“Panic room” (Usa 2002) di David Fincher

(marino demata) C’è una scena in Panic room che forse vale tutto il film. Madre e figlia, Meg e Sarha (Jodie Foster e Kristen Stewart), dopo aver visitato un mega appartamento nel cuore di Manhattan, avendone la piena possibilità finanziaria, decidono di acquistarlo e di andarci a vivere. In verità non è molto verosimile che due persone sole acquistino una sorta di mega terra-tetto a Manhattan, pieno di saloni e camere. Ma questo è un dettaglio trascurabile nell’economia del film. In effetti Meg viene da un divorzio dal proprio facoltoso marito, che le ha preferito un’altra donna.
Bene. Con pochi preamboli Fincher arriva subito all’essenziale. Siamo alla prima notte di permanenza nel nuovo mega appartamento: madre e figlia si preparano a trascorrere la notte ciascuna nella camera al  proprio piano, Meg al secondo e Sarah al terzo. Dopo aver rimboccato le coperte alla figlia, Meg scende sul suo piano con un mezzo bicchiere di vino nella mano. La solitudine, il luogo mai prima abitato e soprattutto  la pioggia insistente cominciano a creare tensione nello spettatore. Fincher, opportunamente, si sofferma sull’immagine del lucernario in cima alle scale dove la pioggia battente nell’oscurità della notte crea un’atmosfera poco rassicurante. All’improvviso la macchina da presa comincia a roteare lungo il secondo piano per fermarsi qualche attimo nella stanza da bagno dove trova Meg nella vasca, intenta a rilassarsi e a riflettere sull’inizio di una nuova vita, dopo la definitiva separazione dal marito. Meg sta per mettersi a letto e cerca di capire il funzionamento del sistema di telecamere situate in ogni angolo della casa e nei luoghi di accesso. Rinvia poi l’approfondimenti del sistema, perché vinta dalla stanchezza. La macchina da presa arretra dal suo letto e, in un rapido piano sequenza, è come se magicamente scendesse al piano terra per inquadrare, dall’interno del salone, l’esterno, dove un’auto si ferma. Scendono tre uomini, ma la macchina da presa si interessa invece alla serratura di entrata della casa e costringe lo spettatore ad entravi quasi dentro. È una sequenza magica: un’introduzione perfetta al film, dove tu non sai fino a che punto la sequenza è semplicemente una ripresa del regista oppure è, contemporaneamente, una scena ripresa da una delle telecamere di cui è pieno ogni angolo della casa. È una sequenza da manuale: scuramente sono i due minuti migliori dell’intero film.
I tre visitatori optano per entrare dal retro. Sono due bianchi (Jared Leto e Dwight Yoakam) e un nero (Forest Whitaker) che è l’unico a conoscere la casa, per averci lavorato nella costruzione della “panic room”.  Cos’è una panic room? E’ una stanza fortificata che si trova nelle ville più importanti, dei personaggi più in vista, per nascondersi in caso di irruzioni, atto terroristici, ecc. Meg la aveva vista durante la visita per l’acquisto della casa. La caratteristica fondamentale della panic room è che essa crea un ambiente autosufficiente dove è possibile trascorrere anche un tempo relativamente lungo. Al suo interno troviamo le telecamere che inquadrano ogni angolo della casa, un  telefono autonomo non isolabile in nessun altro punto della casa, corrente autonoma e quant’altro sia necessario a coniugare protezione e autosufficienza assoluta. Essendo situata la secondo piano della casa, quello scelto da Meg, sarà facile, per lei e per sua figlia, raggiungerla rapidamente, una volta accortesi che tre sconosciuti sono entrati in casa.
A questo punto sarà compito esclusivo dello spettatore godersi quella partita tra gatto e topo che si svolgerà lungo le pareti in cemento armato che separano la panic room dalla stanza attigua. Il problema vero è che i tre malviventi sono lì proprio per scassinare una cassaforte situata nella panic room, da dove le due donne, naturalmente, non hanno alcuna intenzione di uscire.

Come in ogni thriller che si rispetti (e questo è un ottimo thriller!), non mancano colpi di scena, momenti di alta e altissima tensione, contraddizioni non solo attraverso la parete divisoria, ma anche all’interno dei due ambienti.
I due bianchi dei tre ospiti sono interpretati da due famosi cantanti rock imprestati al cinema: Jared Leto e Dwight Yoakam. Il primo è il più famoso dei due, come musicista e compositore di canzoni ed è anche molto famoso come attore, già impegnato dallo stesso David Ficher in Fight club e in particolare per essere stato il protagonista di un film gioiello: Mr. Nobody (2009), un film incredibilmente mai distribuito in Italia, pur avendo vinto due premi alla Mostra di Venezia, opera del regista belga Jaco Van Dormael.
I due interpretano gli elementi “duri” del terzetto di malviventi, e, in particolare, proprio il personaggio di Jared Leto rappresenta l’elemento più cinico e brutale dei tre. Al lato opposto si colloca il personaggio interpretato da Forest Whitaker, che sarà poi vincitore di Oscar quale migliore attore nel 2007, che si dimostra pieno di umanità nei riguardi della ragazza nascosta nella panic room, e intransigente nel voler evitare ogni spargimento di sangue o violenza. La scelta “buonista” di Fincher di creare, tra i tre malviventi, un elemento di equilibrio e di considerazione verso le altrui sofferenze, proprio nell’unico afroamericano del terzetto, è apprezzabile, soprattutto in questi tempi di recrudescenza degli odi razziali in America (e non solo). È una scelta anche un po’ furba, che serve a fare del suo film un’opera assolutamente “politically correct”.
Un discorso a sé merita la protagonista assoluta, Jodie Foster. È un’attrice di assoluto valore, che sceglie sempre le proposte di personaggi che le sono sottoposte con la lente di ingrandimento. È in genere portata ad interpretare personaggi che abbiano un valore emblematico che vadano al di là del contingente espresso nel singolo film (si veda ad esempio il film che le ha fatto guadagnare il suo primo Oscar, prima ancora de Il silenzio degli innocenti, cioè Sotto accusa, con un personaggio di una indubbia valenza femminista). In questo caso però sceglie un personaggio in un certo senso fine a se stesso, senza valori reconditi da rappresentare. E in questo modo può concentrarsi esclusivamente sulle sue capacità e sulla sua sensibilità di attrice raffinata, capace di trasmettere sempre un mix di simpatia e di emozioni al pubblico.

Il parere di Donatella Gottardi:
Una “panic room”, quasi un bunker in un appartamento, una madre che lotta per la propria vita ma soprattutto per quella della propria figlia diabetica. Una corsa contro il tempo dove emerge lo spirito di sopravvivenza e di vendetta contro 3 malviventi. Fotografia cupa e raffinata. Un film talvolta quasi sbirciato con disperazione da una serratura.