“Tutti lo sanno” (SP. 2018) di Asghar Farhadi: thriller al servizio della complessità dei rapporti umani

Un mezzo passo falso?

(marino demata) Capita a volte che la vita felice di una coppia, o di una famiglia, o di un gruppo venga all’improvviso  sconvolta da un evento o da una notizia che funge da deflagratore, a tal punto che nulla sarà più come prima: i rapporti inevitabilmente si deteriorano o precipitano lungo una china inarrestabile. L’evento può nascere sia dalla volontà di altre persone, sia, forse più frequentemente, dal caso. E se si tenta di “mettere una pezza”,  non si raggiunge altro che un risultato peggiore.
Tutti-lo-sanno-locandinaQuesto schema è usato il più delle volte nelle storie che ci presenta Il cinema di Asghar Farhadi. Prendiamo ad esempio Il cliente: una coppia felice è costretta a cercare una nuova casa e la trova grazie all’aiuto di un amico. Tutto sembra andare per i meglio, ma il passato di quella casa irrompe come elemento di frattura nella vita della coppia. Tutto cambia. È una svolta nella loro vita.
In Tutti lo sanno quello schema viene utilizzato al servizio di una storia e di un’opera molto più corale e complessa. Al centro della storia c’è Laura (Penelope Cruz), che ha lasciato da 16 anni il piccolo paese a nord di Madrid, per vivere in Argentina col marito che non ama più, e con due figli. Laura ritorna con i due figli nel paese natale per partecipare al matrimonio della sorella. La festa di nozze è ricca di allegria e di felici ricordi. Ma proprio quando la festa volge al termine succede l’evento imprevisto che sconvolge tutto e tutti e la trasforma in tragedia. Il marito di Laura, Alejandro (Riccardo Darin) viene chiamato di urgenza dall’Argentina, ove era rimasto per cercare un nuovo lavoro. Ma l’unica persona che sembra veramente intenzionata a dare una mano concreta per risolvere l’intricata matassa è Paco (Javier Bardem): un’antica fiamma di Laura, a sua volta sposato in apparenza felicemente. Dunque, Laura e Paco:  due nomi scolpiti nel vano della torre campanaria sono ancora lì a testimoniare un grande amore del passato. Il regista si sofferma sulla torre campanaria con una citazione da Vertigo/La donna che visse due volte di Hitchcock, tanto evidente quanto del tutto gratuita, se non come semplice omaggio al regista del brivido e dell’intrigo.
In effetti un intrigo si rivela l’evento che sconvolge il matrimonio e l’esistenza di tutti i presenti, che  inevitabilmente ci riporta al passato di quella famiglia e quella comunità.
Il passato e il suo peso: un altro elemento costante del cinema di Farhadi.
Il regista, attraverso le dinamiche che si determinano nella ampia famiglia, ci porta per mano nella dialettica presente-passato e ci fa scoprire quello che “Tutti sanno”, ma che, come è prassi in un piccolo paese e in una piccola comunità, nessuno ha il coraggio né di rivelare né di ammettere. Il nodo sarà reso esplicito solo dalla disperazione di Laura.
Il film assume in molti momenti le sembianze di un vero e proprio thriller, con frequenti colpi di scena rivelatori di quello che “tutti sanno”. Ma l’intento del regista non è quello di costruire un vero e proprio “giallo”, ma di mettere tutti i “pezzi” al servizio di un universo famigliare e sociale le cui complesse dinamiche sono quelle che lo interessano maggiormente.
Asghar Farhadi, due volte premio Oscar per Una separazione e Il cliente, dirige con mano sicura un cast di primo piano, che vede accanto alla collaudatissima coppia (nel cinema e nella vita) Bardem/Cruz, il bravissimo attore argentino Ricardo Darìn, a sua volta vincitore di premi e del quale ci piace ricordare la bella interpretazione in Il segreto dei tuoi occhi, Oscar quale migliore film straniero nel 2010.
Il nostro regista è bravo nel disseminare lo svolgimento del film con piste e indizi, inTodos-lo-saben una sorta di “accumulo”, che a volte sembrano  avere la funzione di voler sviare lo spettatore. Ma proprio qui sta, a nostro giudizio, il limite di quest’opera ambiziosamente corale. Depistaggio o meno, il mettere di fronte allo spettatore le storie di molti personaggi, anche di secondo piano, il manifestare molti particolari non del tutto funzionali allo svolgimento della trama, il voler dire tutto (o troppo) di tutti, sono elementi che finiscono per appesantire inutilmente il film.
L’atteggiamento del regista nei film precedenti girati in Iran era esattamente l’opposto: anche per motivi di censura, era molto ampio il “non detto”, con vantaggio per l’intuizione e la voglia completamento creativo da parte dello spettatore. Qui, paradossalmente, l’assenza di censura spinge evidentemente o inconsciamente il regista a dirci tutto di tutti. Sia chiaro che non stiamo rimpiangendo la censura iraniana, ma stiamo invece rimpiangendo un tipo di cinema, quello firmato da un grande filmmaker dello stesso Paese, Abbas Kiarostami, che ha mantenuto, sia nei film girati in Iran, sia  in Giappone, o in Italia, il suo stille asciutto e stringato, ove si sente da parte dei personaggi una parola in meno e non una parola in più del dovuto e dove il grande protagonista è  il pubblico, chiamato ad interpretare e a completare con la propria sensibilità e immaginazione tutto quanto il film non dice.
A questo tipo di cinema sembrava volersi accostare, nei suoi film precedenti, lo stesso Farhadi, ma Tutti lo sanno se ne discosta decisamente.
Per tutti questi motivi consideriamo Todos lo saben un mezzo passo falso, non tanto in assoluto, ma all’interno di una filmografia che ci ha abituati ad opere di ben più alto livello. Siamo certi tuttavia che il regista iraniano saprà esprimersi di nuovo come in  passato. Dopo tutto, il numero dei titoli della sua filmografia è ancora ad una sola cifra! Alla prossima, dunque.

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