Le livre d’image (Fr. 2018) di Jean-Luc Godard

Le livre1(nicola raffaetà) Finalmente, dopo quasi un anno dalla sua presentazione al Festival di Cannes 2018, anche in Italia è possibile vedere “Le livre d’image”, l’ultima opera del grande regista Jean Luc Godard, e tutto questo grazie alla Fondazione Cineteca Italiana che lo ha pubblicato sul proprio canale Vimeo con sottotitoli in italiano.

Ho appena finito di vederlo, da molto aspettavo l’occasione di gustarmi il nuovo film del quasi novantenne Godard che, come sempre, non smette di stupire.

Non farò un’analisi del film, prima di tutto perché l’ho guardato con il solo ed esclusivo piacere di vederlo, senza stare a pensare o a farmi delle opinioni durante la visione, cercando di rimanere il più possibile presente durante la proiezione, cercando di guardarlo con distacco emotivo e anche razionale; il mio intento era di ricevere immagini e suono come se fossi stato in presa diretta, come un uomo che in meditazione guarda scorrere le proprie immagini interiori, i propri pensieri senza giudicarli.

In secondo luogo, ed è strettamente legato al primo punto, perché, come ogni film di Godard, c’è bisogno di più visioni, o quantomeno di una seconda visione per essere criticamente e oggettivamente coscienti di ciò che l’opera ci sta comunicando, nonostante sia un film immediatamente ricettivo.

“Le livre d’image” è ciò che il titolo stesso del film ci dice, un libro d’immagini, di Livre3suoni ma anche di silenzi, di colori e bianco neri, un libro a tutti gli effetti.

Nel panorama mondiale, ancora una volta, chi si spinge oltre il tradizionale modo di comunicare, è Godard, non un giovane regista emergente, ma il novantenne Godard, incredibile ma vero!

Forse perché i giovani di oggi sono completamente assorbiti dal main stream, che impone culturalmente un solo modo di esprimersi, salvo rari e poco conosciuti casi, di cui ne sono a conoscenza addetti ai lavoro, cinefili, video artisti eccetera.

Forse perché pensano solo alla carriera, al successo, al compiacere le masse che allo stesso tempo li compiacciono, quindi, anche quando realizzano i loro lavori amatorialmente, senza costrizioni produttive, di budget, di introiti, comunque sia seguono la strada comune.

Con questo non voglio dire che sia un male, io stesso mi divido tra lavori sperimentali e lavori narrativi tradizionali, ma ho notato, già dai tempi dell’Università, che i giovani, o quantomeno la maggioranza, non fanno film per un puro atto creativo, per scoprire, imparare e via dicendo, ma per piacere all’altro e dimostrare qualcosa.

Infine, ovviamente, la cultura di massa e l’imperialismo culturale vigente non permette di esordire e vivere di sperimentazione, non sempre è così, molto spesso lo è; non siamo nel dopo guerra, dove per disperazione nacque il neorealismo, non siamo negli anni ’60, dove un intero fermento culturale e rivoluzionario permisero la nascita e l’affermarsi della Nouvelle Vague in Francia che poi si estese in tutto il mondo, non siamo negli anni ’70/’80 che hanno dato la possibilità ai grandi video artisti di affermarsi e farsi conoscere, siamo nel 21 secolo in cui vige una forte e prepotente cultura consumistica liberticida.

Ma tutto cambia in continuazione, dall’inizio di questo articolo io sono cambiato, invecchiato, e con me tutto ciò che mi circonda, e dopo l’inverno viene sempre la primavera.

In ultimo, non siamo tutti geni e Godard è un maestro del cinema.

Tornando al film, mi sono come sentito negli anni ’20, di fronte allo sperimentalismo russo. Godard infatti comunica grazie all’accostamento d’immagini, attraverso metafore, allegorie, unendo il tutto dalla sua voce fuori campo che, senza mezze parole, poeticamente, ci esplicita ciò che ci sta comunicando.

Le immagini spesso sono ritoccate videoartisticamente, con colori potenti in cui, come in tutta la sua filmografia, risaltano il rosso, il blu, il bianco. Altre immagini sono in bianco e nero, spesso rallentate o in fermo immagini, in modo da poterle osservare meglio, altre sono veloci, impercettibili, che lavorano nell’inconscio, a volte sono enfatizzate dalla musica, dai suoni, altre volte dal silenzio, come nel cinema muto.

Attraverso questo libro d’immagini, Godard ci espone la sua idea di cinema, di storia e soprattutto, in particolare nella prima parte, la sua opinione sull’Europa attuale, non vista bene (ce lo ha già esplicato in Film Socialisme nel 2010), dominata da un potere sovranazionale che ha schiavizzato Stati e cittadini in un unico pensiero. L’occidente ormai svuotato di ogni valore, padre padrone di se stesso e del resto del mondo, capitalista imperialista al massimo livello, sfruttatore di uomini e donne che, come un vampiro, è riuscito a succhiare l’anima dei suoi sudditi, attraverso l’illusione della Libertà.

La seconda parte del film è dedicata al medio oriente, terra di paesaggi meravigliosi, terra bruciata e schiavizzata a causa delle sue risorse energetiche, in particolare del petrolio.

Un mondo altro, ma collegato da un filo rosso sangue agli interessi occidentali e dei suoi padroni dittatori.

Ma come liberarsi da questi dittatori sanguinari? Il popolo vuole solo vivere in pace, ci dice a un certo punto Godard.

Parole come Rivoluzione, imperialismo, non sono mai state abbandonate dal regista che, se da una parte si può sentire la sua delusione riguardo il mondo attuale, alla società imperante, dall’altra nutre ancora speranza, dopo l’inverno non può che esserci la primavera.

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