“Innocenza selvaggia” (FR. 2001) di Philippe Garrel

Finzione e realtà si accavallano e si scambiano

(marino demata) L’arte e la vita, la finzione cinematografica e la realtà, il cinema come monito e la cruda realtà dietro le quinte. Con Innocenza selvaggia Philippe Garrel ritorna alla riflessione sui suoi temi preferiti, attraverso un bianco e nero, illuminato dal genio Nouvelle Vague della fotografia, il grande Raoul Coutard, in un film secco, asciutto che, pur nella sua lunghezza di oltre due ore, va diritto all’obiettivo di riprendere, da una angolazione diversa le sue tematiche più frequenti. Garrel lo fa, come sempre, con i modi della Nouvelle Vague. E non si smentirà neppure più avanti nel tempo, col più recente L’ombra delle donne: lui, ultimo sopravvissuto di una stagione meravigliosa e irripetibile, ostinato allievo di Truffaut, Godard, Rivette e Rohmer. E’ come un giovane che è andato innocenza 10
in un Paese straniero e ha imparato la nuova lingua, e alla fine parla e pensa solo in quella nuova lingue ed è contento di esprimersi in tal modo, perché non saprebbe fare altrimenti e perché il suo mondo è ormai racchiuso in quel linguaggio, che egli trova meraviglioso.
Ci sono delle scene dai film di Garrel che ho rivisto molte volte, e tutte le volte hanno la capacità di commuovermi, anche se non presentano delle situazioni in se stesse commoventi. Ad esempio, io, tutte le volte che rivedo la scena di Nascita di un amore, con Jean-Pierre Leaud e Lou Castel, che discutono in auto di notte, mentre sono diretti in Italia, e parlano sul tema del viaggio, del tempo, della realtà e dell’immaginazione, del destino (se c’è) o, al contrario, della responsabilità, provo una grande emozione, come solo il meglio della Nouvelle Vague riesce a offrirti.
innocenza5Se si pensa all’incipit di Innocenza selvaggia, non si riesce ad immaginare la storia come andrà a finire, e poi, andando avanti, ti rendi conto che, dopo tutto, la cosa meno essenziale del film è proprio la sua conclusone, che è un ritornare alle origini, all’inizio. E che invece l’elemento più importante è il suo svolgimento, che ti attrae scena dopo scena.
Un film su un film da girare e sul cinema è un tema caro alla Nouvelle Vague, se si pensa ad esempio a Effetto notte di Francois Truffaut. In Innocenza selvaggia  il protagonista, François (Medhi Belhaj Kacem) è un giovane regista che ha perso la sua altrettanto giovane moglie, Carole, per effetto dell’uso dell’eroina, e vuole fare un film dal titolo Innocenza selvaggia,  che  riproduca la tragica storia a cui ha assistito e cha ha vissuto e che abbia esplicitamente un taglio contro l’eroina. Vuole affidare al cinema un ruolo didattico, per ammonire le giovani generazioni a non diventare Innocdenzaschiave della droga? O semplicemente sente l’impulso di rivivere la storia del suo amore filmando una storia simile o addirittura uguale? Quale funzione catartica avrà l’essere il regista di una storia che gli è in qualche modo sfuggita di mano? Come filmare un destino, per ripetere le parole di Jean Pierre Leaud in Nascita di un amore, che lui non è riuscito a controllare e ad evitare? Nella scelta di François c’è probabilmente tutto questo.
Ma François per fare un film del genere deve trovare dei soldi. Nessun produttore se la sente di fare un film del genere. La ricerca di un finanziatore diventa per François un calvario che lo porta quasi a gettare la spugna. Solo un certo Chaz (Michel Subor), a cui viene indirizzato da un amico, si dichiara disposto a finanziare il film, ma ad una condizione: François dovrò fare due viaggi, uno a Napoli e l’altro a Barcellona. In entrambi i casi gli verrà consegnata, al luogo convenuto, una valigia Innocenza 3contenente eroina. François, dopo averci lungamente pensato, decide di sì. La cosa più importante per lui è fare il film. Questo obiettivo, questo pensiero non gli fanno scorgere la contraddizione presente nella intera vicenda: l’eroina servirà per finanziare un film contro l’eroina. François è come non si rendesse conto del paradosso.
Intanto François vive con un’altra ragazza, Lucie (Julia Faure), della quale si è innamorato. Decide che sarà Lucie l’interprete del film: sarà lei ad interpretare Carole. I due innamorati dovranno dunque interpretare due ruoli diversi: François è il regista e il suo nuovo amore, Lucie, è l’attrice che interpreta Carole. Questa scelta di base si rivela forse sentimentalmente giusta, ma professionalmente sbagliata. François vuole, nel suo film, che Lucie diventi in tutto e per tutto Carole. Non è soddisfatto della sua interpretazione. Carole non rivive. François non riesce a rivederla attraverso Lucie. Si apre un conflitto tra il cinema e  la realtà, nel quale la realtà, come sempre, avrà il sopravvento.
In ogni opera artistica c’è sempre qualche elemento autobiografico. Sono incrostazioni che ti porti dentro e non puoi pensare di  rimuovere mai del tutto. A distanza di anni, ormai dalla morte del suo grande amore, Nico, la cantante dei Velvet Underground e poi cantante solista, Garrel, che aveva Innocenza8girato alcuni film con lei e la aveva in qualche modo celebrata col film J’entends plus la guitare, premiato alla Mostra di Venezia, ritorna sul tema della morte, della mancanza, che si vorrebbe far rivivere in qualche modo. Proprio come tenta di fare François, col suo amore ucciso dalla droga. Ma François sembra non rendersi conto che Lucie non può diventare il personaggio di Carole nel film, e che la realtà, come è stata vissuta, non può che essere diversa dalla finzione cinematografica. La realtà va sempre più avanti e, casomai, riproduce sé stessa attraverso il suo rinnovarsi, ma mai attraverso il cinema, che può ad essa ispirarsi, ma non riprodurla. Ispirazione e riproduzione restano due concetti molto diversi, che François incautamente appiattisce, offuscato, come è, dal doloroso senso della mancanza e dalla voglia di insegnare ai giovani a non fidarsi dell’eroina.
La macchina da presa di Garrel, come sempre,  indugia sui personaggi, sui loro volti, su frequenti primi piani, in un ritmo attraverso il quale il regista sembra voglia avere il tempo di pensare, di riflettere. Forse vorrebbe che le immagini gli possano dire qualcosa di nuovo o di diverso. Ma i volti Innocenza1
di François e di Lucie restano impenetrabili nei propri pensieri singolari, nel loro rapporto con un passato immutabile e con una realtà inesorabile nel suo andamento verso nuovi baratri. François partorirà un mostro? Probabilmente sì, perché non si rende conto che finzione e realtà davanti a lui si accavallano continuamente e si scambiano, in un percorso che rischia di dare vita a nuovi dolori. François non si  accontenta della “nascita di un amore”, per dirla col titolo del film di Garrel più volte citato in questa recensione. Perché le macerie del vecchio amore sono ancor lì, davanti a lui, che probabilmente non desidera tanto il nuovo in sé, ma trovare nel nuovo il vecchio, ritrovarlo sotto le macerie, e dargli un nuovo volto. Nella finzione o nella realtà?