“Unsane” (Usa 2018) di Steven Soderbergh

Completamente girato con un iPhone 7 Plus

Nel 2013, dopo aver girato Effetti collaterali, Steven Soderbergh aveva dichiarato che quello sarebbe stato il suo ultimo film e che do fronte a lui si schiudevano ormai le porte della pensione. Un paio di impegnativi lavori per la TV, dopo tutto, non costituiscono un repentino ritorno al cinema, almeno con l’impegno e la dedizione messa sempre al primo posto dal regista. Ma subito dopo vediamo Soderbergh ricominciare (fortunatamente!) col cinema, con due prodotti veramente positivi, La truffa dei Logan e Unsane, fino ad arrivare poi al recentissimo Panama papers, un film sicuramente di elevato livello.
Questa sera parliamo di Unsane, un film che, in barba al pensionamento, conferma alcune caratteristiche peculiari del grande regista: la ecletticità del suo fare cinema, mai uguale a se stesso Unsane3
nei contenuti e nelle modalità anche tecniche, e, in secondo luogo, l’essere, più di quanto non sembri, un regista “politicamente scorretto” e quindi molto scomodo.
Sotto il primo aspetto, Soderbergh non finisce di stupirci: Unsane è un film girato in soli sette giorni interamente con un iPhone 7 Plus, con risoluzione assolutamente nitida. Chiariamo subito che questa scelta non costituisce né una assoluta novità (ci aveva provato già Sean Baker con Tangerine), nè una eccentricità fine a se stessa, perché, come vedremo fra poco, questo accorgimento è molto funzionale al clima al thriller claustrofobico che il regista vuole creare. Questo già la dice lunga non solo sul suo eclettismo, ma anche sulla determinazione di proseguire il suo tragitto anti-hollywoodiano, che si sostanzia ancora una volta anche con modalità di commercializzazione e di distribuzione “home made”, nelle quali, cioè, le varie entità che ruotano attorno ad Hollywood non devono mettere le mani. Come già accaduto tante altre volte.
Sotto il secondo aspetto, la critica politica di Soderbergh, forse a volte soft, ma mai così sottotraccia da non essere riconoscibile, lo porta, dopo aver messo sul banco degli accusati, in Effetti collaterali, le case farmaceutiche degli ansiolitici e antidepressivi, a mettere qui, sotto la lente di ingrandimento, il sistema sanitario americano, cioè un mondo fatto per soli ricchi e per chi può permettersi una consistente assicurazione. E con conseguenze naturalmente positive per i fruitori, ma a volte anche molto inquietanti, come nel caso della protagonista di Insane.
Sawyer Valentini (Claire Foy) da poco si è trasferita in Pennsylvania da Boston. Più che un trasferimento è stata una fuga. Vittima delle reiterate e ossessive attenzioni di un uomo, David Strine, era riuscita ad ottenere una condanna di quest’ultimo per stalker e la diffida a non cercarla più. Nonostante la condanna del suo persecutore, Sawyer cambia città e stato e trova un buon lavoro, dove riesce a mettere in luce le sue doti . Ma Sawyer non riesce a togliersi dalla testa l’immagine del suo persecutore e pensa di ricorrere ad una visita e ai consigli di una psicologa presso l’Highland Creek Behavioral Center della Pennsylvania. Tutto sembra scorrere in maniera tranquilla. Ma, quando la ragazza si reca alla reception della clinica, viene avvicinata da due infermieri che le chiedono di recarsi in una camera e di indossare il camice che indossano tutti i malati ospiti della clinica. Cellulare e borsa personale vengono sequestrati e, come lo spettatore intuisce, ritroviamo ben presto Sawyer in preda ad un attacco di nervi. In realtà, tra le carte che Sawyer aveva firmato, c’era anche la richiesta/consenso a restare per 24 ore nella clinica per sottoporsi ad accertamenti. In breve a Sawyer saltano del tutto in nervi, finisce con l’aggredire alcuni infermieri e a peggiorare la propria situazione: il suo soggiorno nella clinica sarà prolungato fino a sette giorni.
Unsane2La paranoia della protagonista raggiunge il suo culmine quando le sembra di riconoscere, nelle sembianze e nelle movenze di uno degli infermieri, proprio quel David Strine che a Boston la aveva perseguitata come stalker. È la mente ormai alterata di Sawyer che la induce a vedere in un atro il suo persecutore? Oppure è proprio Strine che la ha raggiunta in Pennsylvania sperando di realizzare i suoi piani? Al punto di ansia ossessiva al quale Soderbergh ha portato il suo personaggio sono plausibili entrambe le possibilità, non resta ce attendere gli sviluppi del film, che saranno ricchi di suspense e colpi di scena.
Sempre armato del suo iPhone, Soderbergh riesce ad offrire al pubblico sequenze thriller dei lunghi corridoi della clinica, ravvicinate immagini dei personaggi incorniciati in primi e primissimi piani, distorsioni delle profondità e delle prospettive e addirittura un piano sequenza all’interno di una camera blue insonorizzata, vero e proprio virtuosismo d’autore.

Probabilmente lo spettatore resterà talmente avvinto per scoprire il destino della pover a Sawyer, che non avrà il tempo per riflettere sulle implicazioni politiche che Soderbergh abilmente cela dietro questa storia.
Ma, si rifletta bene, il meccanismo che porta la protagonista ad essere prigioniera in una clinica per malati mentali è una firma posta sotto un modulo al termine di una normale visita ambulatoriale. La sua vulnerabilità consiste nell’essere una ragazza di famiglia borghese, protetta da una assicurazione, senza la quale ogni servizio sanitario le sarebbe precluso. Quella firma apposta da Sawyer non sarebbe valsa a nulla, se alla reception della clinica gli impiegati non  avessero capito che la ragazza aveva una buona compagnia di assicurazione, che, una volta contattata, conferma di coprire tutte le spese del trattamento che sarà riservato a Sawyer.
Si tratta, naturalmente, di un caso limite, collegato alla malafede del personale sanitario della clinica della Pennsylvania, ma reso possibile dallo stesso sistema americano, che copre e “premia” (ma in questo caso “punisce”) i possessori di una assicurazione sanitaria. Quel sistema che vede l’inesistenza di una vera sanità pubblica e che quindi penalizza milioni di persone che non sono in grado di sostenere una costosa polizza di assicurazione. Il presidente Obama aveva intrapresa la costruzione di un sistema di sanità pubblica, ma si è scontrato con varie lobbies che ne hanno frenata la piena realizzazione, dimostrando che le società di assicurazione hanno in America un potere eccezionale. Come sempre Soderbergh pone, anche sottotraccia, dei problemi, anche se risolverli non è affar suo. Ma è questo il mistero e la bellezza del suo cinema.
Se si vuole poi scavare proprio sottotraccia, dimenticare per un attimo la storia principale e soffermarci su alcuni particolari, ricordando che niente è a caso in questo regista, andiamo un momento al colloquio telefonico tra Sawyer e il suo avvocato a Boston, che, in presenza del caso di stalker, consiglia imperiosamente e con forza innanzitutto di cancellare il suo account Facebook. Si tratta di una raccomandazione di routine? O per caso Sederbergh e i suoi sceneggiatori sapevano già qualcosa, di quanto verrà a galla di lì a poco, circa le rivelazioni per le quali sono state utilizzate le informazioni private di 50 milioni di utenti Facebook per influenzare le elezioni americane a favore di Trump?
In questo caso si confermerebbe ancora una volta Soderbergh come il regista capace sempre di buttare la pietra nello stagno. Perché il suo non è mai un cinema asetticamente stagnante. Tanto che anche in un film come Unsane, che può sembrare minore, e per il quale è attentissimo al budget, girato al risparmio, senza grandi star nel cast, riesce a mettere nello spettatore più di una pulce nell’orecchio e a creare problemi e interrogativi, che potranno restare senza soluzione, ma sono lì, finalizzati a farci riflettere, a crearci ancora nuove domande e nuovi problemi, in una sorta di reazione a catena dentro di noi. E chi ci riflette, dovrà ammettere che tutto questo non è un risultato da poco.