“Mean streets” (Usa 1973) di Martin Scorsese

 

(marino demata) Dopo due film che non lo lasciarono del tutto soddisfatto, Martin Scorsese decise che, per proseguire la sua carriera di registra altro di meglio non ci sarebbe stato che fare i conti con sè stesso. Siamo nel 1973 e il giovanissimo regista, valendosi di una sceneggiatura scritta a quattro mani con l’amico Marcio Martin, gira Mean streets, il suo primo gangster movie, impegnando due attori che diventeranno tra le icone della sua filmografia: Harvey Keitel e Robert De Niro.
snapshot_dvd_00.11.01_[2020.01.31_21.07.32]Ma sarebbe riduttivo limitarsi a definire Mean streets soltanto come il suo primo Gangster movie. Fin da questo film, l’universo filmico di Scorsese si rivela così complesso da non poter essere rappresentato da una sola categoria o un solo genere. E infatti Mean Streets è anche un film autobiografico, nel quale si rivelano le contraddizioni della personalità del regista, dai ricordi della sua infanzia a Little Italy, con l’ambiente pittoresco enfatizzato dalle  giornate dei festeggiamenti per San Gennaro,  alle sue ansie religiose entro le quali sono preponderanti i sensi di colpa e l’ossessione del peccato. In tal senso è veramente significativo il modo col quale inizia il film. Assistiamo al risveglio concitato di Charlie (Harvey Keitel) sicuramente da un incubo. Una voce fuori campo (la voce è di Scorsese) ci manifesta quello che è uno dei concetti chiave del film: “Tu non fare penitenza per i tuoi peccati in chiesa, ma per la strada e a casa. Tutto il resto sono cazzate e tu lo sai.” Oggi può sembrare strana una tale ossessione per il peccato in un ragazzo che poi vedremo radicato nel mondo della mafia locale. Un grande critico cinematografico, forse il più grande negli Usa, Roger Ebert, storicizza questa sequenza: essa può oggi sembrare incomprensibile se non si rammenta che il film è stato girato  prima del Concilio Vaticano II, che rappresentò, per il mondo cattolico, una svolta ridimensionatrice dell’ossessione per il peccato e per le eventuali fiamme dell’Inferno che possono toccare  a chi muore senza redenzione. Ebert ci vuole ricordare che quello che oggi può fare sorridere, era un tempo cosa molto seria per i cattolici.
Charlie ci appare  infastidito dalle solite penitenze inflitte dal prete, le 10 avemaria e i 10 pater, e vorrebbe una attenzione più diretta e personalizzata. In mancanza di questa si infligge lui stesso una penitenza che ritiene più seria: cerca di resistere il più a lungo possibile con la mano sopra la fiamma di una candela, simbolo delle fiamme dell’Inferno. E Scorsese in persona trovò molto appropriato il sottotitolo dato al film dalla versione italiana (“.La domenica in chiesa. Il lunedì all’inferno”) perchè stava a sintetizzare il significato e la contraddizione centrale della personalità di Charlie, il personaggio che rappresenta l’alter ego del regista e che conferisce al film un carattere autobiografico. Ma il film sembra cambiare subito registro. Infatti, lo spettatore può, d’ora in avanti,Mean streets osservare, attraverso gli occhi di Charlie, il composito mondo della malavita locale, di origine italiana. Il film assume un carattere quasi documentaristico, che si mescola con l’autobiografismo rappresentato dal  personaggio di Charlie.
Quest’ultimo infatti, passati i temporanei tormenti domenicali, si rituffa nel mondo della malavita, dove ha una grande aspirazione: diventare proprietario di un ristorante dove che possa gestire con capacità ed eleganza. Il boss locale, zio Giovanni, sarebbe disposto ad accontentare Charlie, ma lascia intendere che esistono due ostacoli: il suo rapporto con una ragazza epilettica e con Johnny Boy (Robert De Niro), a cui piace vivere con un piede all’interno della organizzazione malavitosa e con un piede fuori. A tal punto che sembra che a volte se ne prenda gioco: Michael, uno dei malviventi locali, non riesce in alcun modo ad ottenere da Johnny la restituzione dei soldi che gli deve e si rivolge a Charlie, sapendolo di lui amico. Ma Johnny prende tutto come un gioco e sembra non avere alcuna intenzione di mettere la testa a posto.
