Roberto Longhi, Maestro di Pasolini

La pièce al Teatro dell’Accademia di Belle Arti a Firenze

(marino demata) “Se penso alla piccola aula […] in cui ho seguito i corsi bolognesi di Roberto Longhi, mi sembra di pensare a un’isola deserta, nel cuore di una notte senza più una luce. E anche Longhi che veniva, e parlava su quella cattedra, e poi se ne andava, ha l’irrealtà di un’apparizione. Era, infatti, un’apparizione. Non potevo credere che, prima e do­po aver parlato in quell’aula, egli avesse una vita pri­vata, che ne garantisse la normale continuità. Nella mia immensa timidezza di diciassettenne (che dimo­strava almeno tre anni di meno) non osavo nemmeno affrontare un tale problema. Non sapevo nulla di inca­richi, di carriere, di interessi, di trasferimenti, di inse­gnamenti. Ciò che Longhi diceva era carismatico.[…] Solo dopo Longhi è diventato il mio vero maestro. Allora, in quell’inverno bolognese di guerra, egli è stato semplicemente la Rivelazione.” (1)   Chi scrive è Pier Paolo Pasolini, uno degli allievi, il più celebre, del grande Maestro  Roberto Longhi. Tale appariva al giovane Pasolini il prof. Longhi allorché parlava, nell’aula dell’Università di Bologna, di pittura e di arte in generale. Questi giudizi entusiasti del giovane studente, dall’aula dell’Università della sua Bologna, sono riecheggiati ieri a Firenze all’interno della sala del teatro dell’Accademia di Belle Arti di Firenze definito da Claudio Rocca, il Direttore dell’Accademia, “palestra privilegiata per gli studenti di scenografia che qui possono testare scene, fondali e luci. Uno spazio di sperimentazione d’arte plastica nato negli anni Settanta e recentemente recuperato, che abbiamo voluto condividere con la città per un intero weekend all’insegna dell’arte teatrale.”
Ingresso gratuito e libero fino ad esaurimento dei 60 posti disponibili. Insomma, un piccolo spazio destinato evidentemente a grandi autori e grandi storie. E la grande storia alla quale abbiamo avuto il privilegio di assistere è quella di Roberto Longhi. Una pregevole pièce teatrale dal titolo “Roberto Longhi. Autoritratto di critico con figureè andata in scena applauditissima nel 50° anniversario della sua morte.!

Ad essa hanno lavorato la Compagnia Lombardi-Tiezzi, attraverso il Teatro Laboratorio della Toscana e la stessa Accademia di Belle Arti di Firenze, che non ha semplicemente ospitato la rappresentazione dell’opera nel piccolo teatro , ma è stata parte attiva della sua realizzazione attraverso gli allievi della propria Scuola di Scenografia, che hanno progettato e realizzato le scene. Da rimarcare inoltre che l’unico dipinto, mostrato “dal vivo”, nella parte finale della rappresentazione, è la copia di “Ragazzo morso da un ramarro” di Caravaggio realizzata da Alexandru Andries. Giustamente perché “Ragazzo morso da un ramarro” è un’opera amatissima da Roberto Longhi, oggi conservata presso la Fondazione Longhi a Firenze

Sono stati messi in scena momenti fondamentali della vita professionale e privata del grande Longhi: si inizia subito con gli  anni Venti del Novecento, con l’insegnamento al Liceo Tasso e al Liceo Visconti di Roma, con la corrispondenza, ricca di spunti critici, con Anna Banti, sua allieva e poi moglie. E si prosegue con altri momenti: vengono fatte rivivere  una serie di figure di artisti sui quali Longhi si è più volte soffermato nelle sue lezioni, le opere della grande pittura, da Giotto e Cimabue fino alla grande stagione della pittura rinascimentale, fino a Caravaggio, che, nel tagliente giudizio del Maestro, rappresenta la fine della pittura italiana, fino ad altre  polemiche affermazioni come “L’arte non è imitazione della realtà, ma interpretazione individuale di essa”.

Pittura e autori che Pasolini ha amato grazie a Longhi e che sono diventati fonti di ispirazioni di tante scene dei suoi film, attraverso “citazioni”, alcune delle quali volute, come quelle, presenti ne La ricotta,  cioè le “Deposizioni” di Rosso Fiorentino e Pontormo, altre invece “involontarie” perché, dice il Poeta, sono diventate bagaglio culturale e parte della propria formazione e cultura, come ne Il Vangelo secondo Matteo, ove sono anche “troppe”: “Nel film ci sono troppi riferimenti culturali alla pittura: questi riferimenti sono miei, sono quelli di un uomo colto – e ho cercato di evitarli il più possibile. Ma se ne trovano lo stesso: il ricordo di Piero della Francesca, di Masaccio, del Pollaiolo, questo magma di ricordi che diventano citazioni, dunque segni di cultura, ecc.”. (2)

Io penso che il lavoro su Longhi, cui abbiamo assistito ieri, avrà potuto indurre molti a chiedersi: senza Longhi come sarebbe stato il cinema di Pasolini?

(1) Pier Paolo Pasolini, recensione a Roberto Longhi ‘Da Cimabue a Morandi
(2) “Cahiers du cinema” n° 169 agosto 1965: Intervista a Pier Paolo Pasolini e Bernardo Bertolucci

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