“Effetti collaterali” / “Side effects” (Usa 2013) di Steven Soderbergh

Un thriller godibile dal finale inatteso

(marino demata) Durante la lavorazione di Side effects, Steven Soderbergh ha più volte dichiarato che questo sarebbe stato l’ultimo film da lui realizzato per il grande schermo, spalleggiato in tale affermazione dal suo fidato sceneggiatore  Scott Z. Burns. In realtà, dopo questo film, abbiamo assistito a due realizzazioni televisive del regista, a cui però, malgrado le precedenti dichiarazioni, hanno fatto seguito di nuovo altri film per il grande schermo, tra i quali spicca l’ultimo delizioso Panama paper / The laundromat, che, da solo, ci ha fatto rallegrare della promessa tradita. In effetti Side effectsci siamo abituati a uno o due film che Soderbergh riesce a realizzare ogni anno, nella certezza che l’oscillazione dei risultati in genere è tra film godibili di buona caratura, e opere decisamente al di sopra della media. Il tutto condito da una straordinaria versatilità dell’Autore, che riesce a spaziare con grande disinvoltura da un genere all’altro, talvolta anche all’interno del medesimo film.
Effetti collaterali in effetti non rientra nella lista dei capolavori del regista, ma è in quella dei film godibili, che mantengono lo spettatore sempre interessato alle vicende narrate. E, in questo caso, si tratta di una cosa positiva, perché il film è decisamente un thriller, che non lesina colpi di scena e un finale inatteso.
E che si tratti di un thriller, lo comprendiamo fin dalla prima scena. La camera spazia su un serie di palazzi di New York, uffici e residenze, per poi puntare decisamente su una finestra, dietro la quale, in un appartamento abbastanza ordinario, si è appena consumato un delitto: il pavimento in legno è pieno di sangue, la cui scia si spande per alcuni metri, segno che la vittima ha tentato di trascinarsi forse verso la porta, prima di morire.
A questo punto la scena viene staccata e lo spettatore viene catapultato a ciò che accade  “Tre mesi prima”, come annuncia una opportuna didascalia.
E tre mesi prima una giovane donna, Emily Taylor (Rooney Mara) ferma la propria auto fuori dei cancelli di una prigione,  dai quali esce il suo uomo, Martin Taylor (Channing Tatum), dove era rimasto 4 anni. Ma le cose non si mettono bene per la coppia ricomposta dopo tanto tempo. Emily va a sbattere violentemente (e intenzionalmente) con l’auto contro il muro del proprio garage e finisce all’ospedale. Qui, date le strane circostanze dell’incidente, viene posta sotto osservazione da parte del Dr. Jonathan Banks (Jude Law), che la lascia tornare a casa solo a condizione che si rechi periodicamente nel suo studio privato per un approfondito controllo della propria salute mentale. Il che, per inciso, contribuisce ad arrotondare gli introiti del giovane dottore, spesso fastidiosamente schiacciato dalle ambizioni della propria moglie.
Banks comincia a sottoporre Emily ad una terapia a base di medicinali, che si rivelano presto controproducenti per gli effetti collaterali che producono, dall’insonnia all’abbassamento del desiderio sessuale, alla nausea , all’ansia, ecc.
Banks ritiene di doversi consultare anche con la precedente terapista di Emily, la dottoressa Victoria Siebert (Caterina Zeta-Jones).  I due medici concordano che il medicinale adatto possa essere un farmaco di  produzione recente, denominato Ablixa (è un farmaco immaginario, al contrario di tutti i precedenti farmaci prescritti da Banks). Il farmaco sembra funzionare, ma ben presto, anche in questo caso, si presentano effetti non intenzionali. Nel sonno, probabilmente in una vera e propria crisi di sonnambulismo, Emily commette un crimine.
Questo è lo spartiacque oltre il quale la critica cinematografica seria non può andare per non cadere Side effects2in quella rovinosa zona spoiler che rende i critici giustamente odiati dai lettori. Ci limitiamo pertanto ad affermare che da questo momento in poi il film cambia completamente registro, e da una descrizione degli effetti spesso devastanti di alcuni farmaci prescritti per ripristinare la salute mentale, diventa un thriller in piena regola, con risvolti giudiziari e con personaggi che si riveleranno, nella loro essenziale realtà, diversi da quelli che erano apparsi fino a quel momento.  Ognuno dei personaggi sembrerà voler nascondere qualcosa e nello stesso tempo voler procurare il male all’altro, fino ai colpi di scena finali.
In effetti nella prima parte del film, sulla quale abbiamo potuto dilungarci senza fare alcun danno al lettore/spettatore, emerge una esposizione abbastanza critica degli effetti collaterali comuni praticamente a tutti i farmaci, reali o immaginari, menzionati. Ma soprattutto emerge l’affarismo che si manifesta nel mondo farmacologico e medico, a partire dai grandi profitti per i possessori più avveduti di azioni della grandi case farmaceutiche quotate in borsa (troviamo un episodio del genere ben descritto nel film) fino ad arrivare ai “pesci piccoli”, i giovani medici, per i quali prescrivere una medicina invece di un’altra può essere molto utile, al fine di arrotondare il proprio stipendio o, in prospettiva, avere più possibilità di carriera. Il risultato – sembra dire Soderbergh – è che il mondo medico è intriso di venalità, ipocrisia e, tutto sommato, relativo disinteresse per le condizioni dei pazienti, ai quali vengono prescritti, come se fossero cavie, un serie di antidepressivi o anti ansia dalle più svariate caratteristiche e, come dice il titolo del film, dai più svariati effetti collaterali.
È la seconda volta, nel giro di un breve lasso di tempo di un paio di anni, che Soderbergh ritorna su questi tasti. Lo aveva fatto in Contagion, un film che, anche per la sua coralità, nonché per il tema trattato, riesce a mordere di più e forse oggi, in tempi di coronavirus, ad essere anche più morbosamente attrattivo per lo spettatore.
il film è stato interamente girato a New York e Soderbergh ha dichiarato di aver avuto un po’ di soggezione a ricalcare scenari che sono stati di grandi autori come Pakula, o, più recentemente, Martin Scorsese. Ma come sempre Sodernbergh è un pesce che sa nuotare nei mari più svariati. State certi che mai annegherà.