“First reformed” (Usa 2017) di Paul Schrader

Etica e Calvinismo nell’opera di Paul Schrader

(photo courtesy of imdb.com)

(marino demata) Il titolo di questo film, First reformed, fa esplicito riferimento alla religiosità e al calvinismo, con la sua perenne e discussa dialettica tra la grazia divina e la predestinazione. Paul Schrader, il regista del film, conosce benissimo questi temi, trasmessigli dall’educazione ricevuta dai suoi genitori, ferventi calvinisti, dagli studi e dal complessivo ambiente culturale frequentato nella sua giovinezza.
Per il Calvinismo i comportamenti umani che producono effetti positivi, anche se assunti in maniera apparentemente libera (libero arbitrio), in realtà sono la dimostrazione che l’uomo capace di produrli è toccato dalla grazia divina. Questo concetto ha storicamente spinto migliaia di uomini, nel periodo dello sviluppo del capitalismo, dopo la scoperta delle ricchezze di nuovi continenti, all’attivismo teso al guadagno. E più ci si attiva, si lavora e si guadagna, più si dimostra in tal modo di essere stati toccati dalla grazia divina. Questa concezione ha storicamente ribaltato la vecchia diffidenza cattolica verso il danaro e il guadagno, entrambi “diabolici” e da temere, a meno che in punto di morte non si opti per una “riparazione” attraverso le donazioni alla Chiesa o il dispendiosissimo acquisto di indulgenze, vere e proprie scorciatoie per il paradiso. Con queste premesse è chiaro che il calvinismo ha storicamente avuto una funzione fondamentale nello sviluppo del capitalismo, soprattutto nella prima fase di questa concezione religiosa. In breve, se per il cattolicesimo vale il “comportati bene che andrai in paradiso”, per il calvinismo vale invece “opera bene, perché è questa è prova che sei un predestinato alla vita eterna”.
È chiaro che il concetto di predestinazione, in questo quadro, assume un valore portante fondamentale delle azioni umane. Questo porta, in caso di dis-grazia che può capitare della vita di un uomo, ad una sorta di ragionata rassegnazione, perché i disegni divini sono sempre imperscrutabili. E nel film First reformed il reverendo Ernst Toller (Ethan Hawke) è reduce da un paio di colpi pesanti che la vita gli ha riservato: ha convinto il figlio ad arruolarsi, perché questo è stato il comportamento di suo padre, di suo nonno e del suo bisnonno. Insomma, un comportamento che viene da lontano: una tradizione patriotica. Ma, al contrario dei casi dei suoi genitori e avi, il figlio di Toller muore durante la guerra in Iraq. E qui Toller manifesta il suo senso di colpa: “Lo convinsi a combattere una guerra priva di giustificazione morale”. In conseguenza di questo tragico evento, si scatena la seconda tragedia, la fine del suo felice matrimonio, che non potrà più sopravvivere alla prima tragedia, essendo stata la moglie sempre contraria all’arruolamento del suo unico figlio.
in seguito a questa doppia tragedia, Toller lascia l’esercito, nel quale ricopriva il ruolo di cappellano militare. Si ritrova ora ad essere reverendo di una piccola chiesa situata a nord dello Stato di New York, quasi ai confini col Canada. Un luogo storico: la Chieda era stata edificata dagli olandesi del ‘700 e, durante i conflitti della guerra civile, era stata rifugio degli schiavi in fuga verso il Canada. Ora più che una Chiesa, è una attrazione turistica, con la botola nel pavimento di legno che si apre a mostrare il luogo dove gli schiavi si nascondevano. Anche questa dunque è un’altra delle tante tragedie presenti nella storia narrata in questo film.
Malgrado il modesto numero di fedeli presenti durante la cerimonia domenicale, Toller prepara First reformed 3
tutto con estrema cura. E con la medesima cura prepara se stesso e il proprio animo: ha deciso di affidare i suoi dubbi, le sue riflessioni ad un diario che scrive quotidianamente e che ha il proposito poi di distruggere al termine di dodici mesi di mute confidenze. La scrittura del diario, che ci viene mostrata più volte, è l’occasione per Schrader per far vivere quella voce fuori campo, che aveva caratterizzato molti dei suoi film o sceneggiature. In questo caso si tratta di una voce malinconica e quasi rassegnata ad un destino che lo mette a dura prova. Ma è anche un voler dare la preminenza alla Parola, al Verbo, che è ulteriore segno del calvinismo che informa di sé l’intera vicenda. Toller inoltre scopre anche di essere gravemente ammalato. Ne coglie i segnali sul comportamento del suo corpo e ne trova tragica conferma in un colloquio col suo dottore.
