“Martin Eden” (IT 2019) di Pietro Marcello

Tratto dal romanzo di Jack London

(marino demata) . Prima di Martin Eden, Pietro Marcello si era fatto apprezzare soprattutto come regista di documentari, e, in particolar modo, per La bocca del lupo, un docufilm ispirato al romanzo di Remigio Zena, sull’amore tra Enzo, che deve scontar e una lunga condanna in carcere e una transessuale, che lo aspetterà per ben dieci anni. Il film ha avuto un meritato successo e numerosi premi, tra i quali quello per il miglior film al Festival di Torino. Come autore di lungometraggi, Pietro Marcello ha un solo precedente, il film Bella e perduta, anch’esso presentato nel 2015 al Festival di Torino.
martin_eden_aficheCon Martin Eden non è difficile riconoscere la mano dell’esperto autore di documentari, non solo per le modalità della narrazione, ma anche per alcuni accorgimenti tecnici, tra l’altro molto ben utilizzati, come vecchi filmati di repertorio della Napoli degli inizi del ‘900, ingialliti per l’età, ma anche per l’intervento dell’Autore, l’uso della pellicola a 16 mm, la camera spesso usata a mano.
Pietro Marcello rispolvera un romanzo di Jack London, che è esattamente dello stesso periodo storico descritto nel film, adattandolo ad una Napoli popolaresca, proletaria e passionale soprattutto nei moti politici e sociali e nelle discussioni attorno all’emergete Partito Socialista, che infiamma le piazze e diventa il punto di riferimento di operai, sottoproletari e masse di scontenti delle larghe distanze sociali esistenti nel Paese.
Martin Eden (Luca Marinelli) è uno di questi lavoratori, anche se in lui prevale una tendenza individualista: è un marinaio che coltiva prevalentemente la sua solitudine di fondo e una insoddisfazione della quale egli stesso non trova le reali e precise ragioni. Sarà l’incontro del tutto casuale con una ragazza di estrazione sociale elevata, Elena (Jessica Cressy) a creargli gli stimoli e le motivazioni per elevarsi a sua voltai, per costruirsi una cultura dal nulla, lui che a stento sapeva scrivere il suo nome, a coltivare il sogno di diventare uno scrittore. E la prima mezz’ora del film, secondo noi la parte migliore, ricca, come è, di qualità poetica e letteraria, vede il personaggio di Martin alla continua ricerca di libri e ne acquista inizialmente 10, dei più svariati autori, da un rigattiere per 3000 lire.
Martin, dopo una sfortunata esperienza in una scuola per adulti, divora libri senza selezionarne autori e tema. Del tutto casualmente, tra i libri acquistati, legge un saggio del filosofo evoluzionista Herbert Spencer e ne rimane profondamente colpito per le idee evoluzioniste e individualiste che vi trova descritte, che lo radicano ancora di più in una forma di asocialità, attutita solo dall’amore per Elena. È un amore difficile tra persone di cultura e di estrazione sociale diversissima. Per giunta Martin dovrà fare i conti anche con la famiglia alto borghese della ragazza
Il film resta complessivamente molto fedele al romanzo ed è, a sua volta, un romanzo di formazione. C’è però una profonda differenza di credibilità tra la storia narrata da Jack London e quella narrata da Pietro Marcello. Perché la scalata sociale del proletario che diventa gradualmente un uomo colto e addirittura uno scrittore è un meccanismo molto plausibile in America, dove il divenire qualcuno partendo da zero è non solo un fenomeno diffuso, ma è una tentazione che strizza gli occhi a tutti. Non è forse questa proprio l’essenza del “sogno americano”? La possibilità non è negata a nessuno e gli esempi di scalate sociali e di successi partendo dal nulla hanno alimentato le speranze di migliaia di emigranti in quel Paese. E poi la letteratura e anche il cinema sono pieni di esempi, che fungono a loro volta da paradigmi per migliaia di persone.
In Italia la situazione è diversa, e in qualche modo ce lo testimonia anche Pietro Marcello, allorché ci mostra lo stupore del fratello del protagonista di fronte ai sogni di Martin e l’incredulità della sua stessa ragazza. Insomma, se non si prescinde da queste considerazioni, la trasposizione del film dal romanzo di London non può non apparire piuttosto forzata.
In ogni caso, dato atto della bravura del regista nella costruzione del quadro d’epoca e di un’ottima prima mezz’ora di pellicola dedicata alla costruzione della metamorfosi di un personaggio alla ricerca della sua “America” letteraria e filosofica, non si possono tacere alcune prolissità e cadute di tono. In particolare, allorché si vuole spostare il percorso del film dai binari dell’asse narrativo principale, percorrendo varie sotto storie dei personaggi laterali, che non bene si amalgamano con la storia primaria di Martin. Citiamo ad esempio il personaggio della signora con i due figli, che accoglie Martin in casa sua, senza nulla chiedere in cambio se non qualche lavoretto in casa. Che ci appare francamente un bozzetto non del tutto verosimile. Oppure la divagazione costituita dal personaggio di Russ Brissenden, che appare lontano dall’ambiente della famiglia di Elena e la cui sotto storia resta con troppi punti interrogativi e appare in definitiva piuttosto lontano dalle vicende di Martin. A proposito di questo personaggio, sottolineiamo che anche in questo caso risulta ancora felice la simbiosi tra il grande attore fiorentino Andrea Cecchi e l’ambiente napoletano, se si pensa alla straordinaria esperienza di Morte di un matematico napoletano di Mario Martone, un film di quasi 30 anni fa, che rivediamo sempre volentieri.
Sono divagazioni che, generalmente, offrono un quadro eccessivamente “buonista” delle situazioni nelle quali, di volta in volta, si trova il nostro protagonista, a cui forse il regista si sente invogliato dalla distanza storica dell’epoca descritta nel film con la nostra attuale.
Un discorso a parte merita sicuramente Luca Marinelli: provenienza Accademia nazionale d’arte drammatica, il suo è stato, dall’esordio nel 2010 con La solitudine dei numeri primi, un decennio folgorante, ricco di rimarchevoli interpretazioni e di premi importanti. Fra tutti ricordiamo il ruolo di protagonista nel film del compianto Claudio Caligari Non essere cattivo e il David di Donatello per Lo chiamavano Jeeg Robot. Fino ad arrivare al premio più prestigioso, la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla Mostra del Cinema di Venezia di pochi mesi fa, proprio per l’interpretazione di Martin Eden, al quale si sono aggiunti i successi del Toronto Film Festival e del London Film Festival.