“The report” (Usa 2019) di Scott Z. Burns

Un’area buia della recente storia americana

(marino demata) Il genere “film inchiesta”, dopo una lunga pausa, sta rinascendo con forza nel cinema americano, dopo il varco aperto da Il caso Spootlight, che sicuramente ha fatto scuola. Questo significa che, fortunatamente, a una parte del pubblico americano non dispiace aprire gli occhi e veder portare alla luce verità scomode di momenti bui anche della tormentata storia recente degli Usa.
The report si collega direttamente al grande cinema–inchiesta del passato e in particolare al rigore filmico di un grande regista come Alan J. Pakula e del suo capolavoro Tutti gli uomini del Presidente. Il regista di The report, Scott Z. Burns, appena alla sua seconda prova registica, ha al suo attivo una lunga militanza di sceneggiatore dei film di Steven Soderbergh, del quale scorgiamo qualche traccia in questo film.
Diciamo subito che The report, presentato per la prima volta al Sundance film festival, dove è stato acclamato, e poi solo per pochi giorni nelle sale, ed è oggi visibile sulla piattaforma di Amazon, è un film dal grande impatto emotivo. Tale impatto nasce dalla descrizione, sempre asciutta e rigorosa, di quanto realmente accaduto non da parte di singole “mele marce”, ma da un vero e proprio sistema, quello organizzato dalla CIA dopo l’11 settembre, per estorcere confessioni ai prigionieri ritenuti terroristi, o comunque arruolati dalle organizzazioni terroristiche, attraverso una escalation di forme brutali, disumane e raccapriccianti di tortura,
Dopo poco più di dieci minuti di film lo spettatore comincia a rendersi conto di cosa si tratta: il quartier generale della CIA aveva ricevuto precise assicurazioni dal Presidente Bush di poter agire con illimitati fondi finanziari, per portare avanti con tutti ii mezzi la lotta al terrorismo. E un alto funzionario dell’Antiterrorismo scelse i metodi della prigionia e della tortura per convincere i prigionieri a rivelare le azioni terroristiche in programma o i nomi di altri terroristi.
La Senatrice Dianne Feinstein (Annette Bening), resasi conto delle irregolarità o forzature della CIA fatte nella metodologia della lotta al terrorismo durante l’amministrazione Bush, e della scelta di lasciare all’oscuro di tutto il Segretario di Stato Colin Powell, decide di approfondire l’intera vicenda affidandosi a Daniel Jones (Adam Driver), uno degli uomini più fidati tra i suoi collaboratori, mettendogli a disposizione una squadra di impiegati di poche unità ed una camera buia nel sottoscala, ma anche la possibilità di accesso a documenti riservati.
Il lavoro di Daniel Jones e del suo piccolo team va vanti per anni e accumula prove, documenti e dichiarazioni che attestano una verità raccapricciante: l’uso delle più sofisticate e aberranti torture alle quali sono state sottoposti i prigionieri. La CIA, venuta al corrente dell’inchiesta, userà tutte le armi in suo possesso per impedire che i ponderosi risultati dell’inchiesta venissero divulgati.
Il film si svolge su due piani in parallelo: da un lato la caparbietà, la rettitudine e la volontà di arrivare al vero ad ogni costo da parte di Jones, e dall’altra l’insieme delle sequenze che mostrano allo spettatore uno spaccato delle torture inflitte dalla Cia ai prigionieri. Quest’ultimo aspetto, per l’estremo realismo col quale sono girate le scene di torture, che non risparmiano nessuna parte del corpo dei detenuti, trasformano il film in un documentario per spettatori dallo stomaco forte. È difficile per molti immaginare le perversioni e il sadismo che sono sottesi a simili torture ed è difficile di poterle giustificare “per poter salvare in tal modo centinaia di vite di americani”. Questo perché uno degli aspetti più sconcertanti dell’inchiesta portata avanti da Jones è che tali metodi di interrogatorio si sono rivelati del tutto inutili per raggiungere i fini per i quali sono stati messi in essere. Nessuna nuova verità è stata ottenuta, nessuno rivelazione è stata estorta dai detenuti, innanzitutto per la prima semplice ragione che la stragrande maggioranza di essi non erano affiliati al terrorismo e la seconda che nessuno, brutalizzato nel modo descritto dal film, ha avuto la voglia o la debolezza di collaborare. Alla fine, il tutto si è rivelato un baraccone, costosissimo per il contribuente americano, ove si sono esercitati gli istinti più brutali e sadici degli addetti agli interrogatori.
La forza del film consiste nell’essere un documento senza sbavature né concessioni ai toni drammatici o a digressioni personali dei protagonisti. Al contrario essi, e in particolare Jones, interpretato da un Adam Driver più che mai in stato di grazia, sembrano non avere altri interessi né vite private. Jones è un personaggio teso esclusivamente alla ricostruzione delle atroci verità dell’inchiesta. A tal punto da perdere anche la cognizione del tempo. Ad una sua collaboratrice, evidentemente stanca di anni trascorsi nella stanza dello scantinato ad esaminare documenti, che gli comunica che, dopo il giorno del Ringraziamento, lascerà l’incarico, Jones risponde “Beh dopo tutto mancano ancora un paio di mesi al Ringraziamento”. Ma un collega gli ricorda che al Ringraziamento mancano solo 5 giorni. Immaginate: è la festività più importante per gli americani e solo chi è ormai fuori di testa può dimenticarla. È come se il 20 dicembre uno di noi affermasse: “ci vogliono ancora un paio di mesi per Natale!”
L’estremo rigore del personaggio di Jones, l’assenza di una vita privata e di altri interessi se non l’inchiesta che sta conducendo, hanno fatto innescare alcune critiche al film, definito privo di ogni senso drammatico nei suoi personaggi chiave. La verità è che l’interesse del regista è tutta concentrata sulla documentazione della verità dei fatti e che trattasi di un film – documentario, pur se arricchito da attori bravissimi.
È un film-inchiesta che getta una luce sinistra su un periodo e un settore bui della storia americana, come ce ne sono stati purtroppo altri in passato.
Il film si chiude con l’amara constatazione che, malgrado la divulgazione dell’inchiesta nelle aule del Senato, nessuno degli autori delle atrocità descritte è stato denunciato, né costretto alle dimissioni. Al contrario, alcuni sono stati promossi a più alti livelli.
Non mancano , soprattutto nella parte finale del film, accenni ai problemi politici. Si rimprovera in particolare ad Obama, dopo le sue dichiarazioni, tre giorni dopo le elezioni, che avrebbe posti fine alla tortura come metodo di interrogatorio, di avere in qualche modo mollato su questo tema. La prima grande riforma sanitaria degli USA e la nuova legge sull’immigrazione, sulle quali troppo precaria era la maggioranza dei Democratici, costituivano obiettivi troppo importanti, che sarebbero stati irrimediabilmente compromessi da un irrigidimento sulla divulgazione del “Report” sulla tortura.
Si arriverà ad un compendio di 500 pagine che la senatrice Feinstein con parole molto nobili illustra come rivelatrici “che le azioni della CIA di dieci anni fa sono una macchia sui nostri valori e la nostra storia. La divulgazione di tale compendio non può rimuovere quella macchia, ma di fatto dice al nostri popolo e al mondo che l’America non ha paura di ammettere i propri errori ed ha fiducia di imparare da essi…” . Il documento è stato poi firmato dal Presidente Obama.