Lo svolgimento del film è tutto da scoprire da parte dello spettatore, che troverà molte conferme in quanto già scritto sopra, ma troverà anche moltissime sorprese e colpi di scena. L’unico compito che il critico può assumersi, rimanendo doverosamente al di qua della zona “spoiler”, è quello di commentare lo snodo da cui si dipartono tutte le successive vicende narrate: un colloquio, quasi all’inizio del film stesso, tra Toller e Michael Mensana, un attivista ambientalista, da poco uscito dal carcere in Canada, ove era stato rinchiuso per gli scontri durate le lotte a favore dell’ambiente. Ad organizzare l’incontro tra i due uomini è la compagna di Michael, preoccupata perché quest’ultimo vuole che lei abortisca, essendo contrario a far nascere altre creature che vivrebbero in un mondo decisamente malato e destinato a creare tragedie.
Si tratta di uno di quei dialoghi chiave essenziali nell’economia di ogni film. Come il lettore può immaginare, nel salotto dei Mensana prende vita un dialogo serrato, ma estremamente pacato, di straordinaria forza dialettica. Michael sostiene la sua tesi affermando che il mondo sta cambiando in fretta, e in peggio, proprio sotto i nostri occhi in maniera molto rapida: “un terzo già è stato distrutto. La temperatura terrestre aumenterà di 3°C (il limite è di 4°C). Effetti gravi, estesi e irreversibili, come dicono gli scienziati: entro il 2050, il livello del mare si alzerà di 60 cm nell’East Coast”, creando zono sommerse nel mondo intero. Avremo profughi, epidemie, condizioni estreme. Insomma, molteplici crisi, tutto molto in fretta. E per questi motivi, aggiunge Michael, i miei figli vivrebbero in condizioni invivibili. Se questa è la premessa da cui parte Michael, logica la domanda: “una mia figlia, per ipotesi , supponendo che sia femmina, una bambina piena di speranza, e fiducia ingenua, una volta diventata donna, ti guarda negli occhi e dice: Lo sapevi fin dall’inizio vero? In questo caso che risposta si potrebbe dare?”
A queste affermazioni piene di tragica verità Toller risponde come un buon prete, parlando essenzialmente del valore della vita, ma soffermandosi poi sullo sconforto che legge nelle parole del suo interlocutore, che trasmettono senso di angoscia e di mancanza di speranza. E qui interviene la straordinaria bravura del regista: il colloquio continua, ma lo spettatore non lo ascolta più, perché ascolta invece le riflessioni di Toller con la sua voce fuoricampo che afferma, come se stesse raccontando (o meglio, scrivendo il suo diario), “mi sentivo come Giacobbe che lotta con l’angelo. Una lotta continua. Ogni frase, ogni domanda, ogni risposta, erano uno scontro mortale. E’ stato esaltante…”
In questa maniera, Schrader mette in moto un meccanismo di distanziamento da una scena drammatica che poteva arrivare anche a toni accesi nella reciproca difesa dei propri punti idi vista. Ma al regista evidentemente interessava poco accentuare più di tanto il tono drammatico della scena, privilegiando invece la parola scritta poi sul diario. Ritorna qui, in certo senso, nella scelta del regista, quel primato calvinistico del “verbo”, della “parola”, che aleggia in tutto il film.
Il dialogo proseguirà ancora, di nuovo in diretta interlocuzione, senza però approdare a nessuna conclusione, se non all’impegno di un nuovo appuntamento per il giorno successivo.
Sono presenti, in questo film, le tracce di Bresson (Diario di un curato di campagna) e di Ingmar Bergman (Luci di inverno e altri titoli). Facendo tesoro di questo background di altisismo livello e a sua volta autore molti anni prima del saggio , Paul Schrader dimostra, ancora una volta, di essere un grandissimo regista, e lo affermiamo non solo ora allorché ci troviamo di fronte ad un indiscutibile capolavoro, ma lo ripetiamo da anni. Questo film, per il rigore della sua scrittura e per la portata morale (peraltro sempre presente nelle sue opere) è un po’ la summa del suo cinema. Un cinema sempre essenziale, avendo, tra le sue caratteristiche, il rifiuto di ogni orpello, di ogni prolissità, di ogni situazione priva di essenzialità. Dalla sceneggiatura di Taxi driver, dove Schrader guida Scorsese con un soggetto che va diritto al finale con la stessa veloce essenzialità di una freccia che arriva al bersaglio, passando attraverso altre regie recenti di grande valore come Adam resurrected o The walker, qui il regista supera se stesso. E per giunta riesce anche a mettere insieme un cast molto bravo, pur se privo di grandissimi nomi, se si fa eccezione per uno splendido Ethan Hawke, il cui mancato Oscar veramente grida vendetta. E comunque si farebbe veramente torto se non si riconoscesse la bravura anche dei comprimari, tra i quali spicca, nella parte della compagna di Michael Mensana, Amanda Seyfried.
Anche questo film, come gli altri di Schrader, è un film indipendente. Da tempo Schrader ha scelto la sua piena indipendenza dalle grandi produzioni e dal mondo di Hollywood, dove ha anche scelto di non vivere, preferendo New York. E ha dimostrato – anche in questo – di avere quella coerenza e quella dirittura morale che ritroviamo specchiata nei personaggi principali di tutti i suoi film.