Nell’ambito di questo rapporto tra Charlie e Johnny, memorabile è la scena del loro incontro al bar Volpi. Johnny si presenta portando con sé due ragazze, braccia sulle loro spalle, a destra e a sinistra, e procede verso Charlie che sta seduto con aria di disapprovazione. Johnny appare allo spettatore al rallenty e
al suono di Jumpin’ Jack Flash dei Rolling Stones e l’intera scena è caratterizzata da una colorazone rosso accesa (il colore dell’Inferno?).
Il pubblico avrà una ulteriore idea del tipo di scapestrato rappresentato da Johnny, allorché lo vedrà fare esplodere una cassetta della posta. Per quale ragione? Ci si chiede. Nessuna ragione.
Con questo film Scorsese comincia a tratteggiare quel mondo della criminalità organizzata in senso piramidale, che approfondirà negli anni Novanta con Quei bravi ragazzi e con Casinò e, infine, recentemente, con The Irishman. Dunque,  con Mean streets del 1973 siamo appena agli inizi. Eppure., già si intravedono alcuni elementi tipici che caratterizzano quel mondo: il rispetto delle gerarchie, l’obbedienza cieca alle regole, la realizzazione completa degli incarichi ricevuti senza possibilità di discuterli. Naturalmente, date le premesse, il distacco documentaristico é meno marcato, perché il regista si sente emotivamente coinvolto nella parte autobiografica della narrazione.  Nondimeno resta inequivocabile la voglia di Scorsese di documentare il vero. Una tendenza che, in vario modo, gli proviene dalla multipla frequentazione di varie cinematografie, dal neorealismo, alla Nouvelle Vague, e dal nuovo cinema americano di Mekas e di Cassavetes.
Per poter girare questo film Scorsese ha avuto molte difficoltà di ordine finanziario. Roger Corman sembrava propenso ad un finanziamento, ma non se ne fece nulla, di fronte alla pretesa che i personaggi fossero afro americani. Tra l’altro lo stesso Cassavetes sconsigliava fortemente di accettare qualsivoglia condizionamento esterno. Alla fine, il Regista trova un finanziamento che non riesce però a fare del film, sotto l’aspetto finanziario, qualcosa di diverso da un film a basso costo. Una buona fetta del budget del film fu spesa dal regista per l’acquisto dei diritti per l’utilizzo di celebri pezzi di musica rock. Si apre in tal modo un’altra caratteristica dei film Scorsese, quella delle meravigliose colonne sonore ricchissime di celebri pezzi. In Mean streets il rock si alterna ad antiche e recenti melodie napoletane soprattutto a punteggiare le caratteristiche di Little Italy e della festa di San Gennaro. Ma il basso budget costrinse Scorsese anche a girare la maggior parte del film a Los Angeles, dove il costo delle riprese è molto più basso, salvo alcuni esterni ove il realismo del regista imponeva che il teatro di alcune sequenze fossero le strade di New York. E però, sempre le difficoltà finanziarie furono i presupposti per aspetti positivi del film, come la necessità di girare con camera in spalla, di utilizzare accorgimenti tecnici che aiuteranno il regista a crearsi il suo stile. E, come per i film di Cassavetes, specialmente quelli degli esordi, molto é stato lasciato da Scorsese alla improvvisazione degli attori.
Naturalmente, se si volesse osservare il film con la lente d’ingrandimento, non sarebbe impossibile trovare incompiutezze e difetti. Ma che essi ben poco incidano sul risultato finale è ampiamente dimostrato non solo dall’accoglienza che ha ricevuto il film nelle sale e tra la critica, ma anche dai riconoscimenti  successivi, fino al più grande di tutti, allorché, nel 1997, Mean streets viene selezionato per la preservazione nel United States National Registry “per il suo significato culturale, storico ed estetico.”
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2 risposte a "“Mean streets” (Usa 1973) di Martin Scorsese"

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