Bruno Ganz, l’amico “tedesco”

Riflessioni su “L’amico americano” di Wim Wenders

 

(marino demata) Bruno Ganz, recentemente scomparso e sinceramente rimpianto non solo dai critici e da tutti gli altri  addetti ai lavori del mondo del cinema, ma anche dal pubblico di tutto il mondo, è stato in questi  ultimi giorni ricordato soprattutto per la sua interpretazione nel film Il cielo sopra Berlino (1987) di Wim Wenders. Lì Bruno Ganz era l’angelo Damiel, che, assieme ad un altro suo simile interpretato da Otto Sander, vegliava, non visto da nessuno, su Berlino, spesso rammaricandosi della sua esistenza esclusivamente spirituale e rimpiangendo la non partecipazione alla vita materiale, il suo non potersi sporcare le mani con i problemi a cui assiste muto e non visto “sopra Berlino.”
Noi invece, per ricordare degnamente Bruno Ganz, nato a Zurigo, ma tedesco di “adozione cinematografica” abbiamo scelto un altro film di Wenders, molto più complesso e problematico del film berlinese del 1987, e cioè L’amico americano del 1974, un film dalla dialettica intensa e raffinata.PDVD_002
È un film che parte da una riflessione sull’arte: le prime scene ci mostrano infatti la figura di un pittore che si fa credere morto (il regista Nicholas Ray) e la tensione degli aspiranti acquirenti ad un’asta per aggiudicarsi un quadro che si rivelerà falso. Sono due sequenze nelle quali Wenders sembra voler affermare il concetto della “mercificazione” dell’arte, in un mondo interessato ormai più alle quotazioni dei quadri che alla bellezza artistica in sé. Il film dunque sembra partire dalla affermazione della morte dell’Arte, per arrivare alla disperazione per la morte in se stessa. Contribuisce a questo passaggio il clima che Wenders riesce a creare nel film grazie anche alla fotografia del fedele e geniale Robby Muller, ove il solipsismo e la disperazione dei due protagonisti viene accentuata dal  grigio paesaggio delle periferie di Amburgo e di Parigi. Tra queste città, e poi anche Monaco, si snoda il continuo e frenetico movimento del corniciaio, che è una sorta di avventura/ribellione alla propria esistenza di predestinato alla morte vicina. Ma anche in questo caso, come nell’altro famoso film di Wenders, il movimento è un Falso movimento.
Diciamo innanzitutto che il film si giova del contributo di quattro assi: la notissima scrittrice di racconti gialli Patricia Highsmith, il regista Wim Wenders, fortemente emergente in quegli anni, e i due grandi attori Bruno Ganz e Denis Hopper.
La Highsmith a sua volta condusse una vita complessa e piena di quelle contraddizioni e problemi che ritroviamo in molti personaggi dei suoi 22 tra romanzi e novelle. Dedita all’alcool in alcuni periodi, nella vita sentimentale preferì relazionarsi con altre donne, ma sempre in rapporti di non lunga durata. Dopo la novella di esordio Strangers on a Train (1950), dalla quale Hitchcock trasse ispirazione per il film omonimo, senz’altro uno dei suoi capolavori, la scrittrice, dopo in paio di lavori più insignificanti scrisse nel 1955 The Talented Mr. Ripley, nel quale introduce il raffinato personaggio di Mr. Ripley, che sarà il protagonista di altri quattro romanzi, una vera e propria serie solitamente denominata “The Ripliad”. Ai vari episodi di questa serie si sono ispirati vari registi come Renè Clement, Anthony Minghella, Liliana Cavani e Wim Wenders.PDVD_004
Quest’ultimo, che dedica il suo film L’amico americano proprio alla Highsmith, crea due personaggi, il primo dei quali è un corniciaio di Amburgo, malato terminale con pochissime aspettative di vita, interpretato da Bruno Ganz e Ripley, un cow-boy americano, avventuriero e trafficante d’arte. Il film, ispirato al terzo episodio della “Ripliad”, The Ripley’s game, rappresenta, secondo noi, la interpretazione del romanzo della Highsmith più originale e più scopertamente piegata alla visione del mondo del regista. La prima originalità di fondo consiste nel collocare i due protagonisti in due mondi assolutamente diversi, quello classico tedesco, compassato, pieno di regole e tradizioni, e quello americano, spregiudicato, sregolato, aperto al nuovo e a ciò che è  rischioso. Due mondi interpretati dai due protagonisti dai quali non è certo impossibile intravedere la metafora di due differenti cinematografie, quella europea e quella americana,  alle quali Wim Wenders è costantemente attratto, come tra due poli. Wenders in questo caso coglie l’occasione per ribaltare e rovesciare i segni e le funzioni degli stereotipi narrativi del genere poliziesco, ironizzando su di essi. Le modalità stesse dell’omicidio, che ritorna per ben tre volte nel film, sono spiazzanti e assolutamente non in sintonia col genere classico, dal quale Wenders prende apertamente, e con abbondanti dosi di ironia, le distanze.
Lo stesso titolo del film può essere letto, come suggerisce lo stesso regista in una intervista, anche in senso ironico: cioè l’improvvisa ed inaspettata amicizia tra due esseri assolutamente eterogenei e distanti, abitanti di due mondi e addirittura due continenti diversi, eppure attratti l’uno all’altro dalla comune segreta paura della morte, che è anche angoscia dello stare al mondo. Bruno Ganz, che qui è appena al suo terzo film, degli oltre 50 che riempiranno la sua straordinaria carriera, interpreta, con magistrale misura e con quell’equilibrio che lo contraddistinguerà nelle opere successive, Jonathan Zimmermann, un  modesto corniciaio di Amburgo. II destino lo ha condannato ad  una grave malattia, i cui contorni vengono artatamente aggravati da Ripley (Dennis Hopper) per spingerlo all’omicidio in cambio di danaro da lasciare alla moglie e al figlio. Jonathan non accetta del tutto la sua condanna a morte lenta: vede in Ripley quello che manca a lui, la spregiudicatezza e l’intraprendenza, mentre Ripley, per converso, sembra attratto dalla tranquillità familiare che caratterizza la vita del corniciaio. Logico che tra i due si instauri un rapporto a filo doppio, e il sottile filo conduttore di questo rapporto rappresenta sicuramente una delle novità più piacevoli di questa edizione del romanzo della Highsmith, che si sostanzia in una ambigua complicità che lega i due nella lotta contro il comune nemico interiore.PDVD_005
L’altra protagonista del film è la morte, “la regola senza eccezioni”, che è il primo titolo che Wenders avrebbe voluto dare al film, prima di pervenire al titolo definitivo, che sottolinea invece l’aspetto dell’amicizia. L’idea della morte scuote Jonathan, lo annichilisce, ma gli fornisce anche l’alibi per accettare il gioco che Ripley prima gli propone e poi cerca di evitargli. Ma anche lo spregiudicato “amico americano”, il cinico Ripley, che sembra da solo dettare le regole del suo “gioco”, in realtà è in balia della morte. Quando la missione sarà stata compiuta, i gangster saranno stati eliminati e lo stesso Jonathan sarà andato incontro al suo destino, si abbatte su Ripley un senso di vuoto e di morte che è anche smarrimento definitivo della propria identità. Non a caso Ripley dirà al proprio inseparabile registratore: “So sempre di meno chi sono io e chi sono gli altri”.
Possiamo affermare che il personaggio interpretato dal già bravissimo Bruno Ganz è una scrittura a tutto tondo del personaggio creato dalla Highsmith, mentre Tom Ripley/Dennis Hopper è una creazione di Wim Wenders. Questa diversità, voluta dal regista, ha fatto nascere in molti critici il dubbio che il personaggio interpretato da Dennis Hopper non piacesse per nulla alla Highsmith, fino al punto da ripudiare il film. È possibile che l’umore altalenante della scrittrice la abbia in alcuni momenti spinta a non amare del tutto la trasposizione cinematografica del suo personaggio. Ma
non ci convince molto questa interpretazione. Al contrario: a rileggere la biografia della scrittrice si riconoscono invece alcuni tratti del personaggio creato da Wenders. Il cow-boy pieno di dubbi e di ansie non è poi tanto distante dal carattere della scrittrice, pieno di contraddizioni, ricco di cultura esistenzialista e con una ricca dialettica interiore. Si potrebbe affermare che il Ripley wendersiano più che somigliare al Ripley dei romanzi, somiglia piuttosto alla sua Autrice,
alla quale, come si è detto, Wenders  dedica esplicitamente L’amico americano.
Attendiamo di vedere l’ultima interpretazione di Bruno Ganz, il film di Lars Von Trier La casa di Jack, nel ruolo di Virgilio, al fianco di Matt Dillon e Uma Thurman. Nel frattempo, rivisitiamo L’amico americano e apprezziamo fino in fondo le due straordinarie interpretazioni di Dennis Hopper e di Bruno Ganz, che contribuiscono a fare del film una delle opere più significative (ancorché meno conosciute)  di Wim Wenders ed un autentico capolavoro del cosiddetto “Nuovo cinema tedesco”.
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