“Il partigiano Johnny” (It. 2000) di Guido Chiesa

Dal romanzo di Beppe Fenoglio

(marino demata) Il partigiano Johnny è tratto dall’omonimo e celebre romanzo di Beppe Fenoglio. Un romanzo che ha avuto una storia travagliata, non essendo l’autore riuscito, prima della sua morte, a dargli una stesura definitiva. La casa editrice Einaudi curò l’edizione definitiva del romanzo attribuendosi la responsabilità di alcune inevitabili scelte. IL personaggio nasce dalla fantasia dell’autore, ma, in pari tempo, ha aspetti autobiografici, a partire dalla passione per gli studi e in particolare per la lingua inglese, la scelta dell’impegno antifascista nella Resistenza, alcuni elementi caratteriali del personaggio.
Joh6 (2)
Il film, diretto da Guido Chiesa, si trova, in parte, di fronte agli stessi problemi degli editori del libro: fondamentalmente quello di operare alcune scelte di fondo, che però Chiesa non sempre riesce a fare, tanto che il film, pur nella sua bellezza, risulta troppo ricco di episodi a volte ripetitivi. Sembra in tal modo che il regista non abbia voluto fare torto a nessuno dei tanti episodi descritti nel libro e forse neppure della mole del suo “girato”, che non ha avuto il coraggio di ridurre.
Nelle prime sequenze troviamo Johnny (il nome gli è stato attribuito a scuola per la sua passione per l’inglese) nella casa dei suoi genitori ad Alba. Siamo dopo l’8 settembre e Johnny è fuggito dall’esercito fascista. Si incontra spesso in piazza con i suoi vecchi professori, prevalentemente antifascisti e comunisti.
Iniziano i rastrellamenti e Johnny viene colpito dalla notizia della uccisione di un suo amico. Sarà questo uno degli elementi scatenanti che lo convinceranno ad unirsi ai partigiani, che, nelle vicine colline delle Langhe, son impegnati in una lunga guerra contro i fascisti e i nazisti. Il film ripercorre Joh7 (2)le fasi della formazione politica e soprattutto morale di Johnny attraverso le azioni di guerra, attraverso il rapporto, che spesso diventa profondamente amicale con i suoi compagni di lotta, e attraverso il lungo inverno del 1944, che provoca sofferenze fisiche in aggiunta a quelle morali e materiali. La sua formazione, sul piano politico, resterà, di fondo, resistenziale e antifascista, ma senza una precisa connotazione di schieramento di partito.
Fondamentalmente il film, ricalcando il romanzo, ci offre, con Johnny, l’immagine di un intellettuale democratico prestato alla guerriglia partigiana. Non è una contraddizione, perché Johnny fa parte di quella categoria di persone che riescono a far bene qualunque cosa si mettano a fare e a portare avanti, in maniera egregia, qualunque impegno si sentano di assumere.
Il regista aderisce alla storia e al personaggio principale con entusiasmo e passione, ma, come si diceva prima, non riesce ad evitare alcuni difetti, come la mancanza di una selezione nelle azioni di guerriglia, che vanno sostanzialmente a ripetersi, dilatando in tal modo i tempi di durata del film. Discutibile è anche la colonna sonora, affidata esclusivamente al violino del rumeno Alexander Bălănescu, che è presente quasi per l’intero lo svolgimento del film in maniera talvolta ossessiva. Detto questo, non si può negare che Chiesa ha svolto un ottimo lavoro, rendendo al meglio il coraggio, ma anche la umana paura degli uomini della Resistenza, ed anche le debolezze, evitando ogni retorica fuori posto e ogni rischio di costruire una galleria di eroi. Al di là della evidente joh5 (2)
adesione del regista al messaggio resistenziale e antifascista, prevale in realtà, attraverso le immagini, una repulsione per la guerra per le guerre in generale.
L’interpretazione di Johnny da parte di Stefano Dionisi, prescelto come protagonista anche per la sua somiglianza a Fenoglio giovane, è veramente rimarchevole. Dionisi riesce ad entrare nel profondo del personaggio del romanzo, a trovare le pieghe giuste e le espressioni più adatte, modulandole in maniera diversa dalle prime esperienze di lotta partigiana, alle ultime, allorché dimostra di essere diventato esperto e sicuro di sé. È una interpretazione molto positiva senza nessuna riserva.
La fotografia accentua volutamente il grigiore dell’autunno in montagna e la malinconia del paesaggio delle Langhe in quella stagione. In tal senso risulta efficace e in simbiosi con lo stato d’animo dei personaggi del film.
L’opera di Chiesa riempie in un certo senso, un vuoto nella filmografia del genere resistenziale, focalizzandosi su una realtà, quella delle Langhe, martoriata e per troppo tempo teatro di occupazione tedesca e fascista e flagellata da una lunga guerra partigiana. Tuttavia, purtroppo, il vuoto è stato riempito con un po’ di ritardo. L’ondata dei film del genere resistenziale era finita da tempo, da circa venti anni, e la ridotta affluenza del pubblico nelle sale cinematografiche sta a dimostrare due cose collegate fra loro: che da un lato un filone cinematografico è esaurito, e dall’altro la passione ideologica e politica è scemata, anche perché il nostro Paese ha attraversato, dagli anni ’80, una fase di paurosa involuzione e crisi di valori, per la quale, ai valori e agli ideali messi da parte non si sono sostituiti nuovi ideali, ma, troppo spesso, sono stati trasmessi, alle giovani generazioni, semplicemente aspirazioni al semplice intrattenimento o non-valori.