“Storia di un matrimonio” (Usa 2019) di Noah Baumbach

Sopravvalutato?

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(marino demata) I depositi e gli scaffali di Hollywood sono pieni di storie d’amore che si concludono con un matrimonio, come se questo fosse l’unico punto di arrivo possibile di un percorso di vita in comune. Si tratta di una cultura cinematografia – appunto quella imposta dalle “regole”, non scritte, di Hollywood – che è riuscita a fare breccia, in una certa epoca, nell’immaginario collettivo, per il quale “…e vissero tutti felici e contenti”, alla fine della pellicola, doveva essere considerata la regola.
Per nostra fortuna, e per la fortuna della credibilità dello spettacolo cinematografico, quel principio è stato messo in discussione da pellicole di grande spessore che si sono incaricate di ricordarci che, dopo il matrimonio, molto spesso inizia una fase che può essere ricca di litigi e di recriminazioni e di vere e proprie zuffe, verbali e non, che conducono alla separazione o alla lite giudiziaria che si conclude molte volte in un divorzio. E allora, prima si parlare di questo bel film, ricordiamoci di quei pochi esempi nei quali il cinema si è occupato esplicitamente di quel periodo che tanto frequentemente travolge le vite di una coppia. Ci riferiamo a capolavori come Kramer contro Kramer di Robert Benton, ovvero il frantumarsi di una coppia vista in particolare con gli occhi di un bambino, e Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman, la dissoluzione di un matrimonio, ma anche Marriage story2il tentativo di salvare affetti e perfino la reciproca attrazione fisica, rivissuta in chiave nuova e diversa. In Storia di un matrimonio Noah Baumbach affonda il bisturi a partire dal momento più delicato della vita di una coppia: la nascita improvvisa della consapevolezza che qualcosa si è rotto forse irrimediabilmente. E li regista è molto bravo ad evitare toni melodrammatici e a mantenere i suoi protagonisti, almeno nelle dichiarate intenzioni, in un clima di soffusa malinconia, che solo a tratti, e, si potrebbe dire, loro malgrado, trascende in aperto litigio, più per l’incalzare degli eventi che per loro determinata intenzione. Merito del regista (e dello sceneggiatore) e merito dei due straordinari interpreti, Scarlett Johansson e Adam Driver, capaci lungo tutto l’arco del film di parlare, di discutere animatamente e a volte perfino troppo lungamente, ciascuno per far valere le proprie ragioni, senza però perdere mai la propria misura.
I due protagonisti, quando si rendono conto di aver imboccato una china che può portare ad una vera e propria rottura, con inevitabili conseguenze e cambiamenti anche per l’unico figlio, Henri, decidono programmaticamente di evitare cause, tribunali e avvocati, e che tutto sarà gestito civilmente da loro stessi. Ma, in questi casi, sembra avvertire Baumbach, le buone intenzioni sono destinate al fallimento e il peso degli eventi successivi costituiranno nuove “cause” (non solo in senso giuridico), che produrranno effetti imprevisti. Tra le cause non vanno annoverate soltanto quelle collegate agli amici, comuni e non, che in questi casi, solitamente, portano il loro bagaglio di esperienze personali o di altri amici che si sono trovate nelle stesse situazioni, ma anche programmi di vita e di lavoro che divergono e spingono ciascuno a rivendicare la propria autonomia di scelta. Charlie è un regista teatrale ben radicato nell’ambiente newyorkese, che intravede buone prospettive e possibilità di successo a premiare i suoi sforzi e sacrifici e le sue indubbie capacità. Nicole lavora con Charlie, ma aspira alla sua autonomia artistica. L’occasione le è offerta con un lavoro a Los Angeles che potrebbe prolungarsi indefinitamente. Spunta qui la vecchia dicotomia New York – Los Angeles che ha nutrito molti film di Woody Allen e che ha alimentato i toni drammatico-ironici della separazione del protagonista con Annie Hall nel suo capolavoro Io e Annie.
E non è un problema da poco per entrambi i personaggi ritrovarsi da soli col resto della famiglia al capo opposto dell’America. La prima conseguenza è che Charlie comincia a diventare un estraneo per suo figlio (e, per inciso, è fin troppo trasparente la metafora del travestimento di Charlie da “uomo invisibile” per la notte di Halloween, ad indicare la progressiva inevitabile “invisibilità” del padre nei confronti del figlio).
