“La mia vita con John F. Donovan” (Can.-UK 2018) di Xavier Dolan

Interpretare il film partendo da un caffè liberty di Praga

 

(marino demata) Già all’indomani dell’uscita a Cannes del suo film precedente, E’ solo la fine del mondo (2016), Xavier Dolan, l’ex enfant prodige del cinema mondiale (ex solo per motivi anagrafici visto che l’altro ieri ha compiuto 31 anni!), ha manifestato l’intenzione di girare il film successivo in lingua inglese. C’è voluto un po’ di tempo più del solito, una gestazione complicata non solo per la lingua, ma anche per mettere insieme un cast di primissimo piano e poi per girare un film che ha mille implicazioni e sfaccettature, e che è formato di una serie di storie intrecciate.
Donovan 3Per ciò che riguarda la lingua, partendo dalla consapevolezza che il suo inglese, che comprende benissimo, non è però così fluente quando si tratta di interloquire, Dolan ha avuto l’intuizione di servirsi, in qualità di sceneggiatore, ma non solo, dell’aiuto di Jacob Tierney, che già aveva collaborato col regista in precedenti occasioni. Pertanto, la sceneggiatura è stata scritta a quattro mani da Dolan e Tierney: uno script difficile e di lungo impegno per una storia che presenta molti intrecci tra i vari personaggi.
L’ossatura e la base del film sono costituite da un’intervista del 2017 tra una giornalista e scrittrice (Thandie Newhouse) e il 21enne giovane attore Rupert Turner (Ben Schnetzer). L’intervista avviene nella più importante sala da caffè di Praga, il Cafè de Paris di puro stile liberty, prospiciente alla piazza, che è visibile direttamente dalle vetrate del locale mentre si svolge l’intervista stessa. L’intervista ci riporta a 11 anni prima, al 2006, quando, a poco più di 10 anni, Rupert diventa un fan sfegatato di un attore di serie televisive, John F. Donovan (Kit Harington).
Dall’intervista si dipana il racconto in flashback di quelle emozioni che spingono il bambino a scrivere a Donovan, ricevendone, inaspettatamente, risposta. Si crea un epistolario fra i due: Donovan risponde alle sue lettere almeno due volte al mese per la gioia del giovane, magistralmente interpretato, nella versione – bambino da Jacob Tremblay.
Come sempre nei film di Dolan c’è una componente autobiografica: l’autore ha citato un episodio delDonovan 8 suo passato, di avere cioè inviato una lettera a Leonardo DiCaprio, manifestando la speranza di lavorare un giorno in un film con lui. Ma c’è dell’autobiografismo naturalmente anche nello stesso personaggio da adulto, che, prima dell’inizio dell’intervista, discute animatamente con la giornalista su alcuni principi nei quali è difficile non riconoscere le idee-base del regista. Rupert adulto, di fronte alla sua intervistatrice, esprime animatamente la sua opinione su un certo mondo del cinema, che, “per paura di perdere un pubblico, che ritiene analfabeta e di mentalità ristretta, lo ha praticamente tenuto analfabeta e di mentalità ristretta per decenni…” Qui è Dolan che parla e Rupert è nient’altro che il suo alter ego. E dunque se il film, come Dolan confessa, è un po’ un omaggio al cinema degli anni ’90, ne è contemporaneamente anche un atto di condanna. “Io e lei – dice Rupert/Dolan alla sua intervistatrice – vogliamo le stesse cose: cambiamento, impatto sulle paure della gente, l’ignoranza, il fanatismo, il sessismo, il razzismo, l’omofobia, quello che vuole!”
Troviamo francamente strano che una buona parte della critica, soprattutto americana, ma non solo, abbiamo stroncato il film per alcuni aspetti, come la rinnovata invadenza delle madri di cui Dolan sembra non riuscire a liberarsi, come la madre di Rupert (Natalie Portman), o la madre di Donovan Donovan2(Susan Sarandon), oppure la quasi madre, cioè la severa agente dell’attore (Kathy Bates); oppure per altri aspetti pur veri, come la fragilità dell’intera storia e la artificiosità, in alcuni punti, del suo svolgimento. E non si sia invece partiti proprio da quelle affermazioni iniziali d critica ad un certo ambiente cinematografico che abbiamo testualmente citato, e non si sia invece esaminato il film ponendosi invece proprio dal punto di vista del regista, dalla sua polemica. Se invece ci si mette da quel punto di vista, si scopre quello che il film è in realtà: proprio un atto di accusa contro un certo mondo e un certo cinema che vogliono mantenere il pubblico nell’imbecillità. Ed è proprio quel mondo e quel tipo di cinema che hanno ammazzato Donovan. Dunque, se c’è un giallo irrisolto nella morte di Donovan (ha ingerito involontariamente un numero esagerato di farmaci? Oppure si è deliberatamente tolto la vita?), quello che è certo è che Dolan ci ha indicato con estrema chiarezza l’assassino. D’altra parte, le immagini di Donovan sui suoi set, le ostilità, le gelosie, i pregiudizi, per non parlare dei media, che lo spingono a non essere sé stesso e che perfino lo riempiono di incertezze anche sulla definizione della sua personalità e perfino della sua sessualità, mai pienamente accettata, tutto questo è lì, a rafforzare le parole iniziali del racconto di Rupert sulla non-cultura che passa quotidianamente in moltissimo cinema. E più che mai la vita di un attore tende a non essere più privata, ma pubblica. Il confine tra pubblico e privato, con l’avvento dei network, diventa sempre più labile. E, a proposito di questa particolare lettura del film, Kathy Bates, rivolto a John Donovan, di cui è l’agente, parla di morti e di vittime in questa industria cinematografica (“Ho visto troppi amici smarrirsi in quella spirale; quel mucchio di stronzate, quel buco nero, è un continuo spreco di talenti”).
Donovan 6E allora se la chiave interpretativa del film è costituita dallo sfogo di Rupert nel caffè di Praga, il pubblico non ha che identificarsi con l’intervistatrice che lo ascolta (e lo registra) e che diviene la prima persona del pubblico, quella che sta in prima fila.
Naturalmente, se le affermazioni iniziali di Rupert costituiscono l’idea madre che guida l’intera opera, non mancano altre complesse situazioni che non vanno trascurate, come le interconnessioni tra i vari personaggi e le loro vite, reciprocamente influenzate, come la famiglia di Donovan in America e, dall’altro, la vita di Rupert e di sua madre in Inghilterra, in una realtà che Rupert tende a rifiutare, perché a sua volta violentemente sradicato dalla sua vita e dal suo ambiente in America.
Ci sono tante implicazioni e relazione che fanno di questo un film estremamente complesso, che non si può liquidare con un giudizio sommario. Semmai, se proprio vogliamo trovare un punto debole del film, esso, a nostro giudizio, è costituito da una tendenza ad esasperare talune situazioni portandole su una corda di pateticità e di facile commozione (ad esempio la corsa della madre di Rupert a Londra per recuperare suo figlio: una scena che trasuda drammaticità e che si conclude con un abbraccio eccessivamente commovente. E così altre scene, soprattutto riferite a Rupert bambino. Ma qui parliamo di particolari ed è veramente un “nonsense” enfatizzarli di fronte ad un assunto del film, quello che emerge subito nel Cafè de Paris a Praga, che rappresenta, pur tra tante varietà di situazioni e tante complessità di personaggi, l’elemento unificatore, l’idea chiave dell’intera opera. L’asse portante che informa di sé l’intera storia, fatta di eventi che, come sempre in Xavier Dolan, si trasformano in emozioni.