“Lost girls” (Usa 2020) di Liz Garbus

Un mistero ancora senza soluzione 

Lost girls(marino demata) Bisogna francamente riconoscere che, da qualche mese a questa parte, le proposte di Netflix, relative ai film direttamente prodotti e distribuiti dalla piattaforma, sono nettamente migliorate. Ci riferiamo non soltanto ai film più famosi, come The irish man, ma soprattutto alle opere considerate “medie”, che in realtà nascondono, accanto a film decisamente scadenti, anche film di buono o ottimo livello. È il caso di Lost girls, debutto alla regia fiction di una brava documentarista, Liz Garbus, che ci presenta la storia, tesa e drammatica, di una ragazza, scomparsa, come tante altre, nella zona di Long Island, a pochi minuti da Manhattan. La Garbus comunica subito allo spettatore, in un’unica didascalia iniziale, due caratteristiche fondamentali del film: innanzitutto che è tratto da una storia vera; e in secondo luogo, che il caso in esso raccontato è, a distanza di 10 anni, ancora irrisolto.
Sulla prima caratteristica, confesso che non ho mai amato troppo questa affermazione (o informazione, che dir si voglia), che dovrebbe servire probabilmente ad attrarre maggiormente lo spettatore comune, nella convinzione di una sua sorta di morbosa curiosità verso ciò che è veramente esistito. Io sono convinto che il film è un prodotto a sé stante,  che sia tratto da una storia vera, o che sia prodotto di pura fiction. Qualunque sia la provenienza della storia, il film va giudicato in se stesso e non certo per la maggiore o minore aderenza al vero. Questo perché ci sono film derivanti da storie vere che sono ottimi e altri, al contrario,  che sono pessimi. In breve, tale affermazione non può essere considerata una garanzia. Circa il secondo dato della didascalia iniziale, che cioè il mistero che è alla base del film è del tutto ancora irrisolto, si tratta, in verità, di una affermazione molto coraggiosa da parte della regista, perché, convince, fin dall’inizio, lo spettatore che i misteri a cui assisterà, sono senza soluzione, il che potrebbe anche costituire un elemento respingente a priori.
Mari Gilbert (Amy Ryan) madre di tre figlie, da giorni non ha più notizie della figlia maggiore Shannan. Preoccupatissima si rivolge alla polizia, e, riceve poche e reticenti notizie: capirà presto che, quello che probabilmente è capitato a Shannan, è accaduto a molte altre ragazze, sprezzantemente etichettate  dalla forze dell’ordine come prostitute. Comincia allora un lungo calvario di indagini personali da parte d Mari, nella convinzione che poco o nulla la polizia sarà in grado o avrà voglia di fare per scoprire le misteriose scomparse.
L’impostazione al femminile del film ricorda il più celebre Tre cartelli ad Ebbing. Ma, al contrario di quest’ultimo Lost girls nulla concede a divagazioni o a sotto-storie. Piuttosto va subito al dunque con uno stile asciutto ed essenziale, tipico dei registi  che vengono dall’esperienza dal documentario.
Garbus, insomma, riesce a “documentare” allo spettatore il dramma, di una madre, che, pur sapendo che la mancanza di notizie della figlia e sulla figlia lascia pensare al suo assassinio, non si dà per vinta e vuole andare fino  in fondo alla scoperta della verità. Frammenti di questa verità vengono a galla: La sera della scomparsa, Shannan ha effettuato una telefonata dal suo cellulare chiedendo soccorso. Ma già appare evidente, dal tempo trascorso dalla telefonata all’arrivo della polizia sul luogo indicato (oltre un’ora), che non c’è una grande predisposizione per investire energie al fine di soccorrere una probabile prostituta.
In ogni caso lo spettatore, pur sapendo che la storia non avrà una soluzione nel finale, sarà molto interessato a scoprire i molti risvolti dell’ambiente di Long Island, dove si è perpetrata la scomparsa e poi l’uccisione di Shannan.  Veniamo a conoscenza delle connivenze della polizia con ambienti poco raccomandabili di Long Island, la protezione o la serie di omissioni nei confronti di personaggi loschi che probabilmente sanno molto di più quanto abbiano mai dichiarato. Quest’ambiente, nel quale si imbatte Mari alla ricerca delle tracce di sua figlia, la porta, come porterebbe chiunque, a momenti di sconforto o  disperazione. Un senso di disperazione che tracima da ogni scena nella quale Mari è ricerca di un segnale, di un indizio, di un accenno alla sorte che è stata riservata alla propria figlia.
La polizia è un muro di gomma. L’unico col quale Mari riesce ad interloquire è il commissario Dorman (un efficace Gabriel Byrne), un poliziotto stanco e alla vigilia della pensione. Il suo ultimo atto sarà dare l’assenso alla ripresa delle ricerche in una zona delle paludi dove la polizia si era sempre rifiutata di intervenire. Le ricerche danno i loro frutti. Il caso di Shannan si accompagna a quello di molte altre ragazze scomparse. Tutte vengono ritrovate in quella medesima zona e dunque quella che si configura è l’opera di un serial killer, capace di uccidere impunemente almeno 15 giovani donne.
Nel costruire con forza l’asse narrativo che vede la tenace ricerca della verità da parte di Mari, la Garbus forse tralascia alcuni particolari e situazioni che sicuramente potevano essere di grande interesse. Alcune di queste situazioni il pubblico le conoscerà attraverso le didascalie che precedono i titoli di coda. Alcuni di esse sono raccapriccianti e lasciamo al pubblico di giudicarle, mentre scorrono le immagini del paesaggio in parte brullo di Long Island e soprattutto quelle della vera Mari Gilbert nel corso di una conferenza stampa di qualche anno fa, dalla quale traspare la fermezza di carattere e la determinazione della donna.
Dalla sequenza in sui si vede la vera Mari, comprendiamo la bravura di Amy Ryan, vera e propria mattatrice del film. L’attrice di Birdman e del Ponte delle spie qui è forse nel ruolo più importante e significativo della sua carriera, che riesce ad onorare nel migliore dei modi.
Infine non si può non accennare, in tanta durezza di toni che il film inevitabilmente ci presenta, alle scene tutte al femminile, nelle quali si incontrano le madri e le sorelle delle ragazze scomparse. Nei loro volti scorgiamo la rabbia, la disperazione, ma anche un grande profondo senso di umanità e di solidarietà.