“Joker” (Usa 2019) di Todd Phillips

(nicola raffaetà)  Uno dei film più belli che ho visto negli ultimi anni. Questo ho pensato alla fine della proiezione di Joker, regia di Todd Phillips, con un magistrale Jaoquin Phoenix.

Per chi si aspettava un tipico comic movie blockbuster, con effetti speciali spaziali, eroi super buoni contro cattivoni di ogni genere, spietati e fine a se stessi, anzi fine alla loro cattiveria gratuita o spesso banale, non si può che trovare spiazzato di fronte ad un dramma socio-politico ed esistenziale allo stesso tempo.

Già la vittoria del Leone d’oro a Venezia 76 ci ha fatto intuire, senza alcun bisogno di critici e recensioni, che non sarebbe stato il classico comic movie e, in verità, Joker si stramerita l’ambito premio veneziano.

Ci troviamo di fronte ad un’opera incredibile, strutturata nella linearità classica, con una forza visiva e percettiva che coinvolge totalmente lo spettatore.

La sceneggiatura funziona benissimo, solida, che apre la narrazione lentamente, presentandoci il protagonista e, con lentezza quasi europea, raccontandoci la sua storia, la sua vita, i suoi traumi.

Arthur Fleck è un uomo qualunque che, a causa di un incidente (ma anche per altri motivi che non vi rivelerò in questa sede), ha una malattia psichiatrica che, in situazioni di tensione, gli provoca la risata.

Vive con l’anziana madre in un povero appartamento e per campare fa il clown su commissione.

In realtà il suo sogno è fare il comico, ma non gli riesce bene e, l’unica volta che sale su un palco di cabaret, in cui una telecamera lo riprende, viene deriso dal famoso conduttore televisivo Murray Franklin (Robert De Niro), da lui tanto amato e alla fine odiato.

Nel frattempo Gotham City è sempre più degradata, invasa dalla spazzatura, sacchi neri ovunque e ratti giganti che infestano ogni strada.

La povertà dilaga, la crisi economica stringe nella morsa della povertà la maggioranza dei cittadini e gli aristocratici magnati della città si rifugiano nelle loro ville, solo attraverso la proiezione de “Il monello” di Charlie Chaplin, costoro vedono ridendo il disagio dei più deboli, ormai senza speranza e senza futuro.

Il magnate Thomas Wayne (Brett Cullen), padre di Bruce Wayne, il futuro Batman, promette di salvare la città e di dare ai cittadini un futuro migliore e dignitoso, decidendo di candidarsi come sindaco, ma nel momento in cui il popolo comincia a ribellarsi indossando maschere da clown, dopo che Arthur, il nostro protagonista, per difesa uccide tre ragazzi di famiglie ricche a fine turno del suo lavoro (in realtà era stato licenziato poco prima), quindi travestito da clown, Wayne dichiara in diretta tv che i poveri, che si stanno ribellando, non sono altro che dei buffoni, dei clown come l’assassino che hanno eletto a loro simbolo.

Questa società degradata, in cui domina la paura e l’egoismo, in cui i cattivi sono simbolicamente rappresentati da un magnate e da un conduttore televisivo, è il palcoscenico in cui si muove e vive Arthur Fleck, spesso bullizzato e picchiato da giovani arroganti e violenti.

Arthur cerca solo attenzione e amore, come tutti quanti, ma in questo mondo è impossibile e, come spesso accade, trova la sua rivalsa ribellandosi ad un sistema violento con violenza, diventando speranza e simbolo di una ribellione dal basso, di cittadini che, con maschere da clown, mettono a ferro e a fuoco la città.

Siamo di fronte a un film politico, oltre che a un dramma sociale ed esistenziale.

La Gotham di Fleck è specchio delle città attuali, in cui degrado e perdita totale di valori dominano, a causa del turbo capitalismo dominante, che sfrutta e schiaccia i più deboli, resi consumatori frustrati non in grado di consumare.

Arthur, ormai trasformatosi in Joker, lo dichiara e denuncia in diretta televisiva ospite di Murray Franklin, indicando lui e Thomas Wayne come simboli di questo turbo capitalismo imperante che ha costruito una società violenta in cui i più deboli sono abbandonati a se stessi, dove i servizi sociali non funzionano e chiudono le porte a chi ha bisogno di aiuto.

Il film può anche essere visto come un monito ai potenti del mondo che vogliono continuare su questa strada, “state attenti, perché la povertà, il degrado, la paura, può generare mostri”. Purtroppo questa è la realtà, alla fine del film non posso che simpatizzare per il folle Joker, vendicatosi dei soprusi e delle violenze subite dai più forti, dai prepotenti, da potenti, lasciato solo con se stesso e la sua malattia e questo, in un certo senso, un po’ mi spaventa, o quantomeno mi preoccupa.

Le rivolte in città nel finale del film, mi hanno ricordato immagini greche del 2010-2011 quando, cittadini comuni, messi alle strette dalla troika commissione europea, si sono riversati nelle piazze e nelle strade “guerreggiando” contro le forze dell’ordine mandate a proteggere i signori del denaro di Bruxelle.

Non ci ricordiamo più di quelle rivolte greche, ma ci sono state pochi anni fa, e ci vedo una stretta relazione con quello che accade nella Gotham di Phillips.

Parlando di regia, il film è stato girato con molta semplicità che lo rende estremamente efficace, in quanto non distoglie l’attenzione da ciò che veramente è importante, la storia e l’interpretazione di Phoenix.

Joaquin è a dir poco sensazionale, totalmente immerso nel personaggio, uomo malato, magro, pronto ad esplodere e che, nel suo percorso evolutivo, raggiunge uno splendore unico e commovente quando, felice come un bambino, avendo trovato il proprio posto nel mondo, danza su delle scale in centro città, per andare in tv a gridare e non solo, al mondo intero, la sua vendetta.

Joaquin Phoenix si merita totalmente la candidatura agli Oscar. Il film merita più candidature agli oscar, dobbiamo vedere se il politicamente corretto permetterà ad un film del genere di essere candidato e magari premiato, tutto è politica.

Per concludere, al termine della proiezione, ero commosso, in quanto mi sono goduto un film che, per quanto mi riguarda, non pecca in niente, bella storia, buona regia, ottima interpretazione.

 

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