“The chase”/”La caccia” (Usa 1966) di Arthur Penn

Marlon Brando e Robert Redford giganteggiano!

(marino demata) La caccia è il film di Arthur Penn del 1966, immediatamente antecedente al grande film innovativo per eccellenza Bonnie e Clyde (Gangster story). E dobbiamo dire che, rispetto a quest’ultimo, La caccia veramente è poca roba e la differenza tra i due film sembrerebbe essere quella tra un film classicheggiante tipo Hollywood e un film innovativo e rivoluzionario. Eppure: 1) tra i due film passano solo pochi mesi. Possibile in Penn una tale metamorfosi dalle polverose e artefatte atmosfere de La caccia alle vette raggiunte da Bonnie e Clyde? 2) Prima de La caccia, Penn aveva girato altri film di grande interesse: ci reficiamo soprattutto a Mickey one, con Warren Beatty, una pietra miliare sulla strada dell’innovazione in preparazione proprio di Bonnie e Clyde. Difficile allora considerare La caccia come una caduta così improvvisa del regista.
E allora, per non sottoporre i nostri lettori ad estemporanee divagazioni che non portano a nulla, proponiamo una recensione ragionata in tre parti di questo film:
a )una breve informazione sulla storia narrata nel film,
b) le possibili cause della negatività del film e le attenuanti di cui può fruire un grande regista come Penn,
c) e infine valutiamo alcuni aspetti decisamente da rivalutare, allegramente sorvolati dalla critica dell’epoca ed anche successiva.
La storia: tratto dal dramma teatrale di Horton Foote e dalla sceneggiatura non sempre rigorosa di Lillian Hellman, la storia è ambientata in una cittadina del Texas negli anni ’60. Calder (Marlon Brando) è stato imposto come sceriffo dal magnate della città, Val Rogers (E.G. Marshall), per tenere a freno le intemperanze di una gioventù prevalentemente rissosa e festaiola. Calder non è felicissimo dell’incarico, ma lo assolve con equilibrio, avendo come parametro il rispetto della legge. Tra le molte sotto storie che il film ci mostra, una delle più significative è quella di Anna (Jane Fonda), il cui sposo Bubber Reeves (Robert Redford) è in prigione da due anni con accuse abbastanza discutibili. Anna, pur continuando ad essere legata a Bubber, è diventata amante dell’affascinante figlio del magnate, Jake Rogers (James Fox), a sua volta sposato. Sullo sfondo ci sono personaggi secondari, tra i quali spicca però un giovanissimo Robert Duvall nella parte di Edwin Stewart, uno degli accusatori o comunque artefici della galera per Bubber.
La vita nella cittadina scorre regolare e monotona tutti i giorni, tranne che il fine settimana, allorchè tutto si rimescola, tra alcool, e coppie che si scompongono continuamente nel corso di grandi feste. Nel corso di una di queste, il compleanno del magnate della città, arriva la notizia che Bubber è evaso assieme ad un altro carcerato. La città entra in fibrillazione soprattutto alla notizia che i due evasi hanno ucciso un uomo per rubargli l’auto. In realtà, anche in questo caso lo sfortunato Bubber non c’entra con la morte dell’uomo, ma i chiassosi cittadini del sabato sera hanno già emesso il proprio verdetto; il colpevole è Bubber. Inizia così la caccia all’uomo esplicitata dal titolo del film. Si arriva così finalmente alla parte più drammaticamente movimentata del film, che mette in luce le doti recitative di Marlon Brando, nei panni dello sceriffo il cui fine è salvare Bubber dal linciaggio e assicurarlo ad un giusto processo.
Sul perché il film non riesce a farsi apprezzare, abbiamo già accennato alla sceneggiatura che La caccia5
indubbiamente mette troppa carne a fuoco: troppe storie e sotto storie, tradimenti e intrecci amorosi che finiscono con infastidire e stancare lo spettatore. Lo stesso Arthur Penn si dichiarò profondamente insoddisfatto della riuscita del film e avrebbe voluto mettere mano ad un intervento finale di ricomposizione della storia, eliminando quello che si poteva tagliare, e ripristinando alcuni punti chiave. Grandi momenti di recitazione – disse Penn in una intervista – erano stati lasciati sul pavimento della sala da taglio. Insomma, Penn voleva fare l’esatto contrario di quello che il produttore, Sam Spiegel, riuscì invece ad imporre. Successe così quello che centinaia di volte succedeva ad Hollywood, dove i film non erano dei registi, meri esecutori, ma dei produttori, capaci di fare il bello e cattivo tempo, ritenendo di avere sempre il vero polso dei gusti del pubblico. Tanto che questo film valse a Penn la convinzione che d’ora in avanti avrebbe girato solo film indipendenti o nei quali comunque potesse avere la mani libere da ogni possibile interferenza o pressione. Bonnie e Clyde né costituirà, di lì a pochi mesi di distanza, un meraviglioso esempio.
In terzo luogo, cosa c’è da salvare in questo film costellato da grandissimi attori? In primo luogo, la recitazione di alcuni di essi. Marlon Brando sale veramente in cattedra e si staglia su tutti gli altri, con quella recitazione vagamente istrionesca, che riesce immancabilmente a conquistare il pubblico. Il suo è un personaggio non semplice, perché deve mostrare da un lato la noia e il disinteresse per un lavoro, quello dello sceriffo, che non ama, e dall’altro di volerlo comunque svolgere con zelo, serietà e abnegazione, tipica di tutti coloro che possono essere catalogati nella categoria di chi “qualunque lavoro faccio, devo farlo bene”. Più sfocati e forse anche meno curati da Penn sono gli altri. In particolare, decisamente non bene in ruolo Jane Fonda, in una parte troppo ambigua e contraddittoria. Tra tutti gli altri un discorso a parte merita Robert Redford, ancora giovanissimo e già capace di rubare lo schermo. Sembra chiaro che Arthur Penn ha puntato molto su questo personaggio: le colpe che sono valse la galera a Bubber non sono ben chiare dallo sviluppo del film. Ma una cosa è certa: quasi anticipando Bonnie e Clyde, Penn crea un antieroe e si mette dalla sua parte. Assieme al pubblico. E, guarda caso, proprio l’evaso, il fuggitivo, risulta essere, assieme a quello di Marlon Brando, il personaggio più simpatico e amato dal pubblico. Noi non possiamo non vederlo come una sorta di anticipazione del personaggio di Clyde del film successivo. Con Bubber, dunque, Penn ha iniziato a costruire, da un personaggio che viene da un’altra storia e con altre caratteristiche, la figura del gangster amato dagli spettatori, che ritroviamo in Bonnie e Clyde.
Infine merita sottolineare quanta differenza viene rimarcata da Penn nel clima generale che si respira a metà degli anni ’60 nella East coast in un film successivo, come Four friends, e, indirettamente, in un film ambientato negli anni della depressione, come Bonnie e Clyde, rispetto al Texas di The Chase (La caccia). Il fervore giovanile contro la guerra del Vietnam e la voglia di cambiare il mondo, spostati di scenario, nel profondo Texas, diventano generica voglia trasgressiva da week end di piccoli borghesi alimentata dall’alcool, e da pulsioni erotiche represse. Per le texane mediocrità borghesi del film, il Vietnam, una delle ferite aperte dell’America, è lontano migliaia di miglia e non è mai citato da nessuno dei giovani personaggi. E per l’altra ferita aperta nell’America dell’epoca, l’assassinio di Kennedy, ebbene esso vive non perché sia ricordato da qualcuno, ma solo perché l’omicidio finale di cui si macchia uno dei tronfi borghesucci locali, è volutamente l’allegoria miniaturizzata di quel terribile evento.