“Forever mine” / “Le due verità” (Usa 1999) di Paul Schrader

Schrader progetta un noir tra Sirk e Hitchcock, ma…

(marino demata) Paul Schrader è un regista e sceneggiatore molto interessante ed una personalità decisa e coraggiosa. Non ha mai opportunisticamente strizzato l’occhio al grande mondo dei produttori hollywoodiani per non venire a compromessi, essendo assolutamente deciso a fare sempre di testa propria, seguendo i suoi gusti e il suo stile, anche a prezzo di danneggiare la sua carriera. Per questo motivo seguiamo sempre con interesse il suo cinema, che, proprio recentemente ha espresso un’opera di tutto rispetto e da non perdere: First reformed, tra l’altro candidata all’Oscar.
Forever-Mine_1La sua carriera, che inizia con un working-class film, Tuta blu, annovera grandi successi iniziali come American Gigolo, Il bacio della pantera e Mishima. Sono arrivati poi film di più basso livello, frutto delle grandi difficoltà di cui si parlava sopra.
E per fare a meno di Hollywood, delle sue regole e dei suoi produttori, Schrader si è spesso rifugiato nel mondo del cinema indipendente, dal quale recentemente è venuta fuori un’opera interessante come Dog eat dog del 2016, presentato a Cannes. Altri film hanno avuto una gestazione difficile o addirittura avventurosa come Dominion: Prequel to the Exorcist: si pensi che le liti con la prooduzione sono state di tale entità, da arrivare ad un allontanamento di Scharader dalla regia e alla sua sostituzione con Renny Harlin. La cosa fu paradossale: il film era in pratica finito, ma i produttori volevano un finale diverso e cambiare alcune scene per renderle più truci e paurose, nella convinzione che il film sarebbe stato più gradito al pubblico. Il risultato fu chela nuova versione di Harlin fu decisamente frespinta dalla critica e da pubblico, che si riversò invece nei blockbuster per nileggiare o acquistare la versione orginale di Paul Schrader. In questo contesto di varie difficoltà spiccano anche titoli di notevole interesse come quel Adam resurrected. Vera e propria perla del 2008 che si avvale di uno straordinario Jeff Goldblum.
In questo Forever mine del 1999 Schrader vuole creare un noir di atmosfera, partendo da una storia singolare. Un impiegato, Alan, (Joseph Fiennes) che lavora sulla spiaggia di Miami, incaricato di portare le bevande ordinate dai ricchi bagnanti di un hotel sul mare (quello che in America chiamano il “cabana boy”), riesce a conquistare una bella bionda, di nome Ella, (Gretchen Mol), che è lì in compagnia del marito Mark (Ray Liotta) a trascorrere una settimana di vacanza. I due diventano amanti, anche approfittando dell’assenza di Mark, impegnato in una gita di affari per l’intera giornata. La passione è tale che i due amanti programmano di andare via insieme e a tal fine Ella, parla francamente col marito, al suo rientro, della nuova situazione che si è creata, ricavandone solo una furibonda litigata. Per Alan sono pronti alcuni sicari che falliscono però l’incarico di ucciderlo. Alan esce comunque sfigurato dal tentativo di uccisione e medita la vendetta, che avrà luogo solo 14 anni più tardi.
L’ambizioso programma di Paul Schrader era evidentemente quello di girare un melodramma alla Douglas Sirk, ma cadenzato sulle atmosfere e la suspense care a Hitchcock. Il problema è che la prima parte del film, quella ambientata sulla spiaggia di Miami è lunga e ripetitiva. Il film si riscatta in parte, almeno quanto a ritmo, nella seconda metà, nella quale Il regista riesce, in parte, nel suo intento, soprattutto quanto ad ambientazione. Ad esempio, il ritorno a casa di sera di Ella, dove, anzicchè trovare il marito, ritrova e riconosce – malgrado il volto sfigurato – il suo amante, evidenzia la mano del regista nella cura dei particolari e nelle penombre, ove la quiete è interrotta solo da un frusciare di tende. Atmosfere, fruscii e commento musicale (di Badalamenti!), che effettivamente creano suspense, se non fosse che lo spettatore è già al corrente che tutto ciò prelude solo ad un incontro amoroso tra i due ritrovati amanti.
L’impressione che se ne ricava alla fine è che il film sia una occasione mancata e che l’impegno dell’ottimo Schrader questa volta di sia infranto sugli scogli di una pessima collaborazione degli attori, tra i quali sarebbe forse possibile assolvere il solo Ray Liotta, sempre “in partita” quando si tratta di ruoli che lo collocano nel mondo dei gangster, o degli affaristi senza scrupoli, dopo la felicissima esperienza scorsesiana di Quei bravi ragazzi. Sulle performances invece dei due protagonisti, Joseph Fiennes e Gretchen Mol, veramente imbarazzanti, sarebbe meglio stendere un velo pietoso. Essi hanno evidentemente costituito la prima grossa difficoltà incontrata dal regista in questa non certo immemorabile opera.