Il cinema di Godard: “Pierrot le fou” (FR 1965)

(nicola raffaetà)  “ Questo qui non è un film! “, così diceva Jean Paul Belmondo scagliandosi contro Godard durante le riprese di  Pierrot le fou .
Probabilmente il protagonista di A bout de souffle , ormai star del cinema europeo nel 1965, non era cosciente che per la seconda volta in pochi anni, stava entrando nella mitologia del cinema e nell’immaginario collettivo, interpretando Ferdinand, ossia il Pierrot le fou del film, capolavoro indiscusso del regista francese, pietra miliare non solo cinematografica, ma artistica.
pierrot-le-fou-800-800-450-450-crop-fillTratto dal romanzo “ Obsession “ di Lionel White, lo stesso autore di “ The Killing “ di Stanley Kubrick, Pierrot le fou  parla di un uomo, Ferdinand ( Jean Paul Bel Mondo ), un professore di spagnolo insoddisfatto della propria vita borghese, e di una donna, Marianne ( Anna Karina ), sempre irrequieta e pronta a tutto pur di soddisfare la sua smania di vivere.
I due si incontrano e si amano, fuggono assieme, lui abbandonando la famiglia.
Un road movie, una fuga dalla realtà borghese, tra violenza, furti, omicidi, amore e cultura, alla ricerca della libertà e di un altro mondo, un altro possibile modo di vivere la vita.
La storia è semplice, ma Godard la “ complica “, se così vogliamo dire. Immagini e parole corrono per strade diverse per ricongiungersi, si invertono, le immagini parlano mentre le parole rappresentano, come in tutta la filmografia del regista in cui si ha la continua ricerca di un “ non-linguaggio “, di un diverso modo di comunicare che, per quanto mi riguarda, non è nuovo, ma è innato nell’uomo, in cui cinema e mente sono l’uno lo specchio dell’altra, sfruttando la potenza della luce per creare immagini proiettate su uno schermo bianco, la vita per la mente ( la famosa illusione buddhista e induista ), lo schermo bianco della sala cinematografica. Il cinema crea realtà, la mente crea illusione, in uno scambio reciproco, come in una partita da tennis, che troviamo anche in “ Pierrot le fou “.
La ribellione è in atto, a pochi anni da quel fatidico 1968, Godard anticipa quella rivoluzione che tutti attendevano, nel linguaggio, come sempre, attraverso la sua de-strutturazione, restando all’interno di un genere, il gangster movie; attraverso i colori, solari estivi, con quei blu, rosso e bianco dominanti per tutto il film, colori della bandiera francese. Di fatto il film in molti modi è un attacco alla società francese di quel periodo e proprio per questo il film fu vietato ai minori di 18 anni a causa del suo “ anarchismo intellettuale e morale “.
Abbiamo molti riferimenti alla storia francese di quel periodo, a partire dall’OAS, l’organizzazione armata algerina ribelle al colonialismo francese; al Vietnam, ex colonia francese, che nel 1965 si trovava sotto i bombardamenti americani.
Di qui una grande critica all’imperialismo americano, ma soprattutto al capitalismo, al consumismo, alla pubblicità, alla cultura di massa, tematiche che ritroveremo più tardi in lavori come La chinoise  ( La cinese ) e ancor più in  Deux ou trois chose que je sais d’elles “ ( Due o tre cose che so di lei ), ma che più o meno ritroviamo in tutta la filmografia del Maestro, in ultimo in Film Socialisme ( 2010 ) e in  Adieu au langage  ( 2014
Per quanto mi riguarda Pierrot le fou è il film più rivoluzionario di Godard, molto più di La chinoise  che per il regista doveva essere un motore per la rivoluzione rossa maoista in occidente ma che così non fu, perché rivoluzione e dittatura ( maoista in questo caso ) non hanno niente in comune tranne il combattersi, mentre è proprio l’anarchismo di fondo che rende Pierot le fou  un simbolo di quella rivoluzione che scoppierà in Francia invadendo tutta Europa nel 1968, che ebbe poca durata, che portò a nuovi e fondamentali diritti dell’uomo e del cittadino, ma che ahimè ha aperto le porte al mondo di ora, a questa società disgregata, dove vige un’anarchia totalitaria e licenziosa che ha ucciso l’originario spirito anarchico rivoluzionario degli anni ’60.

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