Anna Karina

(nicola raffaetà) Il mese scorso se ne è andata anche lei, la bella dolce e brava Anna Karina, musa ispiratrice del primo periodo di Jean-Luc Godard. Nata a Solbjerg in Danimarca il 22 settembre 1940, Hanna Karin Blarke Bayer, in arte Anna Karina, iniziò la sua carriera da attrice proprio nel suo paese natale, prima cantando nei cabaret, poi come modella e attrice in spot pubblicitari e cortometraggi. Nel 1958 si trasferì a Parigi e di lì a poco, grazie al suo lavoro come attrice e modella di pubblicità, fu notata dal grande regista franco-svizzero Jean-Luc Godard, con il quale si sposò il 3 marzo 1961 durante le Anna Karina1.docriprese di “Une femme est une femme”, pellicola “sbarazzina”  e come sempre sperimentale del genio Godard, a fianco di Jean-Paul Belmondo e per la quale ottenne il premio come miglior attrice al festival di Berlino nel 1961. Anna e Jean-Luc rimasero sposati per ben 7 anni e con lui lavorò assiduamente in 8 film, il primo di questi “Le petit soldat”, film politico che uscì nelle sale tre anni dopo la sua realizzazione a causa della censura francese. Ma i film che in quel periodo la resero eterna sono “Pierrot le fou” del 1965, capolavoro assolutamente geniale che rivoluzionò la storia del cinema, sempre a fianco di Jean-Paul Belmondo per la regia di Godard, e “Alphaville-une étrange aventure de Lemmy Caution”, film distopico in un futuro improbabile che la vede interpretare con grande naturalezza e disinvoltura una donna del futuro senza più anima che non riesce a provare più alcuna emozione, né amore né odio. Ma Karina non ha lavorato solamente con Godard, è stata una delle principali attrici del cinema francese degli anni ’60, vera e propria icona della Nouvelle Vague. Tra i molti registi con cui ha lavorato ci sono Rivette, Visconti, Cukor, Richardson, Delvaux e Fassbinder. Donna dalle mille qualità, oltre a essere una bella e brava attrice, è stata modella, cantante, scrittrice e regista. Personalmente sono sempre stato innamorato di Anna Karina, ho sempre ammirato i suoi bellissimi occhi in grado di comunicare  qualsiasi sentimento, il suo dolce viso, con il quale esprimeva, senza parole, qualsiasi tipo di emozione, la sua naturalezza nell’interpretare qualsiasi ruolo le capitasse di fare, indimenticabile, almeno per me, la sua interpretazione di “Capitale de la douleur” in Alphaville, toccante, commovente, naturale e delicata nel suo totale distacco interpretativo di matrice brechtiana. Con lei se ne è andata nuovamente una parte di storia del cinema che ci ha dato molto a tutti quanti e che probabilmente non tornerà.