“Confidence” (Usa 2003) di James Foley

Per poter truffare, ispirare fiducia è la prima cosa

(photos courtesy of imdb.com)

(marino demata)  Confidence è il titolo più appropriato per questo film e, una volta tanto, diamo merito alla distribuzione italiana (in questo caso Medusa) per non aver storpiato il titolo, come purtroppo avviene molto spesso quando viene distribuito un film straniero, con soluzioni che  a volte vanno oltre il limite del ridicolo.
Confidence è un termine che tradurlo semplicemente con “fiducia” può essere riduttivo, perché, così come viene inteso nel corso dello svolgimento del film, è qualcosa in più della semplice fiducia, è piuttosto un affidarsi, varcando anche il limite della prudenza che sempre in genere si ha quando vengono chieste (prest)azioni che possono diventare rischiose o nocive.
Cominciando però da un senso più positivo del termine, “confidence” è ciò che unisce in uno stretto legame i quattro protagonisti della storia narrata nel film. E, poiché si tratta di un colpo importante da progettare e portare a termine, i quattro in questione sono appunto i membri della banda. Il capo riconosciuto è Jake Vig (Edward Burns). Gli altri sono Gordo (Paul Giamatti), Miles (Brian Van Holt), ai quali presto di unirà Lily (Rachel Weisz).
Invece, passando al significato più negativo del termine, “confidence”, esso è il sentimento che i quattro, ma soprattutto Jake Vig, devono infondere negli interlocutori destinati ad essere truffati. Se non si realizzasse un diffuso sentimento di “confidence” con i maggiori destinatari della truffa, tutto potrebbe essere compromesso.
James Foley è uno dei registi americani più interessanti. Non è mai stato molto prolifico, anche perché, prima di imbarcarsi in un progetto, vuole avere tutte le carte a posto, e cioè i migliori collaboratori possibili. Di lui ci piace ricordare A distanza ravvicinata e Americani (alias: Glengarry Glen Ross), e, a proposito di quest’ultimo, ricordiamo che uno dei suo più fidati collaboratori, è quell’ottimo scrittore, drammaturgo e sceneggiatore del calibro di David Mamet. In Confidence, invece, Mamet non c’è, ma è ben rimpiazzato da uno sceneggiatore esordiente, Doug Jung, che fa di tutto per non far rimpiangere Mamet. E spesso ci riesce!
La prima scena del film è proprio una trovata di sceneggiatura, anche se non originalissima: è quello che si dice un omaggio ad un grande regista del passato, Billy Wilder, che apre  Viale del tramonto con William Holden morto che racconta la sua storia. In questo stesso modo si apre anche il più recente American beauty, con Kevin Spacey, che, da morto, inizia a raccontare cosa lo ha portato in quello stato. E che dire anche di Robert DeNiro in Casino? Così come i suoi illustri predecessori, anche Burns appare, nella prima scena, steso a terra. Sicché, come logica vuole, si apre un flashback, dove, sotto la minaccia di una pistola, gli viene chiesto: “stai rivedendo la tua intera vita?” Come si dice che succeda in punto di morte! La risposta di Jake/Burns è: “no, solo le ultime tre settimane”. E allora, dice l’uomo, sempre con la pistola puntata su di lui: “Cominciamo da lì, allora”. E a questo punto, cosa un po’ insolita, si apre un flashback nel flashback e l’azione si sposta a tre settimane prima, con l’inizio della vera storia. Un preambolo dunque che rappresenta un espediente per interessare lo spettatore fin dalla prima sequenza.
Dunque tre settimane prime tutto comincia con una prima truffa, o raggiro che dir si voglia, ai danni di uno dei membri temporanei della banda, che Jake vuole che si ritiri per evitare di dovergli dare la sua parte dopo l’ultimo colpo. I tre inseparabili amici, Jake, Gordo  e Miles (Lily/Rachel Weisz) ancora non si è aggregata), con l’aiuto di due poliziotti corrotti, mettono in scena un furioso litigio con una finta sparatoria e un finto morto. Il risultato è che l’incauto affiliato, con gli occhi languidi verso la valigia aperta e piena di dollari, al suono delle sirene dalla polizia, se la dà  a gambe, togliendo il fastidio.
Fin qui, dunque, tutto bene per i nostri “eroi”. Le complicazioni però iniziano quando trovano uno dei loro preziosi collaboratori con un colpo di pistola sulla fronte. Si rendono conto di aver mangiato nell’altrui pascolo: il colpo era stato involontariamente eseguito nell’area di pertinenza di un gangster, tale Winston King, soprannominato “il re” (Dustin Hoffman). Bisogna prendere una decisione: l’idea di fuggire viene subito scartata, perché Il Re è una potenza ramificata in tutta America e non avrebbe problemi a ritrovare i nostri incauti gangster. E allora la cosa migliore è cercare un accordo, che sarà trovato sulla base di un nuovo colpo che avrà come maggiore beneficiario proprio Il Re, che però, non fidandosi, pretende che uno dei suoi uomini faccia parte della banda.
Questo dunque l’incipit del film, che riserverà allo spettatore molte soprese, colpi di scena a non finire, e ottime prove di recitazione da parte di un cast veramente stellare, come si usa dire. E dunque, non potendo andare avanti con la trama per ovvi motivi di “spoiler”, vale la pena di concentrarsi proprio su questo tema. La migliore delle performance è senza alcun dubbio quella di Dustin Hoffman, che costruisce un personaggio un po’ laido, che, quando lo vedi pensi, per prima cosa: “non sarebbe stato meglio che si fosse fatta la barba?” Gestisce un locale di spogliarelliste di infimo ordine, che gli serve probabilmente per riciclare dollari. Ha la battuta facile, la risposta pronta, il sorriso ironico e il ghigno del cattivo. Una delle tante performance di Hoffamn da incorniciare,
Qualche critico avrebbe voluto l’inversione delle due parti: Dustin Hoffamn come protagonista e capo della banda, e Ed Burn nella parte de Il re. La ragione di questo vero e proprio rimpianto è che Burn ha un volto troppo disteso e pulito, mentre Hoffman sarebbe stato un capo banda ideale. Noi dissentiamo da questa osservazione avanzata da più di un critico: infatti il volto disteso e pulito da bravo ragazzo di Burns è invece perfettamente funzionale a creare quell’atmosfera di “confidence” che sarà alla base del successo dell’impresa.
Il resto della banda è perfetto, in particolare brilla Paul Giamatti, che mostra grande ironia e duttilità in un ruolo del tutto insolito. Novità anche per Rachel Weisz, che non si lascia inquadrare nel ruolo scontato di “donna del bandito”, al contrario è anche lei impegnata per la prima volta in un ruolo diverso, quello della femme fatale.
Lo spettatore dunque potrà trascorrere due ore godibili di ottima regia e di attori molto bravi. A proposito, non abbiamo citato l’ottimo Andy Garcia, nella parte dell’agente federale Butan, quasi irriconoscibile con barba e occhiali. Raccomandiamo vivamente di tenerlo d’occhio.
Infine va detto che ci troviamo, ancora una volta, di fronte a gangster simpatici, dei quali il pubblico si affeziona e non vorrebbe mai che finissero morti e nemmeno consegnati alla giustizia. Ormai la revisione del genere gangster movie è compiuta, grazie ad Artur Penn (Bonnie and Clyde /Gangster story) e alla trilogia di Martin Scorsese (Mean streets, Quei bravi ragazzi, Casino).