Ma i propositi di gestire la separazione “alla buona”, senza avvocati e tribunali, ben presto falliranno. Charlie resterà ancora legato a questi principi fino a quando la intimazione a rispondere esattamente, nei trenta giorni previsti dalla legge, con la nomina del suo legale di fiducia non gli farà comprendere che la situazione è irrimediabilmente cambiata. Sull’altro versante, a Los Angeles, il legale scelto da Nicole è Nora Fanshaw, interpretata da Laura Dern di fresca nomina all’Oscar quale migliore attrice non protagonista. Quest’ultima fa cadere le ultime esitazioni di Nicole sulla condotta da tenere nel corso delle varie fasi del divorzio. Ogni residua velleità di avere con Charlie un comportamento civile e moderato crolla di fronte al profluvio di argomentazioni bellicose della Fanshaw, tese a trasformare la discussione con Charlie in una vera e propria guerra. A tal punto che quest’ultimo è costretto a rinunciare ad un avvocato accomodante e civile (magistralmente interpretato da un ispirato e bravissimo Alan Alda), per affidarsi ad un collega altrettanto bellicoso come la Fanshaw.
In sostanza quello che emerge dallo svolgimento della lite processuale è la contraddizione tra l’essere e il comportarsi di entrambi i personaggi. Baunbach lascia trasparire con una certa chiarezza come i comportamenti a cui i nuovi ruoli di avversari li costringono sono, in definitiva, in totale contraddizione con i sentimenti e la reale essenza dei due protagonisti. Le regole della società americana (ma non solo americana!) e in particolare il rito giuridico del divorzio impongono l’abbandono di abiti civili. Tutto dovrà essere regolato dagli articoli della legge. La guerra va fatta anche se i contendenti non la vorrebbero!
Non sappiamo se e in che misura Noah Baumbach abbia fatto in qualche modo riferimento alla sua esperienza personale, avendo vissuto a sua volta i travagli di una analoga situazione divorzista con la sua ex moglie Jennifer Jason Leigh. In un’intervista il regista ha tenuto a dichiarare che il film non ha niente a che vedere con la sua esperienza personale. Ma è noto che in queste occasioni molte frasi sono di rito e non sempre corrispondono al vero. Fatto sta che bisogna dare atto al regista di aver tenuto, nello svolgimento della storia narrata nel film, un atteggiamento abbastanza equidistante tra le tesi dei due contendenti.
Resta il fatto che il film, al di là della vicenda processuale, che occupa, nel suo svolgimento, ma anche nella sua tormentata preparazione, buona parte del suoi tempi, è stato, a nostro giudizio, abbastanza sopravvalutato e la notte degli Oscar ha in parte rimediato a tale esagerata considerazione. Questo perché le interminabili argomentazioni della Fanshaw, cui si faceva cenno, non costituiscono l’unico esempio di eccessivo uso del dialogo, spesso concitato, che troviamo nel film. Riteniamo che la verbosità eccessiva, anche nelle parti non giudiziarie, sia un difetto col quale lo spettatore rischia di uscire frastornato, tanto che spesso ci si chiede perché non si sia usato il mezzo teatrale più che quello cinematografico. Insomma, siamo in presenza di un film da camera dai toni esageratamente affidati al dialogo.
In realtà abbiamo ammirata la precedente opera di Baunbach, dove pure in molti casi al dialogo, a volte spigoloso, venivano affidate le differenti visioni e culture dei vari personaggi. Ci riferiamo a The Meyerowitz Stories, che francamente ci ha lasciati più positivamente impressionati per la freschezza e la imprevedibilità di molti aspetti della storia e con personaggi, a partire da quello interpretato da un ispirato Dustin Hoffman, ben costruiti nelle loro diversità culturali. Ma, a pensarci bene, forse la vera differenza tra i due film sta nell’uso al singolare o al plurale del termine storia/storie utilizzato nei due titoli. Certamente raccontare storie (The Meyerowitz Stories) di per sé rende più vivace e articolato il tessuto di un film, mentre il focalizzarsi su un’unica storia (Marrriage story) rende difficile ogni possibile diversificazione al di fuori della esposizione, pacata o rissosa che sia, delle tesi dei due artefici della loro unica storia.

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