“Spider” (Can./UK 2002) di David Cronenberg

Un viaggio nella mente umana

Spider(marino demata) Veramente significativa la prima sequenza di Spider. Siamo in una stazione ferroviaria di Londra: la macchina da presa cammina in senso opposto ai passeggeri che scendono dal treno. Essa è quasi ostacolata, come impacciata. Divincolandosi dalla folla dei passeggeri diretti all’uscita, la camera arriva ad uno degli ultimi vagoni, si sofferma un attimo, dando il tempo ad uno spaesato, intimidito, mal vestito signore di scendere dal predellino. Si tratta di Denis Cleg, soprannominato dalla madre, fin da bambino, Spider, per la sua passione per le tele del ragno, qualcosa che serve per intrappolare, ma che a volta ti intrappola. E’ comunque trasparente anche la metafora che si cela dietro a questo soprannome: Spider ha tessuto e continua a tessere una rete di menzogne dentro di sé, senza soluzione di continuità tra presente e passato. Perché il presente è una continua rivisitazione del passato del quale, nei suoi aspetti negativi e dolorosi, dopo tutto nessuno di noi si libera tanto facilmente. La soglia tra il controllo dei ricordi dolorosi e il proprio annegamento dentro il gorgo del passato spesso non dipende da noi, ma proprio dall’intensità e dall’insopportabilità del dolore che ti hanno arrecato. Sotto questo aspetto Cronenberg è bravissimo a fare un film sulla schizofrenia: come se appunto volesse dirci che il prius non è una mente malata o predisposta al male, ma, al contrario, è l’accumulo di eventi molto dolorosi nel proprio passato a generare la loro non sopportabilità e sconvolgere l’equilibrio della mente.
Dunque, lo spettatore, se alla fine ricompone i vari segmenti del film, continuamente oscillante tra
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presente e passato, tra realtà e immaginazione, avrà la sensazione di aver assistito alla nascita e allo sviluppo della malattia mentale attraverso cause esemplari. Ma, d’altro canto, ed è questo che principalmente vuole ottenere un regista, il film è anche uno sconcertante, a volte disturbante, viaggio all’interno della mente umana.
Non è un caso che il film è un alternarsi di scene nelle quali vediamo il protagonista vivere il suo presente veramente miserevole, raccattare strani oggetti lungo la strada, o borbottare qualcosa di incomprensibile, e, d’altra parte, altre scene nelle quali rivive i dolori del suo passato da ragazzino tra i 10 e 12 anni. La particolarità è che queste ultime scene vedono la presenza di un ospite inatteso allo spettatore: i Denis Craig attuale. Come se lui avesse bisogno di essere di nuovo fisicamente presente in quelle circostanze, di fronte al sé stesso bambino e ai suoi genitori. In una sorta di riesame o autoanalisi di quanto accaduto, naturalmente sempre con i contorni distorti dal suo essere, nel presente, disturbato. Ed è come la presenza, in punta dei piedi, di un pittore all’interno del quadro da lui stesso dipinto (pittori rinascimentali, e Dürer e tanti altri!)
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Il film è tratto da un romanzo di Patrick McGrath, che ha partecipato anche alla sceneggiatura. L’Autore lo concepisce inizialmente, fin dal 1988 come un romanzo che vede come protagonista il padre di Spider, un idraulico che ammazzerà la moglie per vivere con l’amante. Poi il racconto, come dichiara l’Autore, si è gradatamente trasformato nella storia del bambino che ha assistito traumaticamente a questo snodo decisivo della sua esistenza. Dunque: la storia della nascita e dello svilupparsi di una mente schizofrenica.
Ralph Fiennes è un Denis Crag perfetto. Conosciamo la grande professionalità dell’attore a la cura quasi maniacale che rivolge alla costruzione dei propri personaggi. È un attore che, nel corso della sua carriera ha fatto un grande salto di qualità. Ricordo che, soprattutto nei “romance film” o film sentimentali, mi infastidiva un po’ un senso lamentoso nel suo modo di recitare, che sembrava che da un momento all’altro dovesse volgere in pianto. Nella sua completa maturità, invece, gli fa onore aver rifiutato le sirene di Hollywood e avere preferito un affinamento ed una crescita nel suo lavoro attoriale, passando attraverso sempre ruoli molto complessi e difficili.
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Dalla stazione di Londra, dove lo abbiamo lasciato, Spider si porta verso la casa di accoglienza (in inglese “halfway house”) alla quale è stato indirizzato dalla casa di cura per malati mentali, dove è rimasto 20 anni. I medici pensavano che fosse possibile concedergli questa chance e la libertà di andare anche in giro, oltre che di fraternizzare con gli altri ospiti della casa. Siamo infatti negli anni ’80, allorché abbiamo assistito ad un forte movimento tendente a chiudere i manicomi e a praticare metodi più umani e scientificamente più affidabili di trattamento dei malati di mente. E, come si vede, Cronenberg è, come sempre, molto attento all’inquadramento cronologico delle sue opere.
Denis porta in mano un pezzo carta con l’indirizzo, con la sua camminata titubante e con lo sguardo che ti fa capire di non esserci né qui né ora. Lungo la strada e nel quartiere della halfway house Cronenberg ci mostra una Londra desolata, strade semideserte e edifici squallidi dove prevalgono colori sbiaditi, grigi e marroni. Denis raggiunge la strada ma non ancor l’indirizzo esatto. Passa attraverso un edificio disabitato nel quale sono state sbarrate col cemento le porte e le finestre: probabilmente il regista ha voluto materializzare la metafora di una mente sbarrata, la prigione emotiva nella quale Denis si è rinchiuso.
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All’interno della casa, Denis fa conoscenza con gli altri ospiti, ma non socializza. La finestra della sua camera si affaccia su un enorme serbatoio di gas, che ci evoca brutti ricordi, allorché, da piccolo, aveva nesso in esser un piano per uccidere il padre e la sua amante proprio con il gas.
Ma il fiume dei ricordi si scatena dentro di lui perché la halfway house è situata in una zona non lontana dalla casa nella quale viveva col padre e la madre, in un ambiente tipico della working class. Iniziano con una certa frequenza i flashback, dove lo spettatore, per scoprire la vera realtà (tuttavia non è questo il suo compito), dovrebbe valutare le scene al netto della distorsione causata dalla mente di Spider. Questi è alle prese con i ricordi relativi alla scoperta delle pulsioni sessuali e con una emotività nata trasparentemente dal conflitto edipico e dal morboso attaccamento verso la madre (Miranda Richardson). Il giovane Denis ha assistito ai litigi tra i suoi genitori, alle lunghe assenze del padre (Gabriel Byrne), che preferisce il pub alle serate in casa, e infine al vero e proprio punto di non ritorno della sua vita: l’uccisione della madre e la sua immediata sostituzione in casa da parte dell’amante. Sotto gli occhi di Spider, la propria madre devota, amorosa, premurosa, dal volto acqua e sapone (solo una linea di rossetto quando esce col marito) diventa, sempre col medesimo
volto della madre, una prostituta ubriacona e volgare nel modo di parlare e nelle movenze.
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Miranda Richardson interpreta dunque entrambi i personaggi, ed anche un terzo, Mrs. Wilkinson, che dirige la halfway house dove Spider è stato mandato per la riabilitazione. È significativo che i tre personaggi femminili che, nel bene e nel male, hanno profondamente inciso nella personalità di Spider, siano da lui visti come se si trattasse di un’unica persona. L’ossessione edipica della sua adolescenza e la rivalità col padre devono aver lasciato un forte ed indelebile segno. Allo stesso tempo, Cronenberg ha voluto, con questa scelta, dare un ulteriore decisivo indizio dello stato mentale e della natura sconvolgente del suo protagonista. I ricordi si affollano nella sua mente e, naturalmente, si alterano. Nel tentativo di mettere ordine, Denis prende frenetici appunti in un taccuino, con una grafia quasi incomprensibile e con caratteri al limite del microscopico.
È vero, come ha detto qualcuno, che sul piano della storia, il film non avrebbe molto da raccontare, anche per l’assenza di un contraltare dialettico a Spider, che Cronenberg lascia da solo a combattere con i suoi ricordi e soprattutto con i mostri della sua mente. Ma probabilmente proprio per queste caratteristiche la storia narrata da McGrath ha affascinato Cronenberg e gli ha dato lo spunto per costruire un film che, lungi dall’essere un’opera a sé stante nella sua filmografia, rappresenta invece un altro fondamentale capitolo di ulteriore approfondimento delle sue dicotomie preferite: sessualità e violenza, sessualità e orrore.

2 risposte a "“Spider” (Can./UK 2002) di David Cronenberg"

  1. Sono d’accordo con te. Spider è uno dei film più complessi e profondi di DC. C’è una approfondita analisi delle Ma Cronenberg è un grande regista. Peccato che, per l’età avanzata, ha deciso di smettere di girare.
    Complimenti per il tuo scritto su Deserto rosso. L’ho trovato molto personale. Fatto veramente bene.
    Lo scorso anno ero a Reggio Emilia per una mostra fotografica di mia figlia, Fuori vendevano, come succede in questi casi, libri di fotografie. E ho trovato quella che credo sia una rarità. Titolo: Red desert now. L’eredità di Antonioni nella fotografia italiana contemporanea. Tra l’altro è il primo film girato da Antonioni a colori.
    Grazie e scusa le chiacchiere,

    "Mi piace"

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