“The occupant” (Spagna 2020) di David e Alex Pastor

Dr. Jekyll e Mr. Hyde in salsa catalana

(Photo courtesy of reeladvice.net)

(marino demata) Alex Pastor è uno dei registi emergenti del cinema spagnolo: ha girato già 7 film prima di The occupant, ricevendo buoni riscontri dalla critica e dal pubblico; infatti, ad esempio, qualche anno fa Los ultimos dias ha avuto un discreto successo. In questo caso ha chiamato accanto a sé il fratello David a dargli una mano, costituendo così una co-regia. Ne vien fuori un film dalla trama abbastanza lineare, ma dalle implicazioni che possono apparire inquietanti per il pubblico. Infatti, diciamo subito che il film, per tutta la prima parte, si presenta con i toni del dramma familiare , per poi prendere, improvvisamente, una virata verso il thriller, dai toni e dalle situazioni abbastanza imprevedibili, per non dire shockanti. L’indubbio merito dei due registi è di aver allestito un cast di tutto rispetto con un protagonista, Javier Gutierrez, che si conferma veramente uno degli attori più interessanti dell’attuale panorama cinematografico iberico. Accanto a lui il resto del cast, comunque, non sfigura affatto.
Il film si apre con una lunga sequenza su una bella e lussuosa casa in una delle zone bene di Barcellona. Incipit significativo, perché la casa sarà un movente che infornerà di sé tuto lo svolgimento del film. Javier (così si chiama anche nella finzione) è stato fino a ieri un brillante pubblicitario, capace di lavorare con le migliori compagnie del settore. Poi, gradatamente, la sua verve si è affievolita. Non è riuscito a tenere il passo con i tempi e con i mutamenti di gusti e di stile. Sicché i suoi prodotti pubblicitari hanno suscitato sempre meno entusiasmi nel mercato e soprattutto tra le compagnie presso le quali lavora. Lo vediamo dunque all’inizio del film impegnato in una serie di colloqui presso altre compagnie nella speranza di essere assunto per prestare la sua opera altrove. Per un motivo o per l’altro, nessuno dei colloqui si conclude col successo sperato: l’assunzione. Di qui la drastica e dolorosa decisione: occorre ridimensionarsi e andare a vivere in una casa più modesta e in un quartiere più popolare. Decisione accettata dalla moglie Marga ed anche dal figlio, un ragazzo obeso, con molti problemi e vittima del bullismo nella scuola privata della zona bene della città.
Ma questa soluzione apparirà subito come destinata in particolare a ”parcheggiare” la moglie  e il figlio e a creare loro una situazione che li tenga occupati (la moglie accetterà anche di svolgere dei lavori a domicilio). Invece, per quanto riguarda lui, Javier: non ci sta. Non si da per vinto. In particolare, ama ronzare attorno alla sua vecchia abitazione, che ha ora un nuovo inquilino, il “the occupant” del titolo del film. E più vede, dalla strada, muoversi il nuovo occupante, la moglie e il figlio, più si danna l’anima. La rabbia si coniuga con la curiosità per quella nuova famiglia. In tasca si ritrova un mazzo di chiavi di quell’appartamento, e non riesce a resistere alla tentazione, mentre gli occupanti sono via, di entrare in quel mondo, che un tempo era il suo.
Gradatamente Javier riesce a realizzare un piano da vero e proprio stalker. Segue il marito in una riunione di alcolisti, e, fingendo di avere il medesimo problema, diventa suo amico. Riesce a farsi invitare a cena e, gradatamente, a diventare un vero e proprio amico di famiglia. Ma questo è solo uno step intermedio. Javier si incattivisce sempre più, corroso come è dall’invidia e vuole rimpossessarsi della casa e perfino sostituirsi al marito per ricrearsi lo status sociale perduto e una nova famiglia all’altezza della situazione.
In realtà assistiamo alla graduale trasformazione dell’anima di Javier: le sue azioni non sembrano più ispirate dalle delusioni, cioè il conto che la vita gli ha presentato, ma piuttosto dall’emergere di una reale tendenza al male, che fa sì che lui non si fermi di fronte a nulla pur di realizzare i suoi obiettivi, neanche di fronte alla possibilità di commettere un omicidio. Lo spettatore, che inizialmente parteggia per l’impiegato licenziato alla disperata ricerca di un nuovo lavoro, da quando il film comincia ad entrare nell’area del thriller, e di fronte alle gesta riprovevoli del protagonista, non riesce a trovare giustificazioni e pertanto il personaggio finisce per divenire antipatico. Un personaggio decisamente negativo, per il quale lo spettatore non riesce più a fare il tifo. Non solo, sequenza dopo sequenza si guadagna solo un grande disprezzo da parte del pubblico.
E poiché questo graduale passaggio, dalla semplice curiosità verso i nuovi inquilini della sua precedente abitazione, al tentativo di annientamento di tutto quello che trova davanti a sé, non trova plausibili giustificazioni, il protagonista finisce per diventare un personaggio decisamente da odiare.
E’ un peccato perché la storia parte da premesse valide come dramma sociale di una famiglia caduta in disgrazia, ma la virata verso il thriller con relativa trasformazione del protagonista Jekyll in novello Mr. Hide è, a nostro avviso,  la vera sciagura del film. Noi siamo del tutto convinti che i generi cinematografici non vanno intesi come delle prigioni dalle quali non si può evadere; al contrario abbiamo sempre ammirato i registi capaci di passare da un genere all’altro nello stesso film.  Ma questo è uno di quei casi  nei quali il mutamento di genere all’interno di un film non è giustificato da nulla. Nel film dunque è come se mancasse qualcosa e ci fosse dunque un passaggio inopinatamente saltato a piè pari. Un passaggio che doveva dare un senso e una plausibile spiegazione al nascere della improvvisa malvagità del protagonista.
Tutto questo non c’è, come non c’è molta verosimiglianza in altre situazioni particolari del film. È credibile che i nuovi inquilini di una casa così bella e così ben arredata non abbiamo pensato a cambiare le serrature delle porte di ingresso? Eppure, tutti sappiamo che è la prima cosa che un novo inquilino fa. Così come è poco verosimile il personaggio del vecchio giardiniere, che riconosce Javier e stupisce a vederlo entrare e uscire dal suo vecchio appartamento e gli vende il suo silenzio complice in cambio di qualche… mutanda del nuovo inquilino da rintracciare nei panni da lavare, per soddisfare così la sua perversione feticista. Dove, in questo caso, alla mancanza di verosimiglianza si aggiunge una buona dose di cattivo gusto, che, il proposito del regista di introdurre un elemento grottesco, assolutamente non giustifica.
La tensione, che certamente gli autori sono bravi a creare, non è ben giustificata e pertanto la pretesa di fare di questo soggetto un  thriller psicologico non regge, visto che  quello che manca è proprio la psicologia del personaggio a supporto delle sue azioni.
Sembra dunque un passo indietro nella filmografia di Pastor. Ed è un peccato, perché è del tutto evidente, dall’insieme del film, che il talento non manca. Ma è parimente evidente che esso non basta.


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