“5 bambole per la luna d’agosto” (IT 1969) di Mario Bava

 Il quattordicesimo film di Mario Bava

(nicola raffaetà) Girato l’anno successivo dopo il suo ” Diabolik “, nel 1969, il maestro del giallo all’italiana ci regala un film ancora una volta sensazionale da due punti di vista, cinematografico, per le sue sequenze e scene ancora una volta che travalicano il reale per approdare a un mondo onirico tutto suo, tramite riprese con angolazioni estreme e zoom allucinanti che tendono a enfatizzare lo straniamento dello spettatore, con una musica ancor più estraniante che va al di là del genere, e la sua storia che vede al centro personaggi cinici pronti a tutto per il loro interesse personale, leitmotiv narrativo dell’opera di Bava.

Liberamente ispirato al romanzo di Agatha Christie ” Dieci piccoli indiani “, il film si estranea molto dal giallo della Christie prendendo una strada molto diversa.

Come nel libro la storia narra di un gruppo di persone ospiti in una casa su di un’isola che vengono sistematicamente eliminate una alla volta, ma a differenza del libro, il motivo per cui vengono uccise non riguarda l’intento di voler far rispettare la legge ( nel romanzo tutte le vittime sono accusate di omicidio ma non sono mai state arrestate ), ma bensì vengono uccisi per denaro.

Al centro di tutto c’è una grande scoperta scientifica di cui tutti quanti vogliono impossessarsi.

Bava non salva nessuno, tutti sono cinici e cattivi, tutti pensano solamente ad accaparrarsi la grande scoperta scientifica per diventare milionari.

Il film inizia con una stupenda scena nel salotto della villa, gli invitati ballano, bevono, la bellissima Edwige Fenech, nel massimo del suo splendore, si esibisce in una danza molto sensuale per i propri ospiti, infine viene inscenato il delitto della stessa, in un gioco macabro che apre le porte al film. Anche in questa scena, come poi in tutto il film, interessante è l’utilizzo che il regista fa dello zoom ( si apre subito con una serie di zoomate sulla Fenech a ritmo di musica ), e il posizionamento della macchina da presa con inquadrature estreme ed anomale.

Anche se siamo nel 1969, in tutto il film pervade quello spirito di sperimentazione tipico di tutto il decennio, tutto il film ne è la prova e questa scena iniziale ne è la firma.

Come sempre poi Bava ci stupisce con il finale, imprevisto e ironico che lascia di stucco lo spettatore che, anche se preparato in parte dal regista, viene portato su un’altra strada dallo stesso, illudendolo di dargli la possibilità, anche banale, di sapere in anticipo cosa è veramente accaduto, Bava ce lo fa capire solo in parte, la verità è un’altra e a me personalmente ha divertito.

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