“Biutiful” (Spagna 2009) di Alejandro González Iñárritu

Iñárritu affronta con mano sicura il tema delle umane sofferenze

(marino demata) Biutiful, di Alejandro González Iñárritu, inizia con una scena il cui senso sarà in qualche modo inizialmente oscuro allo spettatore, fino alla fine del film, dove la stessa scena sarà ripresa. Protagoniste sono due mani, una di un uomo, Uxbal (Javier Bardem), e l’altra più sottile e fragile, indubbiamente una mano femminile. Intuiamo che si tratta di sua figlia dalle risposte alle sue domande. È un anello che lui porta al dito, che suscita l’interesse della sua interlocutrice. Uxbal, in due battute dice la storia di quell’anello: che non sa se sia autentico o meno: “Tuo nonno lo diede a tua nonna prima di lasciare la Spagna. Era incinta di me e non lo vide più.” “Posso metterlo? – chiede. E lui risponde: “ora è tuo, amore mio”. La stessa scena, che contiene anche un accenno alle leggi franchiste che impediranno a un padre in esilio di rivedere suo figlio, viene ripresa, come si diceva,  alla fine del film, da un’altra angolazione, da dove sono visibili i due volti. Si tratta dell’unico elemento circolare di tutto il film, che sta a marcare, per Inarritu,  la voluta presa di distanza dal suo film precedente, Babel, ricco di personaggi e di storie intrecciate e di conseguenti ritorni circolari. Un effetto probabilmente della separazione dal suo precedente sceneggiatore, Guillermo Arriaga.
Come da ogni separazione, in genere si perde qualcosa e si guadagna qualche altra cosa. Inarritu perde la complessità della narrazione e l’intreccio intrigante di storie divere, ma guadagna la linearità e, in questo caso, la costruzione di un unico personaggio, presente in pratica sempre sullo schermo, e costruito nei minimi particolari.
Le strade di Inarritu e di Arriaga si sono definitivamente separate. I due non lavoreranno mai piùbiu3 insieme. Inarrutu ne farà a meno, ne bene e nel male, tracciandosi una strada autonoma, che abbiamo già seguito nelle sue successive pietre miliari più significative, da Birdman a The revenant.
Il titolo Biutiful è, significativamente, la risposta che Uxbal dà alla filgia che gli chiede come si scriva “beautiful”. E lui risponde “così come si pronuncia, biutifull, con la i”
Con grande senso drammatico Inarritu ci narra, contemporaneamente, le tragiche vicende di Uxbal, ma anche di una umanità, che sembra che lui prenda sulle sue ormai fragili spalle. L’umanità degli “ultimi” della società, in un quartiere periferico di Barcellona, al massimo possibile del degrado. Uxbal,  in quel quartiere, vive di espedienti, trovando il lavoro per gruppi idi immigrati irregolari, prevalentemente cinesi e africani, e mettendo a frutto le sue improbabili doti di sensitivo, capace do carpire da persone appena morte gli ultimi pensieri, le ultime sensazioni, accontentando così il desiderio di un ultimo contatto da parte dei parenti più stretti.
E’ dunque una umanità dolente quella che lo circonda e nella quale riesce a districarsi con destrezza, fino a che segnali, da lui in precedenza trascurati, provenienti dal suo corpo, gli danno la consapevolezza di avere solo due mesi di vita.
biu4Tutto gli crolla addosso, e, nella sua situazione familiare, non ci sono elementi che possano lenire le sue sofferenze fisiche, ma soprattutto morali. La moglie, Marambra, è del tutto inaffidabile: affetta da bipolarismo, le è stata tolta la custodia dei due bambini che dunque vivono col padre, e quando ha la possibilità di vederli, si lascia andare a selvagge punizioni soprattutto verso il figlio minore.  Inoltre, Marambra è anche l’amante occasionale di Tito, fratello di Uxbal, un personaggio losco, ai margini della legge, impegnato soprattutto a passare le nottate in locali di infimo ordine e le giornate a portare avanti un affare importante per lui: la vendita della tomba del padre dove sta per partire un cantiere per l’edificazione di nuove residenze. Un’occasione che Tito vuole cogliere al volo e della quale invece Uxbal sembra quasi disinteressarsi.
Sì, perché la sua reazione alla notizia, data dai medici del poco tempo da vivere rimastogli, ha tolto alla sua vita molti interessi. Dapprima sembra ribellarsi al tragico e inesorabile destino, anche col suo attivismo verso gli  ultimi della terra, ma poi, gradatamente, assume un atteggiamento più responsabile e disincantato, nel momento in cui realizza che ha iniziato una discesa agli inferi senza ritorno.
Xavier Bardem conferisce al personaggio mille sfaccettature, ma anche una unità e una coerenza straordinarie, attraverso una recitazione che non concede nulla alla retorica o alle divagazioni. E non a caso viene giudicato il migliore attore (assieme al nostro Elio Germano) al Festival di Cannes.
Gli ultimi giorni di vita Uxbal li trascorre in continui litigi con la moglie, in un affettuoso sodalizio con i suoi due figli, nelle visite sporadiche alla sua anziana consigliera Bea, che gli raccomanda di mettere tutte le cose a posto prima della morte, e soprattutto nelle tragedie che affliggono i cinesi clandestini, delle quali si sente responsabile. Tutto questo in un quartiere, che sembra molto più lontano di quanto non sia dalle bellezze di Gaudi e dalla Sacrata Familia, che si intravede,biu5 parzialmente ricoperta da un reticolo di gru e di cantieri al lavoro. Non è certo una Barcellona da cartolina, quella che interessa al regista, ma una parte di città che è un inferno sulla terra, dove tutti vivono di espedienti e tutti sembrano condannati alla sofferenza. Un girone infernale che addolora e lascia con l’amaro in bocca e soprattutto con la necessità, che resta nell’animo dello spettatore, di digerire e metabolizzare tanta sofferenza, di interrogarsi su una serie di problemi che il film pone, in maniera intelligente e senza forzatura alcuna, sulla vita e sul destino di tanti, troppi uomini.
Come si può paragonare la vita di Uxbal? Attorno a lui vede gli aspetti più tremendamente negativi dell’esistenza. E’ come vivere e morire in un campo di concentramento, circondato da un ideale filo spinato con corrente ad alta tensione che non lascia alcuna via di scampo. Ma Inarritu non vuole impietosire né commuovere. Vuole solo raccontare di un personaggio braccato dalla vita stessa, e per il quale ci saranno pochissime soddisfazioni, se non quella descritta nella bellissima ultima scena del film.
Come si diceva, Inarritu, con la sua regia, costruisce un asse narrativo unico, che abbraccia su di sé tutte le possibili storie particolari e collaterali, che non hanno alcun senso autonomo, ma sono esclusivamente appendici della reale storia del film. La storia di un uomo e di un’umanità dolente, la storia di un ultimo tra gli ultimi, la storia che, emblematicamente, è la metafora di tutte le storie di chi soffre, di chi forse mai vedrà la luce dopo  il tunnel. Una storia nella quale, a vergogna della nostra civiltà e del nostro presunto progresso, troppi milioni di uomini oggi potrebbero riconoscersi.