6° Firenze FilmCorti Festival – L’angolo degli Autori / The Author’s corner: Enrico Grieco “Il mio nemico intimo”

RIOfilm Roberto Gambacorta & Francesco Manguso

presentano

IL MIO NEMICO INTIMO

scritto e diretto da

ENRICO GRIECO

con

 MARIA GRAZIA CAVALLARO

 

 Verità e Vita di un ECCE HOMO

 

Questione di sguardi. O meglio della direzione da cui provengono. La nostra lettura/interpretazione della vita e di tutto quello che porta con sè è sempre determinata dalla direzione da cui si muove l’occhio che guarda, chiamato a dare un nome a ciò che vede.
Accade allora che IL MIO NEMICO INTIMO sia una rappresentazione in presa diretta (e spietata) di un evento cardinale e foriero di trasformazioni come la malattia, la lenta, lunga tracimazione di frammenti di tempo e vita percepiti in una maniera prepotentemente e drammaticamente inedita come solo una patologia degenerativa quale il Parkinson può provocare.
Il mio nemico intimoLa presa diretta in questi casi disturba, annienta, provoca repulsione perché richiede allo spettatore una sorta di grado zero iniziale con cui avviare il dialogo interno con l’opera. Richiede, cioè, ascolto e sedimentazione. L’impatto con tale materia non sarà facile e il dialogo potrebbe interrompersi sul nascere. Questo è il rischio che ha deciso di correre Enrico Grieco e, con lui, i protagonisti di quest’avventura. Scomoda e disturbante come una malattia che non ti dà tregua e speranza.
Allora ti accorgi che il testo-spettacolo-mediometraggio non è che una tranche de viedavanti a cui si può solo avere (o non avere) il coraggio di guardare e di resistere.
Guardare: il primo atto. E, guardando, si ritroverà prima di tutto, la cifra inconfondibile della fotografia di Enrico Grieco, cioè quel bianco e nero che scava nelle profondità delle persone e ne restituisce le montuosità e le depressioni, i solchi e gli angoli dei corpi e soprattutto dei volti. Qualcosa che ricorda Pasolini e il suo modo di usare la macchina da presa sui personaggi, che ha molto a che fare con l’umanità dell’essere. Come nella fotografia, il bianco e nero, nella sua materialità esasperata, obbliga a rallentare lo sguardo e provoca alla partecipazione, alla costruzione stessa dell’immagine che si accende nella mente con l’emersione di un particolare, una piega del viso, una curva illuminata che apre un varco nel mondo interiore del personaggio. Come sempre, uno scacco al naturalismo che dovrebbe essere insito nella fotografia e che invece conduce al (sur)-reale.
In questo la fisicità di un’attrice come Maria Grazia Cavallaro – colta da spietati e ieratici piani frontali che non risparmiano quegli occhi grandi e spiritati, il naso appuntito e la durezza delle linee intorno a una bocca da cui escono suoni di fuoco – si rivela estremamente funzionale nel dare corpo a una parola tragica e concreta. Raramente accade che la potenza dell’immagine e della visione non fagociti la parola. Qui, invece, ci troviamo di fronte a un’immagine che sostiene e poi fa dominare una parola che restituisce la tragedia del quotidiano.
In questo si snoda la seconda sfida lanciata allo spettatore de IL MIO NEMICO INTIMO: resistere. Resistere in primis al linguaggio giornaliero della malattia, fatto di ribellione e urla soffocate, di un’asettica terminologia medico-burocratica contrapposta a sussulti di tenerezza e aneliti di vita, di un corpo che si svuota mentre mente e cuore gridano lucidità di pensiero e amore del bello. E nella geometria del punto di vista (esterno-interno) della Voce narrante e del Personaggio si riflette l’asincronia mente-corpo, pensiero-azione, desiderio-sentimento che vive il protagonista nello stillicidio dei giorni. Il testo diventa tutt’uno con la malattia. Ma se la malattia, per sua natura, ci immerge in un’autopercezione estrema e in una percezione del mondo e del tempo che prima ignoravamo, è pur vero – come accade al kafkiano Gregor Samsa de La Metamorfosi – che il sé e la sua coscienza permangono identici a sé stessi e che i cambiamenti esteriori che si riflettono sul corpo in fondo non ci cambiano, ma tirano fuori ciò che realmente siamo.
E allora ci imbatteremo in battute-chiave – «Tette e culi fanno sorgere domande di ordine estetico: tutti cercano di fermare l’avanzata del tempo e la biodegradabilità dei corpi… ma solo un artista può farlo» – che traducono l’essenza della vita di un performer, fotografo, artista, chansonnier di corpi che hanno sempre raccontato storie vere e surreali. Il senso di una vita divorata a morsi per il piacere di viverla, senza domande ultime ma proprio per questo avvinta alla Verità del suo fluire appassionato, che ti fa entrare dentro il cuore delle ‘pizze calde’, del corpo a corpo con l’amante, del sapore del cibo giapponese con la goliardia di uno zingaro della Vita. È quello zingaro che anche adesso si gioca la sua partita, con la verità del proprio essere, con un finale necessariamente aperto perché ciò che conta è la sfida che sta in mezzo. Ecce homo, dunque. Ma alla maniera di Nietzsche, per il quale non a caso «La malattia è un sintomo della grande salute [dello spirito]». E forse, come esergo di quest’avventura, che ci interroga disturbandoci, si potrebbe dire con l’aforisma 62 della Scienza Felice:
Sì! Io so le mie radici!
Insaziato come la fiamma
Ardo io e mi consumo.
Luce diventa tutto ciò che afferro,
Carbone tutto ciò che lascio:
Fiamma per certo son io.
 
Monica Citarella
Giornalista e critico teatrale
 

 

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