“La diseducazione di Cameron Post” (Usa 2018) di Desiree Akhavan

EEsistono ancora negli USA i centri cristiani per la conversione dall’omosessualità

(marino demata) Come può non essere un autentico abuso psicologico forzare le persone ad odiare se stessi? Il cuore del film, La diseducazione di Cameron Post, sta tutto in questa domanda che pone la protagonista, Cameron (Chloe Grace Moretz) di fronte alla orribile realtà del centro per le terapie di conversione dall’omosessualità, sotto l’egida della più rigorosa e conservativa organizzazione cattolica americana.
Siamo nel 1993. Mentre si diffonde la retorica  che l’AIDS sia l’inevitabile risultato della diffusione dell’omosessualità, vista come una malattia da curare o un male da estirpare, o un peccato da espiare, a seconda dei punti di vista di partenza, crescono, nella provincia americana i centri cristiani ed evengelici di conversione dall’omosessualità. Cameron Post (Chloe Grace Moretz) la notte del ballo annuale della scuola, viene sorpresa sul sedile posteriore dell’auto a fare sesso con la sua ragazza. Cameron è orfana di entrambi  i genitori e il suo tutore non trova niente di meglio che spedirla al centro di conversione dalla omosessualità denominato “Promessa di Dio”, dove la sua “malattia” dovrà essere curata. In questo centro  Cameron trova una realtà completamente diversa da quella esistente nel mondo esterno. Al mattino un apposito programma TV guida gli allievi agli esercizi ginnici attraverso i quali “Dio ci aiuta ad avere il corpo più agile e ad essere più sereni”. Durante la giornata si svolgono colloqui tra docenti e allievi della scuola a livello collettivo e singolo.
Tra il personale dirigente dell’istituto spicca, per solerzia e per ostinazione nell’insegnare agli allievi ad odiare se stessi e il loro male, la dottoressa Lydia March (Jennifer Ehle), per la quale il tempo sembra si sia fermato agli anni ’80, come dimostrano gli abiti rossi lunghi che indossa. Ricordate l’infermiera Ratched di Qualcuno volò sul nido del cuculo? Bene, facendo le debite proporzioni possiamo affermare che lo spettatore si trova proprio  di fronte a quella nurse esemplare rediviva. In questo  suo arduo, ma cristianissimo, compito di curare la grave malattia che ha infestato i propri ospiti, la dottoressa è coadiuvata dal suo fratello minore, utilissimo perché è la prova vivente da esibire ai ragazzi di come si possa guarire dal male, perché convertitosi in passato dall’omosessualità alla “normalità” grazie proprio alla zelante sorella.
Cameron capisce presto di essere stata catapultata alla “Promessa di Dio” perché si convinca che le sue naturali inclinazioni verso il proprio sesso non sono altro che malattia e che bisogna odiare se stessi per aver consentito a questo male di entrare nella propria anima e nel proprio corpo. E la direzione de “La promessa di Dio” le escogita tutte: ai ragazzi viene anche imposto l’esercizio dell’iceberg, per il quale il male stesso è la punta, ma la causa si trova nella parte sommersa, per cui tutti sono costretti a disegnare il proprio iceberg  e a riempire la base di quelle che sono, secondo la loro opinione, le cause della malattia.
Ma la nostra Cameron si rivela una cliente difficile per una tale struttura e da subito la Ratched rediviva si rende conto che l’unica concessione che potrà ottenere dopo giornate di terapia e di esercizi è solo un minimo di tentennamento sulle sue inclinazioni. Ma  niente di più. Tra l’altro le gioverà molto diventare amico di altri due allievi altrettanto refrattari al “salvataggio”, come Adam e Jane, che hanno anche trovato il modo di far crescere erba per il loro fumo. Tra i due amici, Adam si reputa un ribelle e lo dimostra, al punto che, dopo essere stato ripetutamente ammonito dalla ineffabile dottoressa a non lasciarsi cadere i propri capelli sulla fonte, ma tirarseli su, gli viene alla fine inflitto il taglio parziale degli stessi.
Il film è diretto da Desiree Akhavan, alla sua seconda opera dopo Appropriate Behavior e per entrambe le opere ha vinto numerosi premi, tra qual il più importante e prestigioso è sicuramente Il Gran premio della Giuria al Sundance film Festival del 2018. La Akhavan ha tratto la sua storia dal romanzo omonimo di Emily Danforth, in vendita anche in Italia per l’edizione Rizzoli. La sceneggiatura de film è opera della stessa regista, coadiuvata da Cecilia Frugiuele.
Malgrado il tema così drammatico, uno dei meriti della regista è quello di aver mantenuto nel film un tono mai pesante e mai più drammaticamente intenso di quanto non sia la stessa storia in sé. Al contrario la Akhavan riesce a costruire personaggi capaci di vivere le situazioni nelle quali si trovano con distacco e ironia. In tal modo la narrazione non sale mai eccessivamente di tono in quanto a drammaticità, se non in una particolare situazione nella parte finale del film.
Abbiamo infine scoperto che gran parte dei centri di “diseducazione” sono stati successivamente chiusi, anche se, nella più remota provincia conservatrice americana qualcuno di essi ancora resiste nel portare a compimento la propria missione di salvare le povere anime smarrite e soprattutto malate.

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