“Still life” (Cina 2006) di Jia Zhang Ke

Due storie in un ambiente in frenetica trasformazione

(marino demata) Nel 2006, nella Cina meridionale, è stata costruita la “Diga delle tre gole” sul più grande fiume della Cina, il Fiume Azzurro. Nel 2009 l’intero progetto è stato completato con un complesso di opere che ha previsto la ricostruzione di tutti i villaggi spazzati via dalle acque e il relativo spostamento di quasi un milione di abitanti. I lavori sono stati naturalmente enormi, perché, contemporaneamente alla evacuazione degli abitanti dei paesi interessati all’inondazione, è stato necessario costruire nuovi paesi e intere cittadine.
Proprio mentre erano in atto lavori di demolizione e smembramento delle vecchie abitazioni e il trasferimento di molte famiglie, Jia Zhang Ke si reca sul posto con la sua macchina da presa, la sua troupe e tutti i mezzi necessari per girare un film, che per i luoghi e le circostanze in cui viene girato, ha uno spiccato carattere documentaristico. Ma per un grande regista come Jia Zhang Ke, i lavori di Still8demolizione e costruzione della diga sono in realtà una occasione irripetibile per disporre di uno scenario naturale e umano in continuo movimento sul quale innestare alcune storie di fiction.
Ne viene fuori un film meraviglioso dove le due microstorie umane che il regista innesta si fondono perfettamente con l’ambiente e con tante altre microstorie (o, come si dice, sotto-trame) che si snodano, si intravedono, nascono per poi sparire e ritornare ancora una volta
Due sono però le storie principali ambientate a Fengjie, un paesino destinato a finire di lì a pochi mesi, sommerso dalle acque di quello che sarebbe diventato un grande lago. Le due storie sono in certo senso parallele e riguardano un uomo e una donna ed hanno esiti opposti. I due viaggiatori non si conoscono e mai si incontreranno, ma noi li intravediamo all’inizio, in un bellissimo piano sequenza, all’interno di una lunga motonave che solca le acque del Fiume Azzurro.
Un minatore di carbone, Sanming, arriva da una lontana cittadina, per trovare sua moglie, che lo ha abbandonato 16 anni prima e sua figlia, che non ha mai visto. Dopo varie peripezie per localizzare l’indirizzo di cui è in possesso, perché parte del paese è già inondato nel corso della costruzione della still7diga, Sanming (Sanming Han) riesce a trovare suo cognato che lavora in una squadra di demolitori. Resosi conto che per le ricerche occorrerà del tempo, riesce a farsi assumere come demolitore, per poter pagare la camera e il proprio sostentamento. Nello stesso tempo, arriva a Fengjie, anche lei da una città lontana, una giovane e attraente infermiera, Shen Hong (Tao Zhao) alla ricerca del proprio marito ingegnere che la ha lasciata due anni prima per seguire i lavori della diga, senza più dare notizia di lui.
Si tratta di due storie dolorose, nelle quali due persone sono alla ricerca di altrettante persone scomparse dalle loro vite ed ora protagoniste di vite completamente diverse. Saranno ritrovate. Ma, mentre Sanming, senza ancora riuscire a vedere la figlia, propone alla moglie, che ancor ama, di ritornare con lui, Shen Hong, dopo aver rivisto il marito e ballato con lui, gli rivela di avere una relazione e gli chiede il divorzio.
Come si vede, si tratta di due storie strutturate in ambienti diversi. La prima ci fa entrare nel mondo proletario dei lavoratori di miniera e degli operai demolitori, la seconda ci porta invece in un ambiente più elevato, soprattutto quello del marito di Shen, un professionista che sovraintende i still6lavori. Malgrado le diversità, tuttavia, il senso che le due storie offrono è quello della precarietà dei rapporti umani, della loro estrema fragilità, ove gli stessi eventi sono lì a creare scenari diversi nel mondo dei rapporti umani, oltre che nel mondo della natura.
E a proposito di quest’ultima, la costruzione della grande diga delle tre gole e dell’intera area circostante è stata accompagnata da entusiasti consensi per la sua grande utilità all’economia di una vasta area del Paese, ma anche da feroci polemiche per l’impatto ambientale e lo stravolgimento dell’ambiente naturale, nonché per l’abbandono di numerosi paesini, sostituiti da grandi moderne e anonime costruzioni. In questa animata discussione il regista non prende posizione, ma osserva e registra gli umori delle persone, segue le due trame principali, ma si sofferma significativamente anche sulle tante mini- storie che arricchiscono il film. Anche in queste, oltre che nelle due storie principali, il regista riesce a coinvolgere emotivamente lo spettatore, perché essi sembrano vittime sacrificali di fronte al progresso e alla modernizzazione del Paese. Pur tra reciproci contrasti (ad esempio quello tra i demolitori e i capo-squadra, o quello tra diversi gruppi di giovani demolitori) tutti appaiono non entusiasti di quello che sta succedendo, ma comunque disposti ad andare avanti, forse anche perchè incuriositi di fronte alla nuova vita che sta per dischiudersi ai loro occhi.
Con questo film Jia Zhang Ke si conferma un grandissimo regista, forse il più grande regista cinese Still2
vivente. In passato abbiamo scelto alcuni suoi film per le rassegne cinematografiche organizzate da noi di Rive Gauche-Film e Critica. I film prescelti sono piaciuti molto al pubblico: ci riferiamo a Unkown pleasures e Platform. Così come per Still life, anche nei due film citati, Jia Zhang Ke si tiene lontano dai sontuosi scenari e dai nuovi quartieri artistici di Pechino ricavati dalle ex zone industriali, così come dal frenetico e avveniristico sviluppo di Shanghai. La Cina che il regista ama filmare è invece proprio quella delle zone rurali o delle cittadine, dove il tempo sembra si sia fermato, salvo poi riprendere a fluire in maniera vertiginosa, come è il caso di Still life: un titolo significativo che significa “natura morta”.
Il tocco leggero col quale il film è stato girato, l’innesto delle due storie all’interno di un evento che viene in parte documentato dalle immagini, la grande sensibilità del regista, per citare solo alcune delle doti con le quali si presenta il film, gli hanno fatto meritare il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia del 2006.
Un film da vedere e rivedere, anche perché pone tanti interrogativi allo spettatore, per il quale il regista ha sempre in serbo qualche improvvisa sorpresa: una costruzione in acciaio che spesso vediamo sullo sfondo delle vicende narrate, che, improvvisamente, a metà del film, si alza verso il cielo di sera, lasciando una lunga inspiegabile scia. E più avanti, verso la fine del film, si esibisce un uomo in equilibrio, percorrendo su una corda lo spazio che dista tra due palazzi. Allo spettatore il compito di interpretare e decifrare anche questi due quesiti che si aggiungono a tutti quelli contenuti nella storia narrata.