“La vergogna” (Sv. 1968) di Ingmar Bergman

(marino demata) 1968: tutto il mondo guarda verso Oriente, dove il piccolo Vietnam tiene in scacco la più grande potenza del mondo, l’America. Ma la guerra costa lacrime e sangue. Negli Usa non si contano le bare che tornano con aerei speciali da quell’inferno. Decine di migliaia di contadini vietnamiti lasciano per un attimo il loro lavoro nelle risaie e nei campi e puntano gli occhi innocenti al cielo, prima di essere massacrati dal vomito chimico di morte che emettono gli aerei americani.  Nessun intellettuale, nessun artista rimane indifferente di fronte a quella tragedia. Ognuno esprime il proprio raccapriccio a modo suo.
1968: va nelle sale l’ultimo film del Maestro, Ingmar Bergman; si intitola La vergogna. C’è una scena emblematica nella prima parte del film. I protagonisti, ex violinisti professionisti, sono stato costretti dalla guerra a fuggire dalla città e a rifugiarsi su un’isola brulla e inospitale. Hanno ora una casa poverissima, coltivano ciò di cui hanno bisogno primariamente, hanno galline e conigli. Hanno la convinzione che a nessun esercito possa venire in mente di andare a conquistare un luogo così remoto e inospitale. Ma una mattina un fragore squassa il consueto silenzio di quel luogo. Due aerei volano a bassissima quota dirigendosi anche verso la loro poverissima casa. Portano tutt’intorno morte e distruzione sotto forma di fuoco. Il regista riesce mirabilmente a creare nei volti e negli occhi dei due protagonisti un’espressione di innocente stupore e poi di terrore. Lo spettatore più consapevole, in quel momento, vedendo quella scena, non può non andare con la mente alle immagini, che avrà visto in TV dei contadini vietnamiti. E riconoscerà, negli occhi innocenti di Jan ed Eva la medesima innocenza.
La vergogna è la risposta e il contributo dell’Artista, che sente su di sé tutto il raccapriccio e l’orrore per quanto sta accadendo nel mondo. Lì, dalla lontana Svezia che di guerre negli ultimi decenni non ne ha conosciute.  La vergogna è uno dei capolavori del regista meno conosciuti e meno popolari. Secondo le sue intenzioni, il film in un primo momento doveva intitolarsi semplicemente  e lapidariamente “La guerra”. Ma poi Bergman preferì intitolarlo La vergogna, che è in certo senso la qualificazione della guerra o addirittura un suo sinonimo. Ovviamente non è un film di guerra, ma sulla guerra e soprattutto sui suoi effetti, generalmente devastanti, nell’animo degli uomini.
Ma di quale guerra si tratta? Di nessuna guerra in particolare. E di tutte. Nel film si parla del Vietnam, senza mai citarlo, e si parla di tutte le guerre passate e di quelle future senza mai citarne nessuna. Bergman vuole fare un film, che vuole invece parlare della guerra in generale, del suo scandalo e della sua vergogna. Perché non esistono, egli dice, guerre onorevoli e guerre vergognose. La guerra in sé è una vergogna dell’umanità.
La condanna della guerra, la vergogna dell’umanità, da parte di Bergman, è totale se ci si ferma, proprio come lui si ferma, sulle conseguenze a cui porta.  Innanzitutto sugli  uomini, come chiaramente viene illustrato dal film. Eva (Liv Ullmann) e Jan (Max Von Sydow) si amano, malgrado le frequenti e burrascose discussioni. Eva spera di avere un figlio per poter in qualche modo  cementare la famiglia.

Dopo la distruzione della loro povera proprietà a causa del fuoco sprigionato dai due aerei, sono fuggiti senza sapere dove. Ma grazie all’appoggio del sindaco dell’isola  e temporaneo comandante delle forze di resistenza, Jacobi (Gunnar Bjornstran), riescono a rimettere, alla men peggio, la casa in condizioni di ospitarli ancora. Vengono poi arrestati e accusati ingiustamente di collaborare col nemico, riuscendo però a dimostrare la propria innocenza.
L’ultima parte del film ci mostra in maniera chiara dove Bergman vuole arrivare: la guerra non è solo una vergogna in sé, ma lo è soprattutto perché incattivisce l’umanità, fa emergere i suoi aspetti peggiori. In particolare questo è vero nella figura di Jan, che gradatamente diventa una persona totalmente diversa, in preda all’ira e al rancore. Sono sintomatiche due scene: nella prima parte del film Jan è incapace di uccidere una gallina per avere della carne per la cena: goffamente punta addirittura una pistola sulla testa dell’animale senza riuscire ad ucciderlo. Ma dopo l’inizio della guerra, invece, uccide a sangue freddo un uomo senza battere ciglio. Jan è diventato un altro. La guerra si è insinuata all’interno della coppia. Eva, disperata, griderà: “cosa sarà di noi se non riusciamo più a parlarci?”
Nel suo libro autobiografico, “Immagini”, che costituisce per Bergman una rivisitazione sincera di tutti i suoi film, a proposito de La Vergogna,  dice di non amare più la prima parte del film: “Quando rivedo “La vergogna”, trovo che è spezzato in due parti. La prima metà, dedicata alla guerra, è brutta. L’altra, sugli effetti della guerra, è bella. La prima metà è assai peggiore di quanto immaginassi, ma l’altra è migliore rispetto a come la ricordavo.” E, in effetti: …”la parte migliore del film inizia quando la guerra finisce ed iniziano i dolori.”
In realtà la prima parte del film ci mostra la guerra vera e propria vissuta in prima persona dai protagonisti, come potrebbe essere vissuta in qualsiasi film del genere, Per la seconda parte, ha probabilmente  ragione il regista a considerarla meglio riuscita. Perché gli effetti della guerra sugli uomini sono ritratti con efficacia e con maestria, soprattutto proprio attraverso la metamorfosi caratteriale di Jan.
Eppure, La vergogna non è un film senza speranza. Nella  scena finale, allorché Eva e Jan fuggono in barca assieme ad altri abitanti dell’isola, dopo che la barca stessa, in una sequenza terribile,  stenta a farsi largo tra i cadaveri che galleggiano sull’acqua, Bergman, come succede spesso nei suoi film, affida alla descrizione di un sogno la speranza, cioè l’unico piccolo tesoro che resta nelle mani dei fuggitivi. Eva, mentre sdraiata abbraccia Jan, che noi non sappiamo se sta ascoltando o dorme, dice: “Ho fatto un sogno. Percorrevo una bellissima strada, da un lato c’erano delle case tutte bianche con arcate, colonne, portici, mentre dall’altro lato c’era un vastissimo parco e sotto gli alberi, lungo tutta la strada, scorreva dell’acqua verde cupo. Sono arrivata a un alto muro: era completamente ricoperto di rose. Poi all’improvviso un aeroplano ha incendiato le rose. Io non avevo alcuna paura. Era tutto così splendido. Stavo lì a guardare nell’acqua e vi vedevo quelle rose bruciare. Io avevo una bambina in braccio, era nostra figlia. Si stringeva contro di me e sentivo che la sua bocca mi sfiorava la guancia e per tutto il tempo sapevo che dovevo ricordare qualcosa che qualcuno aveva detto e che io avevo dimenticato.”