“Identity” (USA 2003) di J. Mangold – Ispirato a un romanzo di Agatha Christie

 

Da “Dieci piccoli indiani”

IdentityJames Malgold è uno di quei registi americani che è riuscito, dopo studi e inseganti molto seri, in primis Alexander Mackendrick e il grande Milos Forman, a costruirsi una filmografia di tutto rispetto che annovera, fra i titoli di spicco,  Dolly’s Restaurant, film di esordio, con Liv Tyler e Shelley Winters, premiato al Sundance Film Festival, Ragazze interrotte e soprattutto l’ appassionata biografia del cantante Johnny  Cash, dal titolo tratto da una sua celebre canzone, Walk the line. Il titolo è stato storpiato in italiano, come troppo spesso accade,  in un banalissimo “Quando l’amore brucia l’anima” (veramente da piangere!!!). Il film ha anche avuto il merito di mettere in luce un grande Joaquin Phoenix e consegnarlo definitivamente al grande pubblico. E ricordiamo anche il bel remake di Quel treno per Yuma, con Russell Crowe e Christian Bale e il recente Logan, ambientato in un futuro remoto.
Già da questi accenni di filmografia emerge una grande versatilità del regista, capace di passare da un genere all’altro con grande disinvoltura e senza mai perdere le sue peculiarità, costituite soprattutto dalla cura dei particolari, dall’attenzione prestata più alle atmosfere rispetto alla storia in sé, alla struggente malinconia di alcuni suo celebri passaggi che ci sono rimasti impressi, assieme a situazioni drammatiche sempre gestite con grande efficacia. Una delle particolarità di questo film è che trasporta lo spettatore di volta in volta in due situazioni diverse, di cui capiremo il nesso solo nella parte finale.
Da un lato ci troviamo alle 11 di sera nello studio del giudice penale Tylor (Holmes Osborne) che ha condannato alla pena di morte – da eseguirsi la mattina dopo – un tal Malcolm Rivers (Pruitt Taylor Vince) per omicidi plurimi. Si tratta dell’estremo tentativo dei suoi avvocati di portare nuove prove per sospendere l’esecuzione.
Parallelamente, alla stessa ora, si abbatte un vero e proprio nubifragio su una strada del Nevada, che improvvisamente viene allagata e interrotta in due punti, rendono impossibile agli autisti sia di andare avanti che di tronare indietro. Unico e inevitabile rifugio è un motel (che porta lo spettatore subito a ricordare quello di Psyco).
Sono 10 le persone costrette a rifugiarsi, dopo aver tentato invano di andare avanti e dopo vari incidenti patiti. Uno di questi risulta di grande gravità ed è causato da una manovra errata da parte di Ed (John Cusack), autista della diva Caroline Suzanne (Rebecca De Mornay). A farne le spese è Alice (Leila Kenzle), che viaggia in auto col marito e col proprio figlio, e che, dopo vari tentativi da improvvisato chirurgo da parte di Ed, sarà la prima delle vittime.
Il gruppo raggiungerà quota 10 con l’arrivo di altri rifugiati dalla tempesta: una prostituta (Amanda Peet) in cerca di riscatto dal proprio passato e che sogna un aranceto in Florida, un poliziotto (Ray Liotta) che scorta un violento pregiudicato. Competa il quadro l’ambiguo gestore del Motel e una coppia, Lou e Ginny (Clea DuVall), in perpetua crisi all’interno di un rapporto basato sulla menzogna.
Proprio come nel romanzo di Agatha Christie e nelle varie versioni cinematografiche, lo spettatore Identity 2assiste al susseguirsi delle morti strane e generalmente molto violente dei vari personaggi. E non manca la esplicita citazione di uno dei precedenti film tratti dal romanzo: sarà la tormentata Ginny ad esclamare agli altri che la loro situazione era molto simile a quella di un film girato su un’isola dove i dieci personaggi, che apparentemente non avevano nulla in comune, vengono uno alla volta tutti eliminati.
Da qui il dubbio di Ginny ed anche dello spettatore: che l’incontro dei 10 non sia del tutto casuale. Che non sia solo stata la tempesta a riunire le 10 persone? Possibile che una forza superiore sia riuscita a creare questi strani incontri? Oppure che ci sia stata una precisa volontà e un piano architettato da parte di qualcuno di loro? Domande alle quali naturalmente non riveleremo le risposte, limitandoci semplicemente a dire della scoperta che effettivamente  i dieci personaggi fanno: essi scoprono di avere – senza saperlo prima – qualcosa di importante in comune. Una certezza improvvisa che nel frattempo non risolve nulla, ma che accresce la curiosità e l’attesa dello spettatore per un finale che riserverà molte altre sorprese.
Certo con una storia celebre piena si suspense tra le mani e con la abile riscrittura  di Cooney, Mangold non ha dovuto inventarsi tanti espedienti per tenere desti l’attenzione e l’interesse dello spettatore. In ogni caso il regista riesce a creare scene di tensione drammatica da par suo ed è capace di ottenere il meglio da (quasi) tutti gli attori impegnati. Tra i quali spicca l’intramontabile (e politicamente attivissimo) John Cusak, forse recentemente penalizzato da qualche ingaggio per film più modesti del solito, ma che in questo caso non fa rimpiangere la estrema positività di precedenti interpretazioni. Ci sono anche piaciuti nelle loro rispettive parti Amanda Peet, Ray Liotta (a proposito di intramontabili) e Alfred Molina, che interpreta la parte parallela del film, quella che svolge nello studio del Giudice Tylor.
Insomma Mangold, anche in questo film, è riuscito a mettere in piedi un cast di gande spessore, e a dirigerlo con efficacia. Per chi non l’abbia visto, Identity è un film sicuramente da non perdere, perché regala grandi emozioni allo spettatore e sorprese a ripetizione in un contesto molto ben confezionato e riuscito.
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