolucci: “Il cavaliere della valle solitaria” Pagg XIII-XVIII in Pier Paolo Pasolini “Per il cinema” – vol. 1° – ed. Mondadori
(3) Questa e le successive citazioni derivano da “Intervista a Bertolucci. La lezione della rosa bianca” da Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai 1991.
(4) Daisaku Ikeda. Dal discorso alla California University, Los Angeles, 1° aprile 1974.

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