“Mary Reilly” (UK 1995) di Stephen Frears

(marino demata) La celebre storia dai toni gotici del Dr. Jekyll e Mr Hide, narrata nel libro di Robert Louis Stevenson, ha ispirato numerosi film, alcuni dei quali interessanti, qualcuno pregevole. Ma, mentre le precedenti versioni cinematografiche erano tutte fondate sull’impostazione della storia data da Srevenson, il film Mary Reilly del 1995 di Stephen Frears, di cui ci occupiamo questa sera, ha il merito di basarsi finalmente su un’idea nuova: quella offerta dall’omonimo romanzo della scrittrice americana Valerie Martin del 1990. La novità è che la Martin introduce un nuovo personaggio nella storia classica di Stevenson, una domestica (Julia Roberts) che lavora  a casa Jekyll. In tal modo il romanzo (e il conseguente film) creano nel personaggio di Mary Reilly un nuovo inaspettato protagonista al femminile, e tutta la storia viene narrata dal punto di vista di questa domestica. L’idea del libro è geniale: lo spostamento del punto di osservazione verso il femminile è quello che in effetti realizza la scrittrice americana, consapevole che questa innovazione avrebbe cambiato il senso dell’intera storia, facendola diventare femminile e tardo-femminista a un tempo.
Al film di Stephen Frears non si può assolutamente rimproverare di non aver tenuto fede allo spirito del romanzo della Martin, di cui anzi è una abbastanza fedele trasposizione. Ma, purtroppo, è anche la prova che una fedele trasposizione da un romanzo non basta per fare un ottimo film. I difetti che, in quale modo inficiano il geniale lavoro di Valerie Martin sono: una mediocre sceneggiatura e una recitazione, quella di Julia Roberts decisamente da dimenticare. La sceneggiatura non riesce ad essere così serrata e dialetticamente dinamica come la presenza della protagonista donna all’interno del consueto dualismo Bene – Male, incarnato da Jekyl e Hide, avrebbe preteso. Pertanto, la mancanza di dinamicità dialettica e la mancata valorizzazione dell’intelligenza e l’intuito femminile fanno perdere al film parte d quello che il romanzo aveva guadagnato. A tal punto che il pubblico ha di che stupirsi se nel film la protagonista impiega due ore di proiezione (e alcune settimane di narrazione) per arrivare a capire, solo su suggerimento di Malkovivh/Jekyll, che i due personaggi maschili sono in realtà la stessa persona!
La stessa Julia Roberts non è stata, come si diceva, aiutata dalla sceneggiatura, ma ci mette anche del suo. Abituata, in tutte le sue apparizioni cinematografiche passate ed anche successive a questa, ad esibire quasi costantemente un larghissimo sorriso, qui, invece ha il volto che non fa una piega (altro che sorriso), lasciando agli occhi da cerbiatto impaurito il compito di dare una parvenza di espressività. Io credo che la Valerie Martin dovrà essersi arrabbiata non poco nel vedere come la sua geniale trovata di scrivere la storia del Dr. Jakyll da un punto di vista al femminile, sia stata sciupata dalla scelta infelice della protagonista.
Per fortuna il mestiere di Malkovic riesce a bilanciare le manchevolezze della sua partener. Ma anche a questo proposito dobbiamo distinguere una positiva vitalità dell’attore nel raffigurare il Male, cioè Mr. Hide ed una colpevole insipidezza nell’interpretare il Bene, e cioè Jekyll. Quest’ultimo è raffigurato come uno scienziato di mezza età a stento in grado di reprimere le sue emozioni, al contrario di quanto invece fa Hide.
Ci sono tuttavia aspetti positivi da salvare oltre alla positiva interpretazione del Male da parte di Malkovich. La verosimiglianza, in piena epoca vittoriana a Londra, delle traversie subite da Mary da bambina ad opera di un padre alcolizzato, dal quale è stata più volte violentata. La figura del padre, interpretata da Michael Gambon, come del resto anche tutti gli altri personaggi di contorno, è ben realizzata e sicuramente ispira nello spettatore quel raccapriccio e quella repulsione, che sono gli unici sentimenti che può suscitare.
È anche intrigante osservare come Mary passi dall’ammirazione nei confronti di Jekyll, ad una trasparente attrazione fisica verso il Male incarnato da Hide, A tal proposito c’è un sogno rivelatore, nel quale Mary immagina che Hide la stia violentando. Si sveglia all’improvviso e, alla richiesta della sua compagna di letto su che costa stesse succedendo, lei risponde di aver fatto un brutto sogno. La compagna la riprende dicendo in sostanza: “dal tipo di lamenti non sembrava un sogno tanto brutto”. E questa forse è la parte più spiritosa e “british” del film! Altri aspetti positivi sono da rintracciare nelle scenografie, in particolare il laboratorio di Jekill, che sembra ricordare una grande aula di Università e che riesce ad essere ampio e contemporaneamente claustrofobico, nei colori opportunamente smorti con una prevalenza del grigio e del marrone negli esterni, ai quali fanno da contrasto alcuni interno, quelli dove ha operato Hide sadicamente nei confronti delle donne, dove il rosso veramente fa da padrone offrendo un aspetto da truce macelleria.
Il regista è Stephen Frears, una gloria autentica del cinema britannico , che di qui a qualche anno avrebbe girato il delizioso High fideity / Alta fedeltà con John Cusak, che abbiamo celebrato qualche settimana fa. Ma è anche autore di altre opere memorabili come My beautiful laundrette, Rischiose abitudini, Eroe per caso, Piccoli affari sporchi e tante altre. L’impressione è che qui, raffrontando il film col libro della Martin, abbia purtroppo perso una grande occasione.