“7 sconosciuti a El Royale” (Usa 2018) di Drew Goddard: Tarantino docet!

 

(marino demata) America 1958. In un resort, El Royale, non lontano dal lago Tahoe e situato esattamente sulla linea di confine tra California e Nevada, un uomo è indaffarato schiodare gli assi di legno del pavimento della propria stanza con lo scopo di nascondere una borsa che immaginiamo piena di soldi. Poco dopo aver finito, bussano alla porta. L’uomo sembra conoscere il visitatore e si fida. Ma aperta la porta viene freddato dal nuovo arrivato.
Questo dunque il prologo – molto promettete per i cultori del genere “tarantiniano”– di Bad time at El Royale.
Bad-Times-At-The-El-Royale-960x1440Subito dopo il prologo siamo nel 1969. Sette persone estranee l’una all’altro arrivano alla spicciolata a El Royale e hanno l’imbarazzo della scelta, se dormire in una camera situata in Nevada o in California.
La cosa che inizialmente colpisce è che, come traspare chiaramente, ognuno nasconde la propria identità. Il primo ad arrivare si dichiara un venditore, Laramie Seymour Sullivan (Jon Hamm), ma dopo pochi minuti di film, lo ritroviamo in azione col nome di Dwight Broadbeck, agente dell’FBI incaricato di rimuovere microfoni nascosti nei vari angoli delle camere. Compie diligentemente il suo lavoro e si rende ben presto conto che ci sono in ogni  camera altri dispositivi di ascolto non collocati dall’FBI.
Arriva in auto la cantante Darlene Sweet (Cynthia Erivo, nella vita famosa cantante), l’unica che non nasconde la sua vera identità, e si incontra col (finto) prete cattolico Daniel Flynn (Jeff Bridge) che si scoprirà poi essere un ladro che ha appena finito di scontare dieci anni di galera.
Il personaggio chiave è sicuramente il già citato agente dell’FBI Broadbeck, grazie al quale lo spettatore scopre subito non solo i microfoni nascosti, ma anche un corridoio segreto lungo il quale si affacciano vere e proprie “finestre” sulle varie camere, attraverso le quali si può vedere, senza essere visti. Sì, perché dall’interno di ogni camera sono in realtà dei finti specchi che potevano servire non solo per soddisfare manie voyeuriste, ma soprattutto per osservare e filmare dal corridoio incontri imbarazzanti di personaggi famosi. In questa sua ispezione lungo il corridoio Broadbeck scorge in una delle camere una ragazza legata su una sedia. Si tratta di Rose Summerspring (Cailee Spaeny), legata in quel modo dalla sorella maggiore Emily (Dakpta Johnson).  Malgrado le disposizioni ricevuta direttamente da Hoover di non immischiarsi, Broadbeck entra nella camera per salvare la ragazza, ma viene ucciso dalla sorella Emily.E qui vale la pena, per non entrare in zona “spoiler”, di fermarsi, non senza la considerazione che l’uccisione del personaggio chiave del film dopo soli pochi minuti rappresenta una delle tante trovate stile Tarantino del film stesso.Bad times
Un altro personaggio importante si rivelerà l’unico dipendente dell’albergo, il portiere Miles Miller (Lewis Pullman), che  porta con sé, nella sua paranoia, i segni degli efferati delitti dei quali si è macchiato durate la guerra del Vietnam. A completare il gruppo arriva anche il capo di una setta satanica, Billy Lee (Chris Hemsworth). Come il lettore avrà compreso, 7 Sconosciuti a El Royale è uno di quei film corali, dove stenti a riconoscere il vero protagonista, perché tutti i personaggi lo sono di volta in volta. Nel corso del film si vedrà come i destini dei 7 sconosciuti si intrecciano e si condizionano a vicenda in un susseguirsi di colpi di scena che rendono il film estremamente godibile.
Il regista, Drew Goddard, con una ampia esperienza da sceneggiatore che lo arreso capace di padroneggiare anche intrecci complessi,  come si vede in questo film, è appena alla sua seconda regia, dopo Quella casa nel bosco, un film horror con venature umoristiche, accolto con molto entusiasmo dal pubblico. Il lavoro di Goddard in di Bad time at El Royale su un punto è veramente pregevole: per il modo col quale riesce a ricreare ambientazioni, problematiche e clima generale della fine degli anni Sessanta. Traspare nel film il clima dell’America agli albori dell’era Nixon, le ripercussioni della guerra del Vietnam, la situazione di spaesamento direttamente certificata o indirettamente metaforizzata da tutti i personaggi, dal finto prete, magistralmente interpretato da Jeff Bridge, che ha frequenti vuoti di memoria che lo portano perfino a dimenticare il suo vero nome, al paranoico portiere dell’albergo, al folle e sadico leader della setta satanica, a Emily che non riesce a gestire le debolezza della sorella Rose e dimostra inoltre di avere il “grilletto” facile.
È una galleria di personaggi (e di bravi attori) che Goddard è riuscito ad assortire in modo veramente straordinario, fino alla lunga sequenza finale, della quale nulla diciamo, nella quale i sette si ritrovano faccia a faccia in un ambiente chiuso, dove succederà di tutto.
Il film i Italia è stato presentato alla Festa del cinema di Roma 2018 con buoni riscontri di pubblico e di critica, secondo noi molto giusti. È del tutto evidente l’influenza di Tarantino, ma dove è scritto che si tratti di un difetto?
In realtà ci troviamo di fronte ad un’opera corale molto ben riuscita. Abbiamo apprezzato, come detto sopra, molti aspetti del film. Ma vogliamo rimarcarne uno su tutti: finalmente è un film che non dice tutto, ma lascia molti elementi in sospeso e molte situazioni sulle quali è lo spettatore che è chiamato ad intuire o a scegliere, Un esempio su tutti: nel corso del film riappare frequentemente una bobina girata in 16 mm evidentemente da uno dei finti specchi di una camera, che, per il suo contenuto, ha più valore del bottino seppellito in una delle camere  10 anni  prima. È chiaramente il filmato di un incontro clandestino di un personaggio famoso (di qui l’interessamento di Hoover e dell’FBI). È un filmato che lo spettatore non vedrà: finirà bruciato. Chi è il misterioso e famoso personaggio filmato in atteggiamenti compromettenti? Il pubblico potrà scegliere tra una rosa di nomi di quell’epoca. Tutto questo porterà lo spettatore  a non archiviare il film all’uscita dalla sala, ma a farne oggetto di ulteriore riflessione e ricerca. Come succede per i film migliori!

2 risposte a "“7 sconosciuti a El Royale” (Usa 2018) di Drew Goddard: Tarantino docet!